L'Italia Quotidiano

ROMA ALZA IL MURO: “I MIGRANTI NON SONO UN PACCO DA RISPEDIRE”

La Redazione 

Dublin pretende i trasferimenti. 

L’Italia dice basta: prima si tenga conto del peso sostenuto dal nostro Paese. 

E intanto Meloni e Frederiksen chiedono una stretta europea sui rimpatri

La partita dell’immigrazione europea cambia campo. 

E questa volta, finalmente, Roma decide di giocare all’attacco.

Da una parte c’è la Germania, che con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, vuole riattivare i trasferimenti dei richiedenti asilo verso i Paesi considerati responsabili della loro gestione, Italia compresa. 

Dall’altra c’è il governo italiano, che non sembra più disposto ad accettare il meccanismo dei cosiddetti “dublinanti” come se l’Italia fosse semplicemente il terminale logistico dell’intera politica migratoria europea. 

Il nuovo fronte è quello dei trasferimenti Dublino. 

Berlino sostiene che il nuovo quadro europeo debba rendere operativi i rientri. 

Roma, secondo quanto riportato nelle ultime ore, contesta invece l’idea di considerare automaticamente trasferibili i casi precedenti all’entrata in vigore del nuovo sistema, fissata al 12 giugno 2026. 

È uno scontro tecnico solo in apparenza.

Dietro le procedure c’è una domanda politica: chi deve farsi carico del costo dell’immigrazione irregolare che arriva alle frontiere meridionali dell’Europa?

L’Italia sostiene di avere già sopportato una parte enorme di questo peso.

E ora mette sul tavolo anche la questione delle navi delle organizzazioni non governative, chiedendo che il dibattito europeo non possa limitarsi a stabilire chi debba riprendere i richiedenti asilo una volta arrivati nel Nord Europa.

La linea di Roma, insomma, è semplice: l’Italia non può essere contemporaneamente porta d’ingresso, centro di accoglienza e Paese di ritorno per conto degli altri.

Il tema delle ONG tedesche aggiunge benzina al conflitto.

È documentato che la Germania abbia sostenuto finanziariamente United4Rescue, organizzazione che finanzia anche attività legate alle navi impegnate nel soccorso in mare. 

Nel 2022 il Bundestag aveva previsto 2 milioni di euro l’anno fino al 2026 per United4Rescue; la stessa organizzazione rende pubblici finanziamenti alle proprie navi, tra cui 200 mila euro destinati nel 2024 alla Sea-Watch 5. 

Berlino sembra voglia “favorire l’invasione”, attraverso un paradosso politico che Roma ha deciso di mettere sotto i riflettori: mentre l’Italia combatte per contenere gli arrivi nel Mediterraneo, in Germania esistono forme di sostegno pubblico a organizzazioni impegnate nelle operazioni di soccorso.

Il punto vero è dunque chiaro: la solidarietà europea non può funzionare soltanto quando si tratta di distribuire i costi sugli Stati di frontiera.

Poi c’è Ceuta.

La crisi esplosa alla frontiera tra Marocco e Spagna ha trasformato l’enclave nordafricana in uno dei simboli della nuova emergenza migratoria europea. 

Le cifre circolate nelle ultime settimane sono enormi, con decine di migliaia di attraversamenti.

L’effetto politico è stato immediato.

L’Italia ha ripristinato temporaneamente i controlli nei confronti della Spagna, una decisione legata proprio alla crisi migratoria e alle preoccupazioni sulla sicurezza delle frontiere.

La questione Ceuta dimostra quanto sia fragile l’idea di un’Europa senza frontiere interne quando le frontiere esterne non sono realmente sotto controllo.

Schengen può funzionare soltanto se l’Europa riesce a controllare chi entra.

Altrimenti la libera circolazione rischia di diventare l’anello finale di una catena iniziata migliaia di chilometri più a sud.

Ed è proprio su questo terreno che Giorgia Meloni trova un’alleata importante: la premier danese Mette Frederiksen.

In un messaggio congiunto diffuso il 10 agosto, le due leader hanno ribadito il rifiuto dell’immigrazione incontrollata e la necessità di rafforzare i rimpatri, proponendo anche centri di rimpatrio o altre soluzioni al di fuori dell’Europa. 

È un asse politicamente significativo.

Perché Frederiksen non appartiene alla destra italiana. 

È una socialdemocratica. 

Eppure sulla gestione dell’immigrazione ha adottato da tempo una linea particolarmente severa.

Il messaggio che arriva da Roma e Copenaghen è quindi rivolto soprattutto a Bruxelles: l’immigrazione non può essere affrontata soltanto con l’accoglienza; servono controllo delle frontiere, rimpatri effettivi e accordi con i Paesi terzi.

Il vero scontro europeo, a questo punto, non riguarda soltanto qualche migliaio di trasferimenti amministrativi.

Riguarda la sovranità.

Chi decide chi entra? Chi paga? Chi rimpatria? Chi controlla le frontiere? E soprattutto: può uno Stato di frontiera essere obbligato a riprendersi persone arrivate anni prima mentre continua a sostenere il peso degli sbarchi?

Roma ha deciso di porre queste domande a Berlino.

E la Germania, a sua volta, sembra intenzionata a far valere le nuove regole europee.

La partita è appena cominciata.

Dopo anni nei quali l’Italia è stata trattata come il principale punto di approdo del Mediterraneo, il governo Meloni prova a trasformare il dossier migratorio da problema italiano a questione europea.

Il principio politico è quello che emerge sempre più chiaramente: solidarietà sì, ma non a senso unico.

Perché se l’Europa vuole davvero essere un’unione, non può pretendere che le frontiere meridionali siano italiane, mentre le conseguenze dell’immigrazione diventano improvvisamente un problema di tutti soltanto quando arrivano a Berlino.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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