L'Italia Quotidiano

In Ucraina Perseguitare I Cristiani È Ancora Possibile? 

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Luca Santarelli

Il conflitto tra la Federazione Russa e l’Ucraina ha prodotto innumerevoli tragedie umane. Ma, oltre alle vittime sul campo di battaglia, da più di dieci anni, cioè dall’inizio della guerra civile in Ucraina nel 2014, assistiamo anche al dilagare dell’odio politico, etnico e religioso.
Ogni Paese è caratterizzato, in misura maggiore o minore, da differenze etniche, culturali e religiose. Quando uno Stato è stabile, solido e prospero, queste differenze tendono a convivere in armonia e in pace. Al contrario, quando forze esterne, per perseguire i propri interessi attraverso meccanismi di corruzione, cercano di fomentare l’odio e la divisione per creare instabilità e conflitti funzionali ai propri obiettivi geopolitici, tali differenze possono trasformarsi in profonde fratture.
Un esempio evidente è l’Ucraina, dove gli eventi seguiti al colpo di Stato di Maidan del 2014 hanno posto le basi per una politica di odio verso tutto ciò che è russo in Ucraina: la lingua, la cultura e la storia.
Sulla scia di questi eventi e del conflitto militare, estesosi con l’intervento della Federazione Russa nel 2022, ci troviamo oggi a documentare fenomeni che speravamo fossero ormai sepolti dalla Storia.
Ciò che in Ucraina è storicamente legato alla tradizione russa è diventato progressivamente un bersaglio politico. E tra le vittime di questo processo c’è anche il mondo ortodosso ucraino.
È una questione che dovrebbe sconcertare ogni italiano, indipendentemente dalle proprie simpatie geopolitiche.
La Chiesa ortodossa ucraina, tradizionalmente legata al Patriarcato di Mosca, è da anni sottoposta a pressioni crescenti. Le autorità ucraine hanno introdotto misure legislative contro le organizzazioni religiose considerate legate a Stati aggressori; nel frattempo, sono stati denunciati sequestri e occupazioni di chiese, aggressioni contro sacerdoti e fedeli, perquisizioni, arresti e procedimenti giudiziari contro esponenti del clero, e addirittura sparizioni di sacerdoti.
Non si tratta soltanto di accuse provenienti dalla sfera dell’informazione russa. Anche le Nazioni Unite hanno documentato episodi di intimidazione, irruzioni violente nelle chiese e aggressioni contro sacerdoti e fedeli della Chiesa ortodossa ucraina. L’OSCE ha inoltre raccolto denunce relative ad atti di vandalismo, incendi e violenze contro luoghi di culto ed ecclesiastici.
A queste vicende si aggiungono le denunce provenienti dagli ambienti ortodossi russi e ucraini, secondo cui sacerdoti e diaconi della Chiesa canonica sarebbero stati sottoposti a pressioni, arrestati o mobilitati nell’esercito contro la propria volontà e in contrasto con la propria vocazione. Alcune fonti riportano addirittura casi di sacerdoti morti al fronte o dei quali si sono perse le tracce. Sono accuse che meritano di essere investigate.
E qui nasce una domanda alla quale l’Europa dovrebbe rispondere: che cosa è rimasto della libertà religiosa se un sacerdote può diventare un problema per lo Stato semplicemente perché appartiene alla Chiesa sbagliata?
È difficile non vedere, in tutto questo, il riemergere di una logica che pensavamo appartenesse al passato. La storia sovietica ci ha insegnato cosa accade quando il potere politico decide che una determinata fede è incompatibile con gli interessi dello Stato. Oggi, nel cuore dell’Europa, assistere nuovamente a persecuzioni religiose, repressioni e violenze contro uomini di Chiesa dovrebbe inquietare profondamente ogni persona libera.
