Ramona Castellino
Altro che sostegno alla natalità.
Con il finanziamento del social freezing la Regione Lombardia sceglie di assecondare la cultura che ha prodotto il crollo delle nascite: quella che trasforma il figlio in un progetto da rimandare, la fertilità in un materiale biologico da conservare e la maternità in una pratica da programmare quando tutto il resto sarà stato realizzato.
C’è qualcosa di profondamente drammatico nel fatto che, mentre l’Italia registra ogni anno un nuovo record negativo di nascite, una delle regioni più importanti del Paese pensi di combattere la denatalità… invitando le donne a rimandare ancora la maternità.
È questa la logica rovesciata contenuta nell’ordine del giorno approvato dal Consiglio regionale della Lombardia, che apre la strada al finanziamento pubblico del cosiddetto social freezing, il congelamento degli ovociti per motivi non sanitari.
Una scelta presentata come moderna, emancipatrice e favorevole alle donne, ma che rappresenta l’ennesima resa della politica all’ideologia tecnocratica e individualista.
Il messaggio è chiaro: non cambiamo una società che rende difficile mettere al mondo figli; cambiamo invece il corpo della donna, adattandolo ai tempi del mercato.
Non aiutiamo le giovani coppie a costruire una famiglia; insegniamo loro a mettere la fertilità in freezer, sperando che la biologia aspetti il momento giusto.
È una promessa che nessuno può mantenere.
Perché la medicina può conservare degli ovociti, ma non può congelare il tempo.
Non può impedire l’invecchiamento dell’organismo, né eliminare i rischi di una gravidanza tardiva.
Soprattutto, non può garantire la nascita di un figlio.
Il social freezing viene spesso raccontato come una sorta di assicurazione sulla maternità, mentre è soltanto una possibilità tecnica dai risultati limitati e incerti.
Ma il problema più grave non è scientifico: è antropologico.
Quando la fertilità diventa qualcosa da archiviare in un laboratorio e il figlio viene programmato come l’ultimo tassello di un percorso di autorealizzazione, si perde il significato stesso della generazione umana.
La vita non viene più accolta, ma gestita; non è più un dono, ma un progetto; non nasce più dall’amore degli sposi, ma dall’efficienza della tecnica.
È esattamente la mentalità che il Magistero della Chiesa denuncia da decenni.
La dignità della procreazione viene oscurata quando l’origine della vita è separata dall’atto coniugale e affidata ai procedimenti della fecondazione artificiale.
Non tutto ciò che la tecnologia rende possibile diventa, per questo solo fatto, moralmente lecito.
Ancora più inquietante è la decisione di far pagare questa pratica ai contribuenti.
Dopo aver finanziato contraccezione, aborto farmacologico e altre misure ispirate alla cultura dello scarto, ora si chiede ai cittadini di sostenere economicamente anche una pratica che prepara il terreno alla procreazione artificiale.
Il tutto mentre migliaia di giovani famiglie continuano a fare i conti con salari insufficienti, precarietà lavorativa, affitti insostenibili e servizi carenti.
La politica continua così a curare i sintomi, ignorando la malattia.
La denatalità non nasce perché mancano i congelatori.
Nasce perché da decenni si è demolita la famiglia, banalizzato il matrimonio, separato sessualità e procreazione, legalizzato l’aborto, normalizzato il divorzio e diffusa una cultura nella quale il figlio è percepito come un ostacolo alla realizzazione personale anziché come una benedizione.
Non sarà un serbatoio di azoto liquido a invertire questa deriva.
L’Italia tornerà a vivere quando tornerà a credere nella famiglia fondata sul matrimonio, nella maternità come vocazione e nella paternità come responsabilità.
Quando le istituzioni avranno il coraggio di sostenere davvero chi desidera avere figli oggi, non fra vent’anni.
Quando si comprenderà che la fertilità non è un problema tecnico da amministrare, ma un dono da custodire.
Congelare gli ovociti non significa difendere la vita.
Significa, piuttosto, congelare anche la speranza di una società che ha smarrito il coraggio di accogliere il futuro nel modo più semplice e più umano: facendo nascere dei figli.




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