Giulio Saraceni
C’è una malattia tutta italiana che non compare nei manuali di medicina, ma che sembra avere un numero impressionante di pazienti: la sindrome di Tafazzi.
I sintomi sono facilmente riconoscibili. Se esiste una possibilità di ridurre un costo, bisogna immediatamente trovare un motivo per non farlo. Se una soluzione potrebbe alleggerire il conto della spesa, della benzina o dell’energia, scatta automaticamente la domanda: «Sì, ma possiamo complicare le cose?».
Prendiamo il rapporto economico con la Russia.
L’idea di ridurre o rimuovere alcune sanzioni viene presentata dai suoi sostenitori anche come uno strumento per diminuire le conseguenze economiche che ricadono sui cittadini italiani, soprattutto sul fronte dell’energia e del petrolio.
Una discussione seria dovrebbe partire da una domanda molto semplice: quanto ci costa questa scelta e quali benefici produce?
Invece, spesso, la questione viene trasformata in una partita a scacchi geopolitica nella quale il pedone, curiosamente, è sempre il cittadino che paga.
E così eccoci qui: da una parte ci lamentiamo dell’aumento del costo della vita, dall’altra sembriamo affezionati a tutto ciò che può renderlo un po’ più complicato.
È Tafazzi che bussa alla porta.
«Hai trovato un modo per spendere meno?»
«Sì.»
«Ottimo. Possiamo evitarlo?»
Naturalmente, una questione internazionale non può essere ridotta al prezzo di un pieno o di una bolletta. Esistono ragioni strategiche, diplomatiche e di sicurezza che vanno considerate. Ma proprio per questo sarebbe utile parlarne senza tabù: quali sono i costi, quali sono i benefici e chi li paga?
Perché alla fine della grande geopolitica rimane sempre il piccolo dettaglio della vita quotidiana.
La bolletta arriva.
Il pieno va fatto.
Il supermercato non accetta pagamenti in buoni geopolitici.
E Tafazzi, nel frattempo, sorride soddisfatto.
Non sappiamo se abbia risolto i problemi del mondo.
Sappiamo però che, almeno sul piano economico, continua a menarsi da solo con una dedizione ammirevole.





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