Ramona Castellino
Il 6 agosto del 258 un Papa e i suoi diaconi affrontarono la persecuzione di Valeriano.
Nessun compromesso, nessuna abiura: davanti alla minaccia della morte, Sisto II scelse Cristo.
E pochi giorni dopo san Lorenzo avrebbe seguito la stessa strada.
Ci sono epoche in cui essere cristiani non costa nulla.
E ce ne sono altre in cui confessare pubblicamente Cristo, significa mettere in conto la prigione, l’esilio, la perdita dei beni e persino la morte.
Nel 258 la Chiesa di Roma conobbe una di queste ore terribili.
Sul soglio di Pietro sedeva san Sisto II, pontefice da meno di un anno.
La persecuzione scatenata dall’imperatore Valeriano aveva ormai abbandonato ogni prudenza: non si chiedeva più semplicemente ai cristiani di tacere.
Si pretendeva da loro l’abiura, la rinuncia alla fede, il sacrificio agli dèi pagani.
In altre parole: rinnegare Cristo o morire.
Sisto II non rinnegò Cristo.
L’editto di Valeriano: la fede doveva essere spezzata
La persecuzione del 258 rappresentò un inasprimento delle misure già adottate l’anno precedente.
Il nuovo editto imperiale colpiva in modo particolare i responsabili delle comunità cristiane: vescovi, presbiteri e diaconi dovevano essere immediatamente puniti.
La testimonianza più antica sulla vicenda è quella di san Cipriano di Cartagine, che scrisse pochi giorni dopo il martirio di Sisto II.
La sua lettera costituisce una fonte di straordinario valore proprio perché vicinissima agli avvenimenti.
Cipriano riferisce che il Papa fu martirizzato il 6 agosto e che con lui morirono alcuni diaconi.
Non era una leggenda nata secoli dopo.
La persecuzione era una realtà concreta, documentata da una voce contemporanea agli eventi.
E la risposta della Chiesa fu quella che aveva già dato nei decenni precedenti: non apostasia, ma testimonianza.
Secondo la tradizione liturgica, Sisto II fu sorpreso mentre celebrava e spiegava ai fratelli la legge divina.
Sopraggiunsero i soldati.
Il pontefice venne arrestato e condotto al martirio.
Il quadro è di una semplicità impressionante: il sacerdote celebra, annuncia la Parola, arrivano i persecutori e la celebrazione si trasforma in anticamera del martirio.
Non ci sono trattative sulla verità.
Non ci sono formule ambigue per salvare la pelle.
Non c’è la ricerca di un compromesso con il potere pagano.
C’è un uomo che appartiene a Cristo.
Ed è proprio questa radicalità che rende ancora oggi attuale la memoria di Sisto II.
Le fonti antiche non concordano perfettamente sul numero dei diaconi martirizzati insieme al Papa e sulle circostanze precise dell’esecuzione.
San Cipriano parla di quattro diaconi; la tradizione successiva ricorda anche Agapito, Felicissimo, Gennaro, Magno, Vincenzo e Stefano.
Il Martirologio Romano conserva questa memoria distinguendo anche il luogo del martirio di Agapito e Felicissimo, mentre ricorda gli altri quattro come compagni di Sisto II.
La prudenza sulle fonti, tuttavia, non cambia il punto fondamentale: nell’estate del 258 uomini della Chiesa di Roma furono uccisi perché cristiani e perché rifiutarono di rinnegare la loro fede.
E la persecuzione non era ancora finita.
Tra i sette diaconi di Sisto II, il più celebre sarebbe stato l’ultimo a morire.
Era san Lorenzo, destinato a diventare uno dei martiri più venerati della cristianità romana.
La tradizione racconta che Sisto, consapevole dell’imminente martirio, gli affidò il compito di distribuire ai poveri i beni della Chiesa.
Lorenzo avrebbe obbedito, prima di essere arrestato e condotto alla morte il 10 agosto.
Il martirio di Sisto II, dunque, non rimase un episodio isolato.
La stessa Chiesa che perdeva il suo pastore continuava a confessare Cristo attraverso i suoi ministri.
Prima Sisto. Poi Lorenzo.
Una successione di martiri che la memoria cristiana non ha mai dimenticato.
Nel XIX secolo anche san Giovanni Bosco volle raccontare la vicenda di Sisto II e Lorenzo, inserendola nella sua opera dedicata alle vite dei Pontefici.
Nel racconto di don Bosco, Sisto appare come un pastore consapevole della prova che sta per abbattersi sulla Chiesa. Rivolgendosi al clero, richiama l’esempio di Cristo e dei martiri che lo hanno preceduto.
Il senso della scena è chiarissimo: il martirio cristiano non nasce dalla ricerca della sofferenza, ma dalla fedeltà a una verità che non può essere venduta.
Cristo stesso ha preceduto i suoi discepoli sulla via della Croce.
Il cristiano non fa altro che seguirlo.
Sono trascorsi quasi diciotto secoli.
Gli dèi pagani dell’antica Roma non dominano più i templi della città.
Valeriano appartiene alla storia.
Ma la testimonianza di Sisto II resta.
Perché ogni epoca può presentare al cristiano la stessa domanda sotto forme differenti: quanto sei disposto a cedere della tua fede pur di essere lasciato in pace?
Il martire risponde con la propria vita.
Sisto II non ebbe un lungo pontificato.
Non costruì una grande carriera ecclesiastica.
Non ebbe il tempo di lasciare una lunga serie di documenti.
Lasciò qualcosa di più radicale: il sangue versato per Cristo.
E la Chiesa, attraverso i secoli, ha continuato a pronunciare il suo nome.
Non come quello di un uomo sconfitto dal potere di Roma, ma come quello di un Papa che, davanti al potere di Roma, rimase fedele al Re dei re.




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