L'Italia Quotidiano

VIA TALLONE, LO STATO SGOMBERA. POCHE ORE DOPO PROVANO GIÀ A RIENTRARE

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Riccardo Bianchi

Droga, armi, mezzi rubati, violenze e occupazioni che si ripetono dopo ogni intervento. Il 29 settembre le forze dell’ordine hanno liberato ancora una volta il grande rudere di via Cesare Tallone, a Tor Sapienza. Ma poche ore dopo è stato necessario un nuovo intervento per impedire un’altra occupazione. La Questura ha disposto un presidio continuo e la Prefettura vuole accelerare messa in sicurezza e demolizione. La domanda, però, rimane: perché si è arrivati fin qui?

Via Tallone non è semplicemente un palazzo degradato. È il risultato di anni nei quali un enorme immobile abbandonato, già sgomberato nel 2019 e nel 2023, è tornato ripetutamente fuori dal controllo effettivo. A maggio 2026 Repubblica lo descriveva come rifugio per senzatetto, migranti senza documenti e spacciatori, ricordando sequestri di droga, munizioni e armi a salve. 

Il 23 maggio, pochi mesi prima dell’ultimo sgombero, i Carabinieri avevano scoperto al suo interno 20 baracche utilizzate come “crack house”. Nell’operazione furono sequestrati oltre un chilogrammo di stupefacenti e due motoveicoli rubati; il bilancio complessivo dei controlli tra Tor Sapienza e San Basilio fu di sei arresti e tre denunce. 

Poi è arrivato il fatto più grave.

A maggio una turista colombiana di 32 anni denunciò di essere stata sequestrata nello stabile e sottoposta per giorni a violenze sessuali. Cinque uomini furono fermati; le responsabilità penali definitive spettano naturalmente alla magistratura. Durante l’operazione furono inoltre identificati 22 cittadini extracomunitari irregolari e per undici venne disposto un provvedimento di espulsione con trasferimento nei CPR. 

Quindi, almeno nel caso di via Tallone, parlare anche di immigrazione irregolare non significa inventare un collegamento: la presenza di persone prive di titolo di soggiorno è stata accertata dalle autorità. Sarebbe però altrettanto scorretto sostenere che tutti gli occupanti fossero stranieri, irregolari o responsabili di reati.

IL 29 SETTEMBRE L’ENNESIMO SGOMBERO

All’alba del 29 settembre Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza sono tornati in forze.

Repubblica conferma il sequestro di oltre due chili di stupefacenti e ricorda che l’intervento è arrivato dopo settimane di proteste dei residenti e un confronto tra il presidente del Municipio V Mauro Caliste e il prefetto Lamberto Giannini. 

RomaToday, nella cronaca che abbiamo esaminato, riferisce inoltre del ritrovamento di circa 4.000 euro in contanti, una pistola di piccolo calibro con munizioni e sei scooter rubati.

Alle 8:30 lo stabile risultava liberato.

Eppure, nel giro di poche ore, alcune persone hanno tentato di entrarvi nuovamente, costringendo le forze dell’ordine a tornare sul posto.

Questo particolare racconta forse l’intera storia meglio di qualsiasi dichiarazione politica.

Se uno stabile viene sgomberato ma rimane materialmente accessibile, lo sgombero rischia di diventare soltanto una parentesi tra due occupazioni.

I RESIDENTI LO DICEVANO DA TEMPO

Non si può neppure sostenere che nessuno conoscesse la situazione.

L’8 settembre RaiNews raccoglieva già la protesta degli abitanti di Tor Sapienza: denunciavano degrado e spaccio e chiedevano interventi urgenti. Secondo il servizio, nello stabile erano tornate a vivere almeno 300 persone. 

La pressione dei residenti è quindi precedente al blitz.

Ed è questo che rende inevitabile una domanda: perché un luogo già sgomberato, già conosciuto dalle forze dell’ordine e già teatro di fatti gravissimi è riuscito ripetutamente a tornare nelle stesse condizioni?

Il problema non riguarda soltanto la polizia. L’immobile è privato e la sua custodia e messa in sicurezza coinvolgono anche la proprietà; la Prefettura ha infatti annunciato la convocazione dei proprietari per arrivare alla bonifica e al percorso di demolizione.

ADESSO NON BASTA PIÙ SGOMBERARE

La risposta più significativa arrivata il 29 settembre è infatti il presidio continuativo annunciato dalla Questura.

È la scelta che può interrompere il meccanismo visto negli anni: sgombero, abbandono, nuovi ingressi, nuova occupazione, nuovo sgombero.

Poi deve arrivare la soluzione strutturale.

Bonificare. Chiudere gli accessi. Mettere in sicurezza. Completare rapidamente le procedure necessarie e, se la demolizione annunciata dalla proprietà sarà autorizzata, abbattere il rudere.

Parallelamente bisogna distinguere le persone: assistenza per chi si trova realmente in condizioni di fragilità; indagini e procedimenti per chi commette reati; verifica individuale della posizione degli stranieri e applicazione dei provvedimenti di espulsione e rimpatrio quando previsti dalla legge e concretamente eseguibili.

Non è una questione di origine etnica o religiosa.

È una questione di controllo del territorio.

Via Tallone dimostra cosa può accadere quando uno spazio urbano rimane per anni abbastanza accessibile da diventare rifugio, mercato della droga e punto di aggregazione dell’illegalità.

Questa volta lo sgombero non può essere il punto d’arrivo.

Deve essere l’inizio della soluzione.

Perché se tra qualche mese saremo ancora qui a raccontare l’ennesima rioccupazione di via Tallone, non potremo più parlare di emergenza imprevedibile. Sarà semplicemente un problema conosciuto che le istituzioni non sono riuscite a chiudere definitivamente.


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