L'Italia Quotidiano

Caro Carburante, Il Sud Si Ferma E Bruxelles Annuncia Un Inverno Difficile: Chi Paga Il Prezzo Delle Scelte Europee?

•

Riccardo Bianchi

Agricoltori, pescatori e autotrasportatori protestano contro costi diventati insostenibili. Distributori senza carburante, presìdi sulle strade, difficoltà nei rifornimenti e il rischio di interruzioni nella distribuzione alimentare. Mentre l’Unione europea conferma che l’energia resterà cara, si apre una questione politica fondamentale: la transizione energetica e le scelte geopolitiche stanno tutelando abbastanza l’economia reale italiana?

C’è un’immagine che racconta la crisi italiana meglio di qualsiasi conferenza stampa: un camion fermo perché il viaggio non conviene più, un trattore parcheggiato perché il raccolto rischia di non coprire i costi, un peschereccio che resta in porto perché uscire in mare significa anticipare migliaia di euro di carburante.

Non sono simboli astratti.

Sono attività economiche dalle quali dipendono il lavoro, il reddito e la distribuzione di beni essenziali.

In questi giorni il Mezzogiorno è attraversato da una mobilitazione che coinvolge agricoltori, pescatori e autotrasportatori. In Puglia, Calabria e Sicilia si registrano proteste, presìdi, interruzioni della circolazione e difficoltà nell’approvvigionamento di carburante.

La situazione non equivale a un blocco totale di tutto il Sud, ma le conseguenze sono già concrete.

La domanda che le istituzioni dovrebbero porsi non è soltanto come gestire l’emergenza.

È perché siamo arrivati al punto in cui una parte dell’economia produttiva considera economicamente impossibile continuare a lavorare.

E soprattutto: quanto hanno contribuito a questa vulnerabilità le scelte energetiche, commerciali e geopolitiche dell’Italia e dell’Unione europea?

Il Sud Si Ferma: Non È Più Soltanto Una Protesta Di Categoria

Le notizie che arrivano dal Mezzogiorno descrivono una situazione preoccupante.

In Calabria, il 16 ottobre, è iniziato un fermo di cinque giorni promosso dagli autotrasportatori di Fedralog Calabria, in concomitanza con le mobilitazioni di agricoltori e pescatori.

Secondo le informazioni diffuse dalla stampa regionale, la protesta coinvolge centinaia di operatori e numerosi presìdi in punti strategici, tra cui l’area di Lamezia Terme, il porto di Gioia Tauro e alcuni snodi della viabilità regionale.

In Sicilia, una parte degli autotrasportatori ha annunciato la sospensione delle attività fino al 20 ottobre.

In Puglia, i presìdi agricoli e le proteste legate alla crisi industriale dell’ex Ilva hanno prodotto difficoltà ulteriori.

Il problema più immediato riguarda il carburante.

Reuters ha riferito che il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto, nell’ambito della vertenza ex Ilva, ha contribuito a provocare problemi di rifornimento in Puglia, Basilicata e Calabria.

Secondo i dati comunicati da Eni, oltre cinquanta distributori della rete interessata erano già rimasti senza carburante.

Non è un dettaglio.

Quando il carburante manca, non si ferma soltanto l’automobilista privato.

Si complicano gli spostamenti dei lavoratori, il trasporto delle merci, la distribuzione dei prodotti agricoli e l’attività di numerose piccole imprese.

La crisi energetica smette di essere una questione di bollette e diventa un problema di funzionamento del territorio.

L’A14 Interrotta E Il Rischio Di Una Paralisi Logistica

La gravità delle proteste emerge anche dalle difficoltà sulla rete autostradale.

Tra l’11 e il 12 ottobre, il tratto dell’A14 compreso tra Termoli e Poggio Imperiale è rimasto chiuso per quasi quattordici ore a seguito di una manifestazione.

Il 16 ottobre è stato inoltre riportato un avviso di chiusura temporanea tra Termoli e Bari Nord, collegato alle proteste degli autotrasportatori.

La durata effettiva di questa ulteriore interruzione deve essere verificata attraverso gli aggiornamenti ufficiali sulla viabilità.

Ma il problema politico ed economico è già evidente.

Il trasporto su gomma costituisce una componente fondamentale della logistica italiana.

Se i camion non circolano, le conseguenze possono raggiungere rapidamente magazzini, industrie, mercati ortofrutticoli e punti vendita.

Il rischio è particolarmente elevato per i prodotti deperibili, che richiedono consegne frequenti e tempi di trasporto prevedibili.

Alcune testimonianze locali segnalano difficoltà nei rifornimenti dei negozi.

Non esistono, tuttavia, dati sufficienti per affermare che tutti i supermercati del Sud stiano esaurendo le scorte alimentari.

