Ovvero: come scannarsi per occupare il centro, possibilmente da soli
In questi otto giorni si trascina la grande polemica sul centro politico italiano. Renzi o Calenda? Calenda o Renzi? E chi, fra i due, ha il certificato di proprietà dello spazio politico più ambito della Repubblica?
La domanda è seria. Le risposte, un po’ meno.
Perché in Italia il centro è come l’isola che non c’è: tutti ne parlano, tutti lo cercano, tutti sono convinti che senza di loro non possa esistere. E soprattutto, tutti vorrebbero esserne il proprietario esclusivo, con tanto di atto notarile, insegna luminosa e parcheggio riservato.
Matteo Renzi e Carlo Calenda, già compagni di avventura e poi protagonisti di un divorzio politico tutt’altro che consensuale, continuano a contendersi il primato del riformismo. Una gara nella quale, a giudicare dai toni, la moderazione sembra essere rimasta chiusa negli spogliatoi.
Più che moderati, paiono due pugili saliti sul ring per dimostrare chi sia il più elegante nel tirare i cazzotti. Con una differenza rispetto alla boxe: qui, mentre volano i colpi, entrambi sostengono di voler educare il pubblico al fair play.
Il centro, insomma, è diventato una specie di condominio litigioso. Tutti rivendicano il pianerottolo, nessuno vuole pagare le spese comuni e l’assemblea finisce regolarmente con una diffida.
Naturalmente, non ci sono soltanto Renzi e Calenda. Anche dalle parti di Forza Italia il centro viene considerato un patrimonio da custodire e possibilmente allargare. Nel centrosinistra, poi, il problema è capire come conciliare le ambizioni dei riformisti con quelle degli altri alleati. Una complicazione che, a confronto, le riunioni di condominio sembrano esercitazioni di diplomazia internazionale.
Eppure, una domanda bisognerebbe porsela: ma questo benedetto centro, oltre a essere conteso, che cosa vuole fare?
Perché un conto è proclamarsi moderati, un altro è dimostrarlo. Un conto è definirsi riformisti, un altro è spiegare quali riforme si vogliano realizzare. E un conto ancora è dichiararsi indispensabili: quello, in politica, riesce benissimo a tutti.
Nel frattempo, gli elettori assistono allo spettacolo. Cercano risposte sul costo della vita, sulla sanità, sul lavoro, sulle tasse e sulla scuola. E si ritrovano davanti a una disputa che sembra avere come questione principale non tanto il futuro del Paese, quanto il futuro politico dei contendenti.
Forse il vero problema è proprio questo: in un Paese dove tutti vogliono essere al centro della scena, nessuno sembra disposto a fare un passo di lato. E così il centro, da luogo d’incontro, diventa una rotonda: tutti girano intorno, nessuno imbocca l’uscita.
A questo punto, il richiamo a Franco Battiato è inevitabile: centro di gravità permanente. Solo che, nella politica italiana, più che un centro di gravità sembra esserci una calamita per ego smisurati.
E la calamità, naturalmente, è sempre in agguato.
Morale della storia: Renzi e Calenda vogliono entrambi il centro. Gli altri non sono da meno. Il Paese, nel frattempo, aspetta di sapere che cosa ci vogliano mettere dentro.
Perché contendersi il centro è legittimo. Scambiarlo per il proprio salotto di casa, un po’ meno.
E se per trovarlo bisogna prima eliminare tutti gli altri, forse non è il centro che manca alla politica italiana.
È il senso della misura.





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