Ramona Castellino
Un rapporto ufficiale dell’amministrazione americana accusa il sistema della “gender medicine” di aver creato nuovi e redditizi flussi di entrate attraverso trattamenti sui minori.
Nel mirino anche presunte anomalie nella fatturazione.
Accuse gravissime, che ora dovranno essere verificate, ma che aprono una domanda inquietante: quando la cura diventa un mercato, chi protegge il bambino?
Per anni la discussione sulla transizione di genere dei minori è stata condotta quasi esclusivamente sul terreno dei diritti, dell’identità e dell’inclusione.
Adesso Washington introduce nel dibattito una parola molto meno nobile, ma decisiva: denaro.
Un rapporto del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti, intitolato Wolves in White Coats, sostiene che ospedali e professionisti avrebbero potuto trasformare gli interventi legati alla cosiddetta “gender medicine” in una fonte di entrate continuative.
Il documento parla esplicitamente di “captive patients”, cioè pazienti vincolati a un percorso sanitario protratto nel tempo.
La tesi è semplice e, proprio per questo, inquietante.
Un bambino sano che entra in un percorso di transizione può diventare un paziente sottoposto a visite endocrinologiche periodiche, analisi, monitoraggio degli effetti collaterali, controlli sulla densità ossea, consulenze psicologiche, terapie ormonali e, in alcuni casi, procedure chirurgiche.
Il rapporto osserva che questo modello può generare un flusso di prestazioni molto più lungo rispetto alla normale pediatria, dove molte patologie sono acute o transitorie.
Il bambino diventa un modello di business.
È questa l’accusa più dirompente contenuta nel rapporto: la possibilità che un sistema sanitario abbia trovato nei percorsi di transizione pediatrica una nuova fonte di ricavi ricorrenti.
E il conflitto d’interessi potenziale merita di essere esaminato senza tabù.
Se un trattamento comporta controlli ogni pochi mesi, esami periodici, farmaci continuativi e successive prestazioni specialistiche, è evidente che attorno al paziente si crea una filiera sanitaria.
Il rapporto dell’HHS sottolinea proprio questa caratteristica: la “gender medicine” avrebbe introdotto, secondo i suoi autori, una nuova fonte di entrate continuative per settori della pediatria, dell’endocrinologia e della chirurgia.
Il sistema cosi costruito sembra favorire un percorso per trasformare la sofferenza in una rendita
Ancora più grave è la parte del rapporto dedicata ai codici diagnostici.
Gli autori hanno analizzato dati assicurativi relativi agli anni 2015-2025 e sostengono di aver individuato quasi 50 milioni di dollari di fatturazioni per farmaci bloccanti della pubertà somministrati a minori tra 9 e 17 anni con codici relativi a disturbi endocrini, senza un codice per disforia di genere o pubertà precoce sulla stessa richiesta.
In questo caso la questione diventa potenzialmente giudiziaria.
Secondo il rapporto, in alcuni casi sarebbe stato utilizzato il codice generico “disturbo endocrino, non specificato” per ottenere la copertura assicurativa di trattamenti collegati alla disforia di genere.
Il documento cita inoltre indagini federali riguardanti alcune strutture sanitarie e richieste di documentazione da parte del Dipartimento di Giustizia.
Se queste pratiche fossero confermate, non saremmo più davanti a una semplice controversia culturale sulla transizione di genere, che si un bambino è un abominio.
Saremmo davanti anche ad un problema di correttezza sanitaria e di possibile frode assicurativa.
Il rapporto dedica inoltre un intero capitolo alle politiche dell’amministrazione Biden, accusandola di avere favorito l’accesso agli interventi di transizione e di avere utilizzato strumenti normativi e amministrativi per promuoverne la disponibilità.
L’attuale amministrazione Trump ha successivamente invertito rotta, revocando varie politiche dell’epoca Biden e introducendo una linea molto più restrittiva sui trattamenti destinati ai minori.
Anche il Dipartimento della Salute ha sostenuto che determinate procedure non dispongano di prove sufficientemente solide sui benefici a lungo termine per i minorenni.
Una questione che riguarda la medicina, non soltanto la politica
Per una società che considera il bambino una persona da proteggere e non un soggetto da indirizzare secondo le mode culturali del momento, il punto fondamentale è un altro.
Un minore non possiede la stessa maturità decisionale di un adulto.
E proprio perché non può essere considerato pienamente responsabile delle conseguenze di scelte irreversibili, la responsabilità degli adulti , genitori, medici, istituzioni, dovrebbe essere ancora maggiore.
La medicina dovrebbe partire da una domanda elementare e cioè che cosa è realmente meglio per questo bambino.
Non: che cosa permette di ottenere un rimborso?
Non: quale procedura genera più prestazioni?
Non: quale ideologia prevale oggi?
E neppure: quale risposta risulta più conveniente per la struttura sanitaria?
Il principio dovrebbe essere uno solo: il bene integrale del paziente.
Il profitto non può diventare il criterio della cura
La vicenda americana contiene dunque una lezione che va oltre la guerra culturale