L'Italia Quotidiano

SCUOLA, PARTE IL BOICOTTAGGIO ROSSO AL TETTO 30% E AL BURQA CIAO. FUTURO NAZIONALE: “NOI LO DICIAMO DAL 2023, ORA BASTA GHETTI E FANTASMI IN CLASSE”

•

Ramona Castellino

Lo avevano promesso. Lo stanno facendo.

A 48 ore dall’approvazione del decreto Valditara che introduce il tetto del 30% agli alunni stranieri che non parlano italiano e il divieto di burqa e niqab in classe con multa da 200 a 1.000 euro ai genitori, è già partito il boicottaggio rosso.

Sindaci di sinistra che annunciano disobbedienza.

Presidi della CGIL che dicono “non si può fare”. Striscioni

“Qui nessun_è stranier_” appesi alle cancellate delle primarie, rimossi dalla Polizia e rimessi dalla sindaca di Genova in persona, Silvia Salis, corsa a fare il selfie alla Daneo con la frase:
“A Genova nessuno deve sentirsi escluso”.

Peccato che nelle sue scuole qualcuno si senta escluso davvero: i bambini italiani, costretti alla fuga perché in classe non si parla più italiano.

Il copione è identico ovunque:

A Bologna Lepore:
“Non daremo seguito”.

A Milano Sala:
“Non schediamo i bambini” se non tra vaccinati o non vaccinati ci verrebbe da aggiungere.

A Firenze Funaro: “Scuole aperte a tutti”.

Poi i presidi.
Antonello Giannelli, Associazione Nazionale Presidi:
“Se in quel quartiere la maggioranza è straniera, che facciamo? Li mandiamo via?
La norma è inapplicabile”.

La FLC CGIL parla di “gabbie etniche” e “presidi democratici di uguaglianza”.

Improvvisamente hanno scoperto che una circolare del 2010 già prevedeva il tetto del 30% ma “non ha mai funzionato”.

Certo, non ha mai funzionato perché non l’avete mai applicata. Avete preferito il ghetto.

Il meccanismo del decreto è chiarissimo: il tetto non è sul passaporto, è sulla lingua.

Alla primaria colpisce chi non è nato in Italia e non ha fatto 2 anni di infanzia.

Alle secondarie chi non ha fatto 3 anni con esito positivo nel sistema italiano.

Chi parla italiano resta dove è.

Chi non lo parla viene redistribuito nelle scuole di prossimità, quelle che le famiglie indicano già all’iscrizione come seconda, terza, quarta scelta.
Non deportato a 50 km.

Sono 34mila le classi sopra il 30% di stranieri, ma solo mille quelle con oltre il 20% di neo-arrivati non italofoni.

Per quelle il governo ha già assunto docenti specializzati e stanzia 14 milioni per corsi di italiano anche per i genitori.

E c’è il cuore del provvedimento:

“è vietato in classe l’uso di indumenti che impediscono il riconoscimento”.

Burqa e niqab, pure se non si è potuto chiamarli con il loro nome per non farsi dare dei fascisti dal Corriere o da Repubblica.

E poi il Quirinale ha preteso di togliere le parole per non offendere, sostituendole con formula ipocrita “volto coperto”.

Ma il divieto resta.
Se violi, multa ai genitori.

Se ostacoli l’integrazione, segnalazione ai servizi sociali e affido che può scattare.

Per la sinistra è razzismo.

Per noi è normalità.

E qui entra la differenza tra chi insegue e chi guida.

Il divieto di burqa e niqab a scuola non è un’idea di Valditara.

È una battaglia di Futuro Nazionale dal 2023.

Nel programma politico “Base Ideologica per il decennio 2027-2037” depositato l’11 agosto, il punto è scritto nero su bianco da due anni:

“Divieto totale di burqa, niqab e simboli di sottomissione della donna in tutti gli spazi pubblici, ( e Futuro Nazionale non ha usato edulcoranti per fessi- n.d.a ) a partire dalle scuole. “

“La scuola italiana non è un suolo neutro dove tutto è permesso, è il luogo dove si forma l’italiano.
Chi rifiuta di mostrare il volto rifiuta la comunità”.

Mentre Meloni mediava con il Colle e toglieva la parola “burqa” dal testo, Futuro Nazionale chiedeva di scriverla a lettere cubitali.
Perché chiamare le cose con il loro nome è sovranità.

Per Futuro Nazionale il decreto è un primo passo, ma non basta:

Non basta il 30% sulla lingua, serve il 15% sul totale.
Come in Danimarca. Oltre non è scuola, è colonia linguistica.

Il piano di Futuro Nazionale prevede il ritorno al 4% di presenza straniera storica e il blocco del decreto flussi.

Non basta la multa, serve la conseguenza.

E chi impone alla figlia di 6 anni il niqab non è un genitore in difficoltà, è un fanatico che viola la dignità della donna e la laicità della scuola.

Per Futuro Nazionale va introdotta la revoca del permesso di soggiorno per i genitori che impongono il velo integrale alle minori e la perdita della potestà in caso di recidiva, come già previsto per le mutilazioni genitali.

Non basta redistribuire, bisogna rimpatriare.

Come ha detto il leader Roberto Vannacci:

“Il burqa non è un vestito, è un manifesto politico dell’Islam radicale.
Non ha nulla a che fare con la libertà religiosa, è la negazione della donna”.

E come ha ricordato il deputato Sasso vicino al movimento:

“Nei citofoni delle case popolari non c’è più Giuseppe e Maria, c’è Omar e Mohamed.
La scuola deve tornare a insegnare Dante, non a fare da centro di accoglienza”.

La sinistra appende striscioni
“Qui nessuno è straniero” e poi tiene i bambini stranieri in classi dove nessuno impara l’italiano.

Noi diciamo:

Qui nessuno entra velato.
Qui si entra a volto scoperto, si parla italiano e si rispetta la donna. Chi non ci sta, torna a casa sua.

Il boicottaggio dei sindaci rossi è la prova che abbiamo colpito nel segno.
Il ghetto faceva comodo a tutti: voti, cooperative, fondi intercultura.

Ora il ghetto si rompe.
Il burqa esce dalle classi.

Futuro Nazionale lo diceva quando era tabù.

Oggi è legge.
Domani sarà principio costituzionale:
scuola italiana, per italiani e per chi vuole diventare italiano, non parcheggio multiculturale.


Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

INVIACI UN WHATSAPP PER ESSERE INSERITO NEL GRUPPO POLITICO: 3293617618

https://www.facebook.com/profile.php?id=61593987644626

https://www.instagram.com/futuro_nazionale_roma_2144

Articoli Recenti

Commenti Recenti

Social Media

Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere