Riccardo Bianchi
Fino a 19.186.454,50 euro per gestire 250 posti destinati alle persone senza dimora. Per quattro anni. Dentro tensostrutture nate come soluzione temporanea per il Giubileo.
Sono i numeri della nuova gara pubblicata da Roma Capitale il 29 luglio 2026. Un’operazione che solleva interrogativi pesantissimi sulle scelte dell’amministrazione Gualtieri e sull’utilizzo del denaro pubblico.
Facciamo i conti, perché i numeri meritano più attenzione degli slogan.
Il valore massimo della procedura è di 19,19 milioni di euro, comprese le opzioni contrattuali. La cifra iniziale è di circa 15,35 milioni. Rapportando l’importo massimo ai 250 posti previsti e ai quattro anni di servizio, otteniamo un costo teorico di oltre 52 euro al giorno per posto, pari a circa 1.600 euro al mese e oltre 19.000 euro all’anno.
Una cifra che dovrebbe far riflettere qualsiasi contribuente romano.
Non stiamo parlando dell’acquisto di 250 abitazioni da assegnare a persone in difficoltà. Stiamo parlando della gestione pluriennale di strutture di accoglienza temporanea.
Ed è proprio qui che nasce il problema politico.
Possibile che una Capitale europea non riesca a immaginare una risposta alla povertà estrema diversa dal finanziare per anni l’emergenza?
L’assessora alle Politiche sociali Barbara Funari ha difeso il progetto, spiegando che il costo non comprende soltanto il pernottamento, ma anche pasti, assistenza sanitaria, supporto psicologico, servizi sociali e percorsi di reinserimento lavorativo.
Sono attività importanti. Nessuno dovrebbe mettere in discussione la necessità di aiutare chi vive in strada.
Ma proprio perché parliamo di milioni di euro pubblici, la domanda diventa inevitabile: quanto costa concretamente ogni servizio e quanti ospiti riescono davvero a conquistare un’autonomia stabile?
Il Campidoglio ha comunicato che le tensostrutture hanno accolto complessivamente circa 900 persone. Un dato significativo, che però non basta a misurare l’efficacia dell’investimento.
Quante hanno trovato un’abitazione? Quante hanno ottenuto un lavoro duraturo? Quante sono uscite definitivamente dalla condizione di senza dimora? E quante, terminato il periodo di accoglienza, sono tornate a dormire per strada?
Questi sono i numeri che servono ai romani per capire se il sistema funziona.
Intanto la questione è arrivata in Parlamento. I deputati di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e Marco Perissa hanno presentato un’interpellanza chiedendo verifiche sui costi, sulle procedure di affidamento, sulla sicurezza delle strutture e sulla possibilità di utilizzare diversamente le risorse.
Tra le ipotesi avanzate figura il recupero del patrimonio immobiliare pubblico, anziché proseguire con soluzioni provvisorie.
Il confronto economico, naturalmente, deve essere completo: un appartamento ristrutturato non offre automaticamente assistenza sanitaria, pasti e presenza di operatori ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma proprio per questo il Comune dovrebbe pubblicare un’analisi comparativa seria, dimostrando perché quattro anni di accoglienza in tenda rappresentino la soluzione migliore.
Perché spendere milioni per gestire la povertà non significa necessariamente investire milioni per sconfiggerla.
C’è poi una questione di metodo.
Una soluzione temporanea dovrebbe avere un termine, un obiettivo e una strategia di superamento. Quando viene prorogata per anni, il rischio è che l’eccezione diventi normalità e che il sistema finisca per alimentare se stesso.
Le cooperative ricevono risorse per erogare servizi, i posti vengono finanziati e l’emergenza continua a essere amministrata. Ma il cittadino ha diritto di sapere quali risultati concreti giustifichino la prosecuzione del modello.
Non esistono, sulla base degli elementi finora esaminati, prove sufficienti per affermare che i 19 milioni siano stati sprecati o che gli affidamenti siano irregolari. Esiste però una scelta politica che merita di essere contestata con forza: programmare altri quattro anni di accoglienza in strutture temporanee senza rendere pubblicamente evidente il vantaggio rispetto a soluzioni durature.
Roma non può trasformare l’assistenza sociale in una spesa permanente priva di obiettivi misurabili.
La solidarietà è un dovere civile, ma la trasparenza è un dovere amministrativo.
Per questo chiediamo al sindaco Gualtieri di rendere pubblici i costi dettagliati, i dati sull’effettiva occupazione dei posti, i risultati dei percorsi di reinserimento e le valutazioni economiche delle possibili alternative.
Perché i soldi dei contribuenti non sono una disponibilità illimitata della politica.
E soprattutto perché chi vive per strada ha diritto a qualcosa di più di un’emergenza che si rinnova ogni quattro anni.
La vera politica sociale non è quella che riesce a finanziare più a lungo una tenda. È quella che riesce a fare in modo che una persona non abbia più bisogno di dormirci.





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