Ramona Castellino
Brigitte Stegemann aveva 83 anni e, secondo il racconto della famiglia, aveva sempre rifiutato l’eutanasia.
Eppure il 10 luglio, in una struttura per anziani dell’Ontario, è stata sottoposta alla procedura.
Se la ricostruzione dei familiari sarà confermata, non siamo soltanto davanti a una possibile violazione di protocolli: siamo davanti alla domanda decisiva di ogni civiltà, cioè se la vita di una persona fragile possa essere considerata disponibile da altri.
Ci sono vicende che non possono essere archiviate come semplici casi di malasanità o come incidenti burocratici.
La storia di Brigitte Stegemann appartiene a questa categoria.
La ricostruzione resa pubblica dalla sua famiglia, descrive una sequenza di avvenimenti inquietanti.
Brigitte, affettuosamente chiamata GG dai parenti, era affetta da un tumore allo stomaco al IV stadio.
Ma, soprattutto, secondo i familiari aveva manifestato con chiarezza la propria contrarietà all’eutanasia, anche per motivi legati alla sua fede cristiana.
Eppure la questione sarebbe tornata ripetutamente sul tavolo.
Secondo il racconto della famiglia, circa due mesi prima della morte si tenne una riunione, nella quale venne discussa la possibilità di ricorrere alla morte medicalmente assistita.
In quell’occasione Brigitte avrebbe espresso chiaramente il proprio rifiuto.
La famiglia sostiene inoltre che, nei giorni successivi, alcuni operatori sanitari avrebbero continuato a discutere con lei della possibilità dell’eutanasia, nonostante la posizione già manifestata.
Il 6 luglio si sarebbe tenuto un ulteriore incontro.
I familiari erano presenti e avrebbero ribadito la loro opposizione, sollevando anche dubbi sulle capacità cognitive della donna.
Il punto è cruciale.
Perché quando una persona è anziana, malata, fragile o cognitivamente vulnerabile, la prima responsabilità di chi la assiste dovrebbe essere quella di proteggere la sua libertà, non di renderle più facilmente accettabile la morte.
Il giorno seguente, una dottoressa avrebbe valutato la capacità di Brigitte di prendere una decisione riguardo all’eutanasia.
Durante il colloquio, sempre stando al racconto dei parenti, la donna avrebbe fornito ripetutamente risposte errate, anche su informazioni elementari riguardanti la propria vita e la propria famiglia.
I familiari avrebbero dovuto correggerla.
Nonostante ciò, la dottoressa avrebbe concluso che Brigitte era capace di prendere la decisione.
È proprio qui che emerge una questione che va ben oltre il singolo caso.
Che cosa significa realmente consenso, quando chi dovrebbe prestarlo non comprende pienamente ciò che sta accadendo?
Non basta pronunciare una parola.
Il consenso, per essere autentico, deve essere libero, informato e consapevole.
E quando è in gioco la vita di una persona, ogni dubbio dovrebbe spingere verso la massima prudenza.
Il passaggio più drammatico del racconto familiare arriva dopo la valutazione.
Secondo i parenti, Brigitte sarebbe apparsa confusa e profondamente angosciata.
Avrebbe chiesto: “Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?”
Avrebbe poi pianto a lungo, ripetendo di avere commesso un errore.
La nipote, che secondo la famiglia era la sua rappresentante legale in determinate circostanze, l’avrebbe rassicurata ricordandole che avrebbe potuto comunicare all’équipe medica la propria volontà di non procedere.
Poi arrivò il 10 luglio.
E qui la vicenda assume un contorno ancora più grave, sempre secondo la ricostruzione dei familiari: al momento decisivo, la donna non avrebbe espresso verbalmente il consenso richiesto.
Sarebbe rimasta in silenzio.
Nonostante ciò, la procedura sarebbe stata eseguita.
Se questa ricostruzione verrà confermata dalle autorità competenti, la domanda non potrà essere elusa: come è stato possibile arrivare alla morte medicalmente assistita di una persona che aveva precedentemente espresso opposizione e che, nel momento decisivo, non avrebbe manifestato verbalmente la volontà di morire?
I sostenitori dell’eutanasia potrebbero rispondere che, se le circostanze sono realmente quelle riferite dalla famiglia, ci troveremmo semplicemente davanti a una violazione delle regole.
Un abuso individuale, non un problema dell’eutanasia in quanto tale.
Ma la questione è più radicale.
La vita umana non diventa meno preziosa perché è segnata dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla disabilità o dalla dipendenza.
La persona sofferente non è uno scarto dell’esistenza.
E la medicina, nata per curare e alleviare il dolore, non dovrebbe trasformare la morte provocata in una risposta ordinaria alla sofferenza.
È questo il crinale sul quale si misura una società.
Una società autenticamente umana dovrebbe chiedersi: che cosa facciamo quando una persona non è più autonoma?
La accompagniamo oppure cominciamo a considerare la sua morte una soluzione?
La risposta non può essere ambigua.
Il malato non perde la propria dignità quando perde la propria autosufficienza.
Anzi, proprio allora la sua fragilità interpella maggiormente la comunità.
Il caso Stegemann, mostra inoltre quanto sia delicato il confine tra una scelta autenticamente libera e una decisione maturata dentro una condizione di vulnerabilità.
Quando una persona anziana sente di essere un peso, quando la malattia appare senza speranza, quando la disabilità viene percepita come una vita “non più degna”, la libertà non può essere ridotta alla semplice assenza di un divieto.
Occorre domandarsi anche quale cultura circondi quella scelta.
Perché una società può dichiarare formalmente che nessuno è obbligato a morire e, nello stesso tempo, costruire progressivamente un ambiente nel quale la morte appare come la soluzione più ragionevole, più economica o persino più compassionevole.
È qui che il principio della cura del più debole, diventa una vera contestazione culturale.
Il Canada rappresenta, da anni, uno dei laboratori più avanzati dell’espansione della morte medicalmente assistita.
Proprio per questo ciò che accade oltre Atlantico dovrebbe essere osservato con attenzione anche in Europa.
Non per alimentare paure o generalizzazioni, ma per porre una domanda semplice e terribile: una volta che la morte provocata viene riconosciuta come prestazione sanitaria, quali saranno i confini che impediranno alla società di spostarli continuamente?
Perché il consenso non è un dettaglio amministrativo.
È la barriera che separa la cura, dall’eliminazione del paziente.
E per un cristiano c’è una verità ancora più profonda: la vita di un anziano, di un malato, di una persona disabile non ha un valore inferiore perché dipende dagli altri.
Quando la fragilità diventa il criterio con cui si misura il valore di una vita, allora non è più soltanto il malato a essere in pericolo.
È la società intera.




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