Ramona Castellino
Statue della Madonna imbrattate con scritte blasfeme e un incendio appiccato all’altare esterno della chiesa di San Giacomo.
A pochi giorni dal Mladifest, il cuore spirituale di Medjugorje è stato colpito da un gesto di odio che ferisce milioni di fedeli.
La comunità risponde come insegna la Vergine: preghiera, digiuno e perdono.
Non è semplice vandalismo.
È un atto di profanazione deliberata, un attacco a uno dei simboli mariani più conosciuti al mondo e, insieme, un’offesa alla fede di milioni di cristiani.
Nella notte tra il 27 e il 28 luglio, ignoti hanno imbrattato con vernice nera le statue della Madonna sul Podbrdo, la collina delle apparizioni, deturpandone il volto e lasciando scritte blasfeme, tra cui l’insulto in inglese “Devil in a skirt” (“Diavolo in gonnella”), rivolto alla Vergine Maria.
Come se non bastasse, è stato appiccato il fuoco all’altare esterno della chiesa di San Giacomo, nel tentativo di danneggiare il grande tendone predisposto per accogliere le migliaia di giovani attesi al Mladifest, il Festival internazionale della gioventù che inizierà il 1° agosto.
Solo la struttura ignifuga ha evitato conseguenze ben più gravi.
Secondo le autorità locali, un giovane di origine polacca è stato arrestato e sono in corso le indagini per chiarire le motivazioni del gesto.
Ma al di là delle responsabilità personali, resta il significato profondo di quanto accaduto: colpire Maria significa colpire Cristo, ferire la Chiesa e tentare di intimidire quanti trovano nella fede una sorgente di speranza.
Non è la prima volta che Medjugorje viene presa di mira.
E non è casuale che l’attacco sia arrivato proprio alla vigilia del Mladifest, quando decine di migliaia di pellegrini da tutto il mondo si preparano a salire sulla collina delle apparizioni per pregare il Rosario.
È difficile non cogliere la volontà di trasformare un luogo di conversione e di pace in un teatro di provocazione anticristiana.
Eppure, ancora una volta, la risposta della comunità cattolica smentisce la logica dell’odio.
Le statue sono state immediatamente ripulite, l’altare sistemato e la parrocchia ha invitato tutti a non lasciarsi trascinare dalla rabbia.
“Preghiera, digiuno e perdono”
sono queste le armi indicate, da oltre quarant’anni, dalla spiritualità di Medjugorje.
Anche don Filippo Romagnoli ha esortato i fedeli a pregare per la conversione di chi ha compiuto il sacrilegio, ricordando che il cristiano non risponde al male con altro male, ma con la carità e la verità del Vangelo.
Un atteggiamento che non minimizza la gravità dell’accaduto, ma testimonia la forza della fede di fronte alla violenza.
L’episodio richiama anche una riflessione più ampia.
In un’Europa che proclama tolleranza e inclusione, gli attacchi ai simboli cristiani sembrano suscitare troppo spesso un’indignazione flebile o selettiva.
La libertà religiosa non può essere difesa a intermittenza: colpire una chiesa, una croce o una statua della Madonna significa colpire il patrimonio spirituale e culturale di un intero popolo.
Nei prossimi giorni migliaia di giovani saliranno comunque sul Podbrdo.
Lo faranno con il Rosario tra le mani, davanti alla stessa statua che qualcuno ha tentato di oltraggiare.
Sarà la risposta più eloquente a chi ha creduto di poter spegnere la fede con la violenza: dove il mondo semina odio, i cristiani continuano a seminare speranza; dove si tenta di profanare il sacro, la Chiesa continua ad annunciare il perdono e il Vangelo; dove qualcuno vuole dividere, Maria continua a richiamare tutti alla pace e alla conversione.




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