Ramona Castellino
Washington punta su ospedali, cliniche e organizzazioni di ispirazione religiosa.
L’America First entra anche nella cooperazione internazionale: meno ideologia, più aiuti direttamente sul campo.
L’America di Donald Trump sta prendendo forma molto più concretamente di quanto raccontino le polemiche quotidiane.
È quella di un Paese che, anche nella politica degli aiuti internazionali, vuole tornare a scegliere con maggiore attenzione chi finanziare, per fare cosa e secondo quali principi.
Il segnale più clamoroso è arrivato nei giorni scorsi dal Dipartimento di Stato: Washington ha annunciato quasi 2 miliardi di dollari in partenariati con organizzazioni religiose e comunitarie impegnate nella sanità e nell’assistenza umanitaria internazionale.
È la più grande assegnazione di aiuti sanitari statunitensi a organizzazioni religiose in oltre vent’anni.
Tra i destinatari figurano realtà cristiane di grande esperienza internazionale come World Vision, Compassion International e Samaritan’s Purse.
Il cuore dell’operazione è rappresentato da circa 1,4 miliardi di dollari destinati a sostenere ospedali, cliniche e strutture sanitarie gestite da organizzazioni religiose e comunitarie in più di venti Paesi, nell’ambito della nuova America First Global Health Strategy.
Non è soltanto una questione di cifre. È soprattutto una questione di criteri.
La nuova parola d’ordine: aiutare chi ha bisogno
Uno degli aspetti più significativi della nuova impostazione riguarda la destinazione concreta delle risorse.
Secondo il Dipartimento di Stato, i programmi finanziati dovranno destinare almeno l’80 per cento delle risorse ai servizi di prima linea, quelli che raggiungono concretamente i pazienti e le persone bisognose.
Il confronto con i precedenti programmi è netto: Washington indica infatti una quota storica di appena il 35-40 per cento destinata direttamente ai servizi sul campo, con il resto assorbito da costi amministrativi, gestione e strutture organizzative.
La domanda, allora, è inevitabile: gli aiuti internazionali devono servire a mantenere apparati o a soccorrere persone?
La risposta dell’amministrazione Trump sembra essere chiara: prima vengono i malati, i poveri, i bambini, le famiglie e le comunità; dopo vengono gli apparati.
È una scelta che può essere discussa politicamente, ma che difficilmente può essere liquidata come semplice propaganda.
I fondi annunciati sono reali e il Dipartimento di Stato li ha presentati ufficialmente come una svolta nella collaborazione con le organizzazioni faith-based.
C’è poi un elemento culturale che non può essere ignorato.
Per decenni, in larga parte dell’Occidente, la parola “religioso” è stata progressivamente espulsa dal vocabolario della cooperazione internazionale.
La fede veniva spesso considerata, nella migliore delle ipotesi, un fatto privato da tollerare e, nella peggiore, un ostacolo alla modernizzazione.
Eppure proprio le organizzazioni religiose continuano a gestire una parte significativa delle strutture sanitarie e assistenziali in numerose aree del mondo.
Il nuovo approccio americano parte da una considerazione pragmatica: se una struttura cura, assiste e raggiunge concretamente le popolazioni più povere, perché non dovrebbe essere finanziata semplicemente perché è nata da una tradizione religiosa?
È una domanda che mette in crisi una delle convinzioni più radicate del progressismo contemporaneo: quella secondo cui la neutralità dello Stato richiederebbe necessariamente di marginalizzare ogni soggetto ispirato dalla fede.
La svolta non riguarda soltanto i destinatari.
Riguarda anche le condizioni poste ai finanziamenti.
L’amministrazione Trump ha introdotto nel 2026 la politica denominata “Promoting Human Flourishing in Foreign Assistance”, articolata in nuove regole riguardanti aborto, ideologia di genere e programmi legati alla cosiddetta diversity, equity and inclusion.
Per i sostenitori della nuova linea, si tratta di impedire che il denaro dei contribuenti americani venga utilizzato per promuovere programmi ideologici estranei agli obiettivi essenziali dell’assistenza internazionale.
Ma proprio qui emerge il punto politico fondamentale: Trump non considera più neutrale ciò che per anni è stato presentato come neutrale.
Dietro parole apparentemente tecniche come “gender”, “DEI” o “reproductive health” possono infatti nascondersi precise concezioni antropologiche.
E Washington ha deciso di dichiarare apertamente che i propri finanziamenti non devono necessariamente sostenerle.
Alla componente sanitaria si aggiungono 538 milioni di dollari destinati alle operazioni di risposta alle emergenze umanitarie, attraverso organizzazioni considerate affidabili dall’amministrazione americana.
Il quadro complessivo è dunque molto diverso dalla narrazione secondo cui la chiusura e il ridimensionamento di USAID coinciderebbero semplicemente con la fine dell’impegno americano nel mondo.
La realtà è più complessa: Washington sta ridisegnando il proprio sistema di aiuti, riducendo alcuni canali e privilegiandone altri, con un controllo politico molto più marcato sulla destinazione delle risorse.
È una differenza sostanziale.
Non più necessariamente “più aiuti” come principio assoluto, ma aiuti subordinati a una precisa visione della politica estera americana.
Ed è precisamente questo il significato dell’“America First” applicato alla cooperazione internazionale.
La questione dovrebbe interessare molto anche l’Europa.
Se gli Stati Uniti possono decidere di legare la propria politica di cooperazione a criteri di efficacia, controllo della spesa, priorità geopolitiche e principi culturali, perché l’Europa dovrebbe considerare ideologicamente impensabile una discussione analoga?
Il punto non è stabilire se ogni scelta di Trump sia automaticamente giusta.
Il punto è un altro: la politica degli aiuti non è mai stata davvero neutrale.
Per anni il denaro pubblico occidentale ha finanziato organizzazioni e programmi che non si limitavano a distribuire medicine o alimenti, ma promuovevano anche determinate concezioni della persona, della famiglia, della sessualità e della società.
Ora l’amministrazione americana sta facendo l’operazione inversa: sta dicendo che anche la difesa della vita, la centralità della famiglia e il ruolo delle comunità religiose possono essere criteri legittimi nella scelta di chi finanziare.
Ed è forse proprio questo il vero scandalo.
Non i quasi due miliardi di dollari.
Ma l’idea, tornata improvvisamente possibile, che un governo possa considerare la fede cristiana non un problema da neutralizzare, bensì una forza capace di curare, assistere e servire l’uomo.




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