Quello che colpisce e indigna maggiormente, oltre al silenzio sconcertante dei media occidentali, è l’ipocrisia sulla quale si basa il sostegno all’Ucraina da parte dell’Unione Europea e dei nostri rappresentanti di governo, che vogliono presentarci l’immagine di un’Ucraina come esempio di democrazia e libertà, un paradiso dei diritti umani che resiste con coraggio contro l’oppressione di un regime dittatoriale che vuole conquistarla a causa delle manie di grandezza del suo leader; un’Ucraina presentata come culla dei nostri valori, per la quale avremmo il dovere di impegnarci economicamente e militarmente con i nostri soldi, mentre il nostro Paese cade a pezzi; la trincea nella quale i militari del battaglione «Azov» starebbero difendendo i valori dell’Europa, per i quali varrebbe la pena massacrare un’intera generazione.
Tutto questo dovrebbe inquietare e indignare soprattutto i cattolici.
Perché sì, quegli uomini non sono cattolici. Sono ortodossi. Appartengono a una confessione diversa. Ma sono sempre cristiani. Stiamo parlando, in fin dei conti, della STESSA FEDE.
Personalmente, come cattolico e romano, non posso accettare che un sacerdote ortodosso venga perseguitato, che un monastero venga violato o che un fedele venga aggredito per la propria appartenenza religiosa. Non devo condividere ogni posizione della Chiesa ortodossa per difendere il diritto degli ortodossi a professare liberamente la propria fede.
Mentre la quasi totalità dei media italiani continua a diffondere disinformazione sul conflitto russo-ucraino, gli italiani, in generale, hanno dimostrato di avere ancora la capacità di comprendere che l’atteggiamento del nostro governo non è evidentemente nei nostri interessi e ci sta portando verso un conflitto sempre più imminente contro la Federazione Russa. Per arrivare a una comprensione diversa da quella imposta dalla propaganda dell’aggredito e dell’aggressore, è necessario uno sforzo che vada oltre le narrazioni precostituite e intraprendere un percorso di ricerca, di approfondimento e di amore per la verità.
Ed è proprio per questo che considero particolarmente importante ciò che sta accadendo in questi giorni a Roma.
Un gruppo di giovani ha deciso di rompere il silenzio. In diverse zone della Capitale sono comparsi manifesti che denunciano la persecuzione della Chiesa ortodossa in Ucraina.
È un segnale. Perché Roma non è una città qualunque. È la città del Papa, il cuore della cristianità occidentale. Ed è significativo che proprio qui alcuni ragazzi abbiano sentito il bisogno di ricordare che la libertà religiosa non può essere difesa soltanto quando conviene politicamente.
Lo stesso gruppo ha inoltre organizzato per il 18 ottobre una manifestazione nei pressi del Vaticano, con l’obiettivo di portare questa denuncia direttamente nel cuore della cristianità cattolica.
È un’iniziativa che merita attenzione.
La Santa Sede è una delle poche realtà che, anche attraverso l’attività diplomatica e gli appelli alla pace, continua a cercare una via d’uscita dal conflitto. Ma, se il Vaticano vuole essere davvero una voce universale a difesa della pace e dei cristiani perseguitati nel mondo, allora quella voce dovrebbe poter parlare anche per i cristiani ortodossi in Ucraina.
Non possiamo pretendere di difendere i diritti umani soltanto quando a essere violati sono i diritti di chi ci è politicamente vicino.
La libertà religiosa o è per tutti, oppure non è libertà religiosa.
Per questo considero importante che a Roma qualcuno abbia deciso di non girarsi dall’altra parte.
In un’Europa che ama definirsi culla dei diritti, nel 2026 non dovrebbe essere necessario scendere in strada per ricordare una cosa tanto elementare: un sacerdote non dovrebbe essere perseguitato per la propria fede, una chiesa non dovrebbe essere occupata per la propria appartenenza religiosa e un cristiano non dovrebbe avere paura di professare il proprio credo.
Da cristiano, cattolico e romano, non posso che unirmi a questa richiesta: che i nostri fratelli ortodossi siano lasciati liberi di pregare, celebrare e vivere la propria fede.
E che questa spirale di odio e di violenza, qualunque sia l’ideologia sotto la quale viene giustificata, abbia finalmente termine.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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