Ramona Castellino
Finalmente il Governo ha fatto quello che doveva fare.
Ma l’ha fatto tardi, l’ha fatto diviso, e l’ha fatto senza coraggio.
Il 5 novembre 2026 il Consiglio dei ministri ha deliberato l’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale della legge regionale del Veneto sul fine vita, la legge n. 17 dell’8 settembre 2026, recante “procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito”.
È la prima volta che il Governo impugna una legge sul fine vita di una Regione di centrodestra.
Prima aveva impugnato Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna, tutte di centrosinistra.
Ora ha dovuto impugnare anche il Veneto.
Perché anche il Veneto, con Zaia, ha tradito.
La legge veneta nasce da un’iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni.
La stessa associazione radicale che da anni vuole l’eutanasia in Italia.
Quella legge era stata bocciata dal Consiglio regionale nel gennaio 2024.
Poi, il 2 settembre 2026, è passata con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 4 astenuti.
Chi ha votato a favore? Gran parte della Lega, 11 consiglieri su 14, Forza Italia divisa, e tutta l’opposizione di centrosinistra.
Chi ha votato contro? Fratelli d’Italia compatta, e Stefano Valdegamberi, consigliere di Futuro Nazionale.
Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale, quella legge l’ha sostenuta e votata.
E la rivendica: “Rispetto pienamente la decisione del Consiglio dei ministri. Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale”.
Rivendica cosa? Rivendica di aver fatto passare in Veneto la legge dei radicali. Rivendica di aver fatto in Veneto quello che il PD non era riuscito a fare in Parlamento. .
Rivendica di aver aperto la porta al suicidio assistito organizzato dal servizio sanitario regionale.
È un tradimento.
Un tradimento della storia della Lega, un tradimento del Veneto cattolico, un tradimento del popolo veneto che non ha mai chiesto l’eutanasia, ma ha chiesto cure palliative, ospedali, medici, assistenza.
E il Governo? Diviso. Confuso. Imbarazzato.
Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini non ha partecipato né alla discussione né alla votazione in Consiglio dei ministri.
Non c’era.
È scappato.
Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, anche lui leghista, si è espresso contro l’impugnazione, sostenendo che si tratta di una legge ordinamentale che indica solo le linee guida attenendosi alle norme già in vigore.
Tradotto: Salvini non ha avuto il coraggio di votare contro la legge del suo Zaia, ma nemmeno il coraggio di votare a favore dell’impugnazione.
Calderoli ha avuto il coraggio di votare contro l’impugnazione, cioè a favore della legge di Zaia.
Il presidente della Regione Alberto Stefani, leghista, dice che la legge “supererà il vaglio della Consulta” perché è “sostanzialmente diversa” dalle altre, con gli emendamenti sul favor vitae, il parere rafforzato del palliativista, il Comitato bioetico, la priorità alle cure palliative.
Ma la verità è che non c’è nessun favor vitae in una legge che organizza il suicidio assistito.
Non c’è nessun favor vitae in una legge che dice al malato: “Se vuoi morire, lo Stato ti aiuta a morire, con procedure e tempi”.
Il vero favor vitae è dire: “Se vuoi vivere, lo Stato ti aiuta a vivere, con cure palliative vere, con assistenza domiciliare vera, con hospice veri”.
In Consiglio dei ministri Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha fatto mettere a verbale, a nome di Forza Italia, la necessità di un intervento legislativo del Parlamento.
Perché una materia tanto delicata deve essere disciplinata dalle Camere attraverso una normativa nazionale che eviti il proliferare di leggi regionali, anche in contrasto tra loro.
Ha ragione.
Ma quale legge nazionale?
Perché in Parlamento giace la proposta Zanettin-Zullo.
E il Parlamento, dal 2019, dalla sentenza 242 della Consulta sul caso di Dj Fabo, continua a rinviare.
La Consulta ha detto: il Parlamento deve legiferare.
Il Parlamento non ha legiferato. E le Regioni hanno occupato il vuoto.
È il vuoto legislativo che ha permesso a Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna e ora Veneto di fare leggi sul fine vita.
È il vuoto legislativo che ha permesso ai radicali di vincere pezzo per pezzo, Regione per Regione.
Impugnare le leggi regionali non basta.
Se non si fa una legge nazionale per la vita, tra un anno saremo di nuovo qui, a impugnare la prossima legge regionale.
Al netto di tutto ciò, c’è un’unica verità che Zaia ha dimenticato e che Salvini non ha il coraggio di dire:
La vita non si vota.
La vita non si impugna. La vita si difende.
Perché la legge di Zaia non è una legge tecnica. È una legge morale.
È la legge che dice che ci sono vite che valgono e vite che non valgono. Che se sei malato, sofferente, dipendente da trattamenti di sostegno vitale, lo Stato ti può aiutare a morire.
È la cultura della morte, tanti cara ai globalisti sinistrati.
E il Governo ha impugnato la legge di Zaia, ma non basta.
Non basta impugnare se poi la Lega in Veneto vota con il PD per la morte.
Non basta impugnare se poi Salvini scappa dal voto.
Non basta impugnare se poi il Parlamento non fa una legge per la vita.
È assolutamente necessario portare in Parlamento subito una legge nazionale per la vita, che recepisca il principio del favor vitae in modo reale, non finto: cure palliative per tutti, obbligo di assistenza, divieto di suicidio assistito organizzato dallo Stato.
Chiudere la stagione delle leggi regionali sulla morte.
Nessuna Regione può legiferare sulla vita e sulla morte.
Avere il coraggio di dire no a Zaia, che non è un alleato quando vota con i radicali. Zaia è un avversario quando tradisce la vita.
Perché il centrodestra è nato per difendere la vita, la famiglia, la patria.
Se il centrodestra difende la morte, non è più centrodestra.
È solo il PD con un altro nome.
La vita è sacra. Dal concepimento alla morte naturale. Non si impugna. Si difende. Fino alla fine.





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