È importante non alimentare allarmismi.

Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il rischio di un effetto domino.

Quando si fermano contemporaneamente produzione, trasporto e distribuzione, la sicurezza degli approvvigionamenti diventa una questione nazionale.

Pescatori Costretti A Fare I Conti Con Migliaia Di Euro Di Gasolio

Tra i settori più colpiti dal caro carburante c’è la pesca.

Nell’articolo pubblicato da La Verità il 16 ottobre, Carlo Cambi riporta le difficoltà denunciate dagli operatori del settore.

Per alcune imbarcazioni di medie dimensioni, una giornata di pesca può richiedere un anticipo di 4.000–5.000 euro di gasolio, secondo le cifre riferite dai manifestanti.

Non si tratta di un costo medio valido per ogni peschereccio.

Consumi e spese dipendono dalle dimensioni dell’imbarcazione, dal tipo di pesca, dalla distanza percorsa e dalla durata dell’uscita.

Ma il problema economico è chiarissimo.

Se il pescato non garantisce un ricavo sufficiente a coprire carburante, equipaggio, manutenzione e altri costi, l’attività può diventare antieconomica.

Lo stesso ragionamento vale per l’agricoltura.

Un’impresa agricola non può semplicemente interrompere la semina, la raccolta o l’irrigazione senza subire conseguenze.

Il calendario delle coltivazioni non aspetta le decisioni della politica.

E un prodotto che non viene raccolto nel momento giusto può perdere parte o tutto il proprio valore commerciale.

Il carburante, per chi produce, non è un lusso da ridurre per scelta. È uno strumento di lavoro.

Questo elemento dovrebbe essere centrale in qualsiasi politica energetica.

Bruxelles Ammette Che L’Inverno Sarà Difficile

Mentre le proteste si intensificano, da Bruxelles arriva un’ammissione significativa.

Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha riconosciuto che l’Europa si prepara a un inverno particolarmente difficile a causa degli elevati prezzi dell’energia.

Nell’intervista pubblicata da La Stampa il 15 ottobre, il commissario ha spiegato che i governi possono ricorrere a sussidi temporanei e mirati, anche per i combustibili fossili, quando necessario.

È un passaggio politicamente importante.

Perché riconosce che la transizione energetica non può essere gestita ignorando le condizioni economiche delle imprese e delle famiglie.

Ma solleva anche una domanda.

Se le istituzioni europee sanno che i costi energetici rischiano di mettere in difficoltà cittadini e imprese, perché le risposte continuano ad apparire prevalentemente emergenziali?

I sussidi possono aiutare ad affrontare una fase critica.

Non risolvono, da soli, la questione della competitività energetica.

Un’azienda agricola deve poter programmare i costi di una stagione.

Un’impresa di autotrasporto deve poter calcolare il prezzo di un servizio.

Un armatore deve sapere se un’uscita in mare può produrre un margine sufficiente.

Se il prezzo dell’energia rimane imprevedibile, diventa difficile investire, assumere personale e programmare l’attività.

Il Green Deal Non Può Diventare Un Dogma

Il Green Deal europeo nasce con l’obiettivo dichiarato di ridurre le emissioni, favorire l’efficienza energetica e accompagnare la trasformazione del sistema produttivo.

Sono obiettivi che rispondono anche a problemi reali, come l’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici.

Ma riconoscere la legittimità degli obiettivi ambientali non significa considerare automaticamente efficaci tutte le politiche adottate per raggiungerli.

Una transizione energetica deve essere valutata anche in base ai costi, ai tempi di realizzazione e alla disponibilità di alternative.

Se un’impresa deve sostenere nuovi obblighi prima di poter accedere a tecnologie economicamente praticabili, il rischio è che la trasformazione si traduca in una perdita di competitività.

Se un settore continua a dipendere dal gasolio, non basta indicargli un obiettivo di decarbonizzazione.

Bisogna spiegare con quali mezzi, in quali tempi e a quali costi potrà raggiungerlo.

La questione diventa ancora più delicata per le piccole e medie imprese, che spesso non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per affrontare rapidamente investimenti importanti.

La transizione energetica dovrebbe ridurre la vulnerabilità dell’economia europea, non aggiungere nuovi costi a imprese già esposte alla concorrenza internazionale.

Questo principio dovrebbe valere per l’agricoltura, la pesca, l’autotrasporto e l’industria.

L’ambiente non si tutela rendendo economicamente impossibile produrre.

Si tutela costruendo alternative tecnologiche e organizzative realmente accessibili.

Russia, Ucraina E Sanzioni: Il Prezzo Economico Delle Scelte Geopolitiche

Il dibattito energetico europeo non può essere separato dalla guerra tra Russia e Ucraina.

