L'Italia Quotidiano

Conte come Fauci: quando il silenzio diventa un atto politico. Cinque anni dopo il Covid c’è ancora chi nasconde la verità

La Redazione

Dall’aula del Senato americano alla Commissione parlamentare italiana, Anthony Fauci e Giuseppe Conte hanno scelto strategie diverse ma con un risultato analogo: sottrarsi, almeno in parte, a un confronto pieno sulle decisioni che hanno cambiato la vita di milioni di cittadini.

Il diritto alla difesa è sacrosanto, ma la trasparenza verso le istituzioni resta una questione politica prima ancora che giudiziaria.

Per anni hanno chiesto ai cittadini fiducia assoluta.

Hanno imposto restrizioni senza precedenti, limitato libertà costituzionali, chiuso imprese, scuole e chiese, deciso quali cure fossero ammesse e quali no.

Durante l’emergenza la parola d’ordine era una sola: fidarsi.

Il mezzo: il ricatto della tessera verde.

Soluzione: o ti vaccini o muori. Peccato per loro che ad oggi è già storia che sapevano che il vaccino non proteggeva né dal virus né dal contagio.

E quando sono le istituzioni a chiedere conto di quelle decisioni, la disponibilità sembra improvvisamente venir meno.

La fotografia che arriva da Washington e da Roma è sorprendentemente simile.

Negli Stati Uniti Anthony Fauci, simbolo mondiale della gestione sanitaria della pandemia, si è presentato davanti alla Commissione del Senato presieduta da Rand Paul, ma ha scelto di invocare ripetutamente il Quinto Emendamento, rifiutandosi di rispondere alle domande che avrebbero potuto esporlo ad autoincriminazione.

Secondo quanto riportato dalla stampa americana, il ricorso alla tutela costituzionale è stato ripetuto oltre cento volte.

La Commissione ha successivamente annunciato iniziative per valutare un’eventuale accusa di oltraggio al Congresso, mentre Fauci continua a respingere ogni addebito sulle accuse riguardanti le origini del virus e i finanziamenti alla ricerca in Cina.

Naturalmente, invocare il Quinto Emendamento è un diritto previsto dalla Costituzione americana e non costituisce, di per sé, un’ammissione di colpa.

Ma sul piano politico il messaggio è inevitabile: chi per anni ha spiegato tutto agli altri oggi preferisce non spiegare se stesso.

In Italia il copione cambia nei dettagli ma non nella sostanza.

Giuseppe Conte ha trascorso mesi in un braccio di ferro con la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

Prima la discussa presenza come componente della stessa Commissione, poi il lungo confronto sulle modalità della convocazione, quindi lo scontro sulle date dell’audizione.

Conte ha sempre sostenuto di non essersi mai sottratto e di aver chiesto egli stesso una data certa, accusando la maggioranza di voler costruire un processo politico.

Dall’altra parte, la maggioranza ha denunciato continui rinvii e comportamenti dilatori.

Alla fine l’audizione si è svolta il 6 agosto, ma il clima è stato tutt’altro che quello di un sereno accertamento dei fatti.

Conte ha contrattaccato, definendo la Commissione uno strumento di propaganda e difendendo l’intera gestione del proprio governo, dai DPCM ai lockdown fino alle campagne vaccinali.

Anche diversi osservatori hanno rilevato come il confronto abbia assunto toni prevalentemente politici, lasciando molte questioni tecniche ancora aperte.

Ed è proprio questo il punto.

Non serve stabilire oggi se Conte abbia avuto ragione o torto su ogni singolo provvedimento.

Come per Fauci, Conte ha esercitato un potere straordinario durante
il COVID e dovrebbe essere il primo ad avere interesse a chiarire ogni dubbio.

Invece si assiste a una continua ricerca dello scontro procedurale.

Conte denuncia una Commissione politicizzata.

Fauci parla di persecuzione politica.

Ma milioni di cittadini hanno il diritto di sapere perché furono prese decisioni che hanno inciso come nessun’altra nella storia repubblicana recente.

Perché vennero scelti i lockdown?

Perché furono esclusi determinati protocolli terapeutici mentre altri venivano raccomandati?

Quali basi scientifiche sostenevano alcune misure poi rivelatesi discutibili?

Come furono gestiti gli acquisti di dispositivi sanitari?

Quale ruolo ebbero consulenti, comitati tecnico-scientifici e organismi internazionali?

Sono domande che non appartengono né alla destra né alla sinistra.

Appartengono al diritto di ogni cittadino di conoscere la verità.

Ed è proprio qui che il parallelismo tra Conte e Fauci assume un significato politico.

Durante la pandemia entrambi rappresentavano, ciascuno nel proprio ambito, figure quasi intoccabili.

Le loro parole orientavano governi, media e opinione pubblica.

Il dissenso represso, liquidato come irresponsabile o antiscientifico e puniti severamente.

Oggi, invece, il rapporto sembra essersi capovolto.

Le istituzioni chiedono spiegazioni.

I protagonisti replicano denunciando un processo politico.

Può anche essere vero che le Commissioni abbiano inevitabilmente una dimensione politica. Sarebbe ingenuo negarlo.

Ma proprio per questo la risposta migliore non è il silenzio colpevole ma la trasparenza.

Secondo Giuseppe Conte:

“Gli italiani hanno sottoscritto un patto.”

Davvero?
Quale patto?
Firmato dove?
E quando sarebbe stato chiesto agli italiani di sottoscriverlo?

Gli italiani non firmarono alcun contratto con il Governo.

Hanno dovuto rispettare DPCM, lockdown, divieti e limitazioni perché erano norme dello Stato, non perché le avessero liberamente condivise.

Obbedire a una legge non significa approvarla.

E il consenso non si può attribuire retroattivamente a milioni di cittadini che, in molti casi, hanno contestato quelle misure dentro e fuori dai tribunali.

Trasformare l’obbligo di rispettare le regole in un presunto “patto” tra Governo e popolo significa confondere il potere di imporre decisioni con il consenso democratico.

La storia del Covid va ricostruita con i fatti, non riscritta con le interpretazioni.

E se le scelte erano corrette, dovrebbero poter essere difese con documenti, dati e argomentazioni.

Se invece furono commessi errori, ammetterli rafforzerebbe, non indebolirebbe, la credibilità delle istituzioni.

Il rischio, altrimenti, è che il sospetto continui a crescere.

E il sospetto è il terreno ideale su cui prospera la sfiducia verso lo Stato.

Cinque anni dopo il Covid non serve costruire tribunali politici.

Serve ricostruire la verità.

Perché nessuna emergenza può trasformarsi in una zona franca della democrazia.

E chi allora chiedeva ai cittadini di fidarsi dello Stato, dovrebbe oggi dimostrare la stessa fiducia nelle istituzioni chiamate a fare chiarezza.

Non per vendetta.

Non per rivalsa politica.

Ma perché senza responsabilità pubblica, la fiducia non si ricostruisce mai.


Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

ISCRIVITI CON IL NOSTRO COMITATO COSTITUENTE 638 CLICCA QUI, SELEZIONA “INDIPENDENZA 638”
INVIACI UN WHATSAPP PER ESSERE INSERITO NEL GRUPPO POLITICO. CLICCA QUI

Articoli Recenti

Commenti Recenti

  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

Social Media

Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere