Riccardo Bianchi
Una ragazzina di appena 13 anni cammina per le strade di Roma insieme alla madre. Sono le 2:30 di notte, nel cuore di Trastevere, quando uno sconosciuto le si avvicina e, secondo la ricostruzione dei carabinieri, la palpeggia nelle parti intime prima di tentare la fuga.
I militari intervengono immediatamente e arrestano un cittadino etiope di 69 anni, gravemente indiziato di violenza sessuale.
Poco più tardi, intorno alle 4, si verifica un secondo episodio nei pressi di Campo de’ Fiori. Una donna italiana di 31 anni, in compagnia di due amiche, viene molestata con modalità analoghe. Anche in questo caso intervengono i carabinieri, che arrestano un cittadino tunisino di 31 anni.
Due donne aggredite, una delle quali appena tredicenne. Due uomini arrestati nel giro di poche ore. Due episodi che dovrebbero provocare una riflessione durissima sulla sicurezza nella Capitale.
Perché una città nella quale una ragazzina rischia di subire una violenza sessuale persino mentre cammina accanto alla propria madre ha un problema che nessuna propaganda istituzionale può permettersi di ignorare.
Le responsabilità penali saranno accertate dalla magistratura, ma questo non impedisce di esprimere una condanna morale totale nei confronti di comportamenti tanto spregevoli.
E soprattutto non impedisce di porre una domanda politica: quante altre aggressioni dobbiamo registrare prima di mettere la sicurezza delle persone al centro delle priorità di Roma?
La nazionalità dei due arrestati è un fatto di cronaca, non una responsabilità collettiva, certo, ma nascondere quel dato per timore di alimentare polemiche sarebbe altrettanto sbagliato. Una politica seria deve affrontare ogni aspetto del problema, senza pregiudizi e senza omissioni.
Chiunque viva in Italia, italiano o straniero, deve rispettare le nostre leggi e la dignità delle persone. Chi commette violenze sessuali deve risponderne con la massima severità prevista dall’ordinamento. E quando il responsabile è uno straniero, una volta accertata la colpevolezza, devono essere valutate anche tutte le misure di espulsione immediate.
Non è razzismo. È pretendere che lo Stato eserciti le proprie responsabilità.
La libertà di circolare per le strade della propria città senza essere aggrediti viene prima di qualsiasi slogan sull’accoglienza, sull’inclusione o sulla tolleranza.
A Roma servono controlli, prevenzione, interventi tempestivi e la certezza che chi aggredisce una donna non possa continuare a rappresentare un pericolo per gli altri.
Ai carabinieri intervenuti va riconosciuto il merito di aver fermato rapidamente entrambi i sospettati, ma non possiamo chiedere alle forze dell’ordine di compensare da sole tutte le carenze della politica.
Una capitale degna di questo nome deve proteggere le proprie famiglie, le proprie donne e soprattutto i propri figli.
Perché la civiltà di una nazione non si misura dalla tolleranza che riserva a chi viola le sue regole, ma dalla determinazione con cui protegge chi quelle regole le rispetta.
E sulla sicurezza dei nostri figli non può esistere alcun compromesso.





Rispondi