Dopo l’invasione russa del 2022, l’Unione europea ha adottato misure per ridurre la dipendenza dalle forniture energetiche di Mosca.

La scelta rispondeva a una valutazione strategica: limitare la possibilità che la Russia utilizzasse le esportazioni energetiche come strumento di pressione e ridurre le entrate legate alla vendita di combustibili fossili.

Ma questa strategia ha comportato anche costi e difficoltà di adattamento per le economie europee.

La sostituzione delle forniture richiede infrastrutture, contratti, investimenti e capacità di diversificazione.

In un mercato internazionale instabile, la dipendenza da nuove rotte commerciali non elimina automaticamente il rischio di rincari.

A questo si aggiungono gli effetti della guerra sulle infrastrutture energetiche.

L’Ucraina ha condotto attacchi contro raffinerie e altri impianti petroliferi russi, considerati obiettivi rilevanti per la capacità economica e militare di Mosca.

Tali attacchi possono influenzare le aspettative dei mercati e la disponibilità di alcuni prodotti raffinati.

Ma sarebbe scorretto sostenere, senza prove, che siano stati ordinati dall’Unione europea.

Allo stesso modo, non esistono elementi sufficienti per affermare che il Green Deal sia stato concepito come strumento per rendere possibili gli attacchi alle infrastrutture russe.

La critica politica deve concentrarsi su ciò che è documentabile.

L’Europa ha scelto di ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. È quindi legittimo chiedere se abbia predisposto strumenti adeguati per proteggere imprese e cittadini dai costi economici della transizione.

È questa la questione che il Governo italiano dovrebbe portare con forza nelle sedi europee.

Meno Raffinerie Significa Maggiore Vulnerabilità?

Nel dibattito sul caro carburante viene spesso richiamata anche la riduzione della capacità europea di raffinazione.

Negli ultimi decenni diversi impianti sono stati chiusi, riconvertiti o ridimensionati.

Le ragioni comprendono cambiamenti della domanda, concorrenza internazionale, costi operativi, margini industriali e trasformazioni del mercato energetico.

Le politiche climatiche rappresentano una componente del contesto, ma non spiegano da sole ogni chiusura.

Per questo non sarebbe corretto attribuire automaticamente al Green Deal l’intera riduzione della capacità di raffinazione europea, iniziata prima della sua presentazione nel 2019.

Resta però un problema strategico.

Una maggiore dipendenza dall’importazione di prodotti raffinati può esporre un Paese alle difficoltà delle catene logistiche internazionali.

La disponibilità di impianti nazionali ed europei costituisce quindi un elemento da considerare nelle politiche di sicurezza energetica.

Non significa che ogni raffineria debba rimanere aperta indipendentemente dai costi e dalle condizioni ambientali.

Significa che la riconversione industriale dovrebbe essere accompagnata da una valutazione delle capacità produttive necessarie durante la transizione.

Non si può parlare seriamente di autonomia strategica senza discutere anche della capacità di produrre, trasformare e distribuire l’energia di cui l’economia ha bisogno.

Il Governo Italiano Deve Difendere La Produzione Nazionale

Il Governo non controlla da solo i prezzi internazionali del petrolio.

Non può eliminare con un decreto le conseguenze della guerra o delle tensioni geopolitiche.

Ma dispone di strumenti fiscali, economici e diplomatici per intervenire.

Può verificare l’efficacia dei sostegni già annunciati.

Può accelerare l’erogazione delle risorse destinate alle imprese.

Può valutare misure temporanee e mirate per i settori maggiormente colpiti.

Può rafforzare il confronto con le organizzazioni di agricoltori, pescatori e autotrasportatori.

E può chiedere in Europa maggiore flessibilità quando gli obblighi previsti rischiano di produrre effetti economici sproporzionati.

Soprattutto, deve rendere pubblici i risultati delle misure adottate.

Quante imprese hanno ricevuto i contributi?

Quale quota dei maggiori costi è stata compensata?

Quali interventi sono previsti per evitare nuove crisi nei mesi successivi?

Quali iniziative vengono portate avanti a Bruxelles per tutelare i comparti produttivi italiani?

Sono domande alle quali è necessario rispondere con cifre e scadenze.

La difesa dell’interesse nazionale non si misura soltanto attraverso dichiarazioni di principio.

Si misura nella capacità di ottenere condizioni economiche che permettano alle imprese italiane di continuare a lavorare.

La Crisi Non Deve Diventare Una Guerra Tra Produttori E Consumatori

Le proteste stanno creando difficoltà anche ai cittadini che non appartengono alle categorie coinvolte.

Le code ai distributori, le interruzioni della viabilità e i ritardi nelle consegne possono incidere sulla vita quotidiana di famiglie e lavoratori.

Questi disagi non devono essere minimizzati.

