Riccardo Bianchi
Le immagini delle violenze nelle città europee impongono una riflessione che va ben oltre le vetrine distrutte, i negozi saccheggiati e gli scontri con le forze dell’ordine. La risposta immediata è sempre la stessa: più polizia, più controlli, pene più severe. Misure che possono essere necessarie, ma che intervengono sulle conseguenze senza affrontare le cause.
Perché il problema dell’Europa non è soltanto l’ordine pubblico. È la crisi del modello di società che le sue classi dirigenti hanno contribuito a costruire.
Per decenni, il progetto europeo ha promesso prosperità, integrazione e stabilità. Oggi, invece, molte comunità devono confrontarsi con salari insufficienti, precarietà, periferie marginalizzate, difficoltà abitative e una crescente sfiducia nelle istituzioni. A tutto questo si aggiungono tensioni culturali e identitarie che tutta la sinistra fucsia, green e comunista ha preferito liquidare con slogan rassicuranti, anziché affrontare attraverso un confronto serio.
L’immigrazione rappresenta uno dei nodi di questa crisi. Non perché l’origine straniera determini comportamenti violenti di per sé, ma perché accogliere persone senza disporre di politiche efficaci di integrazione, lavoro, istruzione e rispetto delle regole può alimentare nuove forme di esclusione e conflitto sociale. Negare queste difficoltà in nome dell’inclusione non le risolve. Così come attribuire la responsabilità del degrado a intere comunità sarebbe un errore altrettanto grave.
Il problema è anche politico. L’Unione europea esercita un’influenza crescente su scelte economiche, industriali, ambientali e migratorie che incidono direttamente sulla vita dei cittadini. Ma quanto spazio rimane agli Stati per definire autonomamente le proprie priorità? E quanto sono realmente coinvolti i popoli nelle decisioni che ne condizionano il futuro?
La transizione ecologica, le regole di bilancio, la politica migratoria e il rafforzamento della difesa europea sono questioni che comportano costi, benefici e sacrifici distribuiti in maniera diseguale. Quando questi effetti non vengono spiegati e governati adeguatamente, cresce la percezione di una distanza tra chi decide e chi ne sopporta le conseguenze.
Una classe dirigente che pretende di governare le trasformazioni della società senza ascoltare le comunità che le vivono rischia di perdere la propria legittimazione politica.
C’è poi una contraddizione culturale. L’Europa ha progressivamente trasformato l’inclusione in uno dei principi centrali del proprio discorso pubblico, ma non sempre ha saputo accompagnarla con un’altrettanto chiara affermazione dei doveri, della responsabilità individuale e del rispetto delle leggi.
Lo studioso Gad Saad utilizza l’espressione empatia suicida per descrivere quella che considera una compassione incapace di valutare le conseguenze delle proprie scelte. È una tesi controversa, non una diagnosi scientifica universalmente riconosciuta, ma pone una questione politica concreta: può esistere una società solidale se la solidarietà viene separata dalla responsabilità?
Comprendere le condizioni sociali che possono favorire la violenza non significa giustificarla. Difendere i diritti delle persone immigrate in modo regolare e civile non significa rinunciare a pretendere il rispetto delle regole. E tutelare la sicurezza dei cittadini non dovrebbe essere considerato incompatibile con la difesa della dignità umana.
Il punto è proprio questo: una società incapace di distinguere tra comprensione e giustificazione finisce per indebolire entrambe.
Da una prospettiva sovranista, la crisi europea solleva quindi una domanda fondamentale: può una nazione garantire coesione sociale se perde progressivamente la capacità di decidere sul proprio modello economico, sui confini, sulle politiche industriali e sulle priorità di spesa?
Non tutte queste decisioni dipendono da Bruxelles. Molte responsabilità appartengono ai governi nazionali e alle amministrazioni locali. Ma sarebbe altrettanto superficiale ignorare il ruolo delle politiche europee e dei vincoli comuni nel determinare le possibilità di intervento dei singoli Stati.
È qui che il dibattito dovrebbe spostarsi. Non soltanto su quanti agenti schierare nelle piazze, ma su quale Europa si intenda costruire e su chi debba avere il potere di determinarne la direzione.
La sicurezza è indispensabile. Chi distrugge, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Ma nessuna operazione di polizia può sostituire una politica capace di ricostruire fiducia, appartenenza, opportunità economiche e rispetto delle istituzioni.
Si possono presidiare le strade, ma non si può mantenere unita una società soltanto attraverso i militari che camminano davanti ai monumenti.
Il rischio è continuare a curare i sintomi di una crisi senza interrogarsi sulle scelte che contribuiscono ad alimentarla.
Ed è proprio questo il confronto politico che manca: non semplicemente come riportare l’ordine nelle città europee, ma come restituire ai popoli la capacità di riconoscersi nelle istituzioni, nella propria comunità nazionale e nel futuro delle proprie patrie.
Perché un’Europa che perde la fiducia dei suoi cittadini non ritroverà la propria stabilità aumentando soltanto il numero delle pattuglie.
Dovrà prima ritrovare una risposta alla domanda che le sue classi dirigenti sembrano troppo spesso evitare: per chi, e soprattutto da chi, deve essere governata l’Europa?





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