Il diritto di manifestare va esercitato nel rispetto della sicurezza e dei diritti altrui, compreso l’accesso ai servizi essenziali.

Ma sarebbe un errore contrapporre automaticamente chi protesta a chi subisce le conseguenze della protesta.

Agricoltori, pescatori e autotrasportatori fanno parte delle filiere dalle quali dipende l’approvvigionamento dei consumatori.

Se le imprese perdono redditività e chiudono, il problema non scompare con la fine dei blocchi.

Si trasforma in una perdita di capacità produttiva e distributiva.

È per questo che la crisi deve essere affrontata come una questione economica nazionale.

Non soltanto come un problema di ordine pubblico.

La Sovranità Non Si Proclama: Si Costruisce Difendendo Chi Lavora

La parola sovranità viene utilizzata frequentemente nel dibattito politico.

Ma quale significato concreto può avere per un Paese che fatica a garantire condizioni sostenibili a chi produce alimenti, trasporta merci e lavora nel settore della pesca?

La sovranità non coincide con l’isolamento economico.

Non richiede di interrompere ogni rapporto commerciale con l’estero.

Richiede, piuttosto, di mantenere una capacità produttiva sufficiente a non dipendere completamente da decisioni e forniture sulle quali non si esercita alcun controllo.

Per l’Italia, questo significa proteggere le filiere agroalimentari, la logistica, le infrastrutture energetiche e il patrimonio delle piccole e medie imprese.

Significa anche valutare criticamente le politiche europee quando i loro effetti risultano incompatibili con le condizioni economiche di determinati comparti.

Un Governo può sostenere gli obiettivi ambientali europei e, nello stesso tempo, chiedere modifiche alle regole che penalizzano in modo sproporzionato i produttori nazionali.

Può sostenere l’Ucraina e, contemporaneamente, pretendere che i costi delle scelte geopolitiche siano valutati con trasparenza e accompagnati da misure di protezione economica.

Può partecipare alle istituzioni europee senza rinunciare a difendere gli interessi delle imprese italiane.

La questione è stabilire quali priorità debbano guidare queste scelte.

Perché un Paese che perde progressivamente la capacità di produrre ciò di cui ha bisogno diventa inevitabilmente più vulnerabile.

L’Italia Quotidiano: Dalla Parte Di Chi Produce, Non Delle Promesse

La protesta di questi giorni non può essere liquidata come una semplice reazione emotiva ai rincari.

Dietro i trattori, i camion e i pescherecci fermi ci sono imprese che devono pagare dipendenti, fornitori, manutenzioni e imposte.

Ci sono famiglie che dipendono da quelle attività.

Ci sono territori nei quali la chiusura di un’azienda può significare la perdita di opportunità economiche difficilmente sostituibili.

Per questo L’Italia Quotidiano sostiene le ragioni di chi chiede condizioni sostenibili per continuare a lavorare.

Il Governo deve affrontare immediatamente l’emergenza dei carburanti e dei trasporti, ma deve anche promuovere una discussione più ampia sulle politiche energetiche europee.

Occorre capire quali decisioni abbiano aumentato la vulnerabilità dell’economia italiana, quali siano state necessarie e quali possano essere corrette.

Serve una politica energetica capace di conciliare sicurezza degli approvvigionamenti, competitività industriale e obiettivi ambientali.

Serve una politica agricola che non si limiti a distribuire contributi, ma permetta alle aziende di produrre con margini sostenibili.

Serve una politica dei trasporti che riconosca il ruolo essenziale della logistica.

E serve una politica europea nella quale gli interessi produttivi dei territori non vengano trattati come un problema secondario.

Se un camionista non può permettersi di viaggiare, un pescatore non può permettersi di uscire in mare e un agricoltore non può permettersi di raccogliere, non siamo davanti a un normale inconveniente del mercato. Siamo davanti a un segnale di allarme che la politica deve affrontare.

Bruxelles ha riconosciuto che l’inverno sarà difficile.

Il Mezzogiorno sta già mostrando quanto possano essere pesanti le conseguenze di costi energetici elevati e filiere vulnerabili.

Ora servono risposte.

Non per alimentare una contrapposizione ideologica tra ambiente e lavoro, né per attribuire a un unico responsabile una crisi che ha cause molteplici.

Ma per affermare un principio che dovrebbe essere condiviso da qualsiasi Governo: la tutela dell’interesse nazionale comincia dalla possibilità, per chi lavora e produce, di continuare a farlo.


Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

INVIACI UN WHATSAPP PER ESSERE INSERITO NEL GRUPPO POLITICO: 3293617618

https://www.facebook.com/profile.php?id=61593987644626

https://www.instagram.com/futuro_nazionale_roma_2144

Articoli Recenti

Commenti Recenti

Social Media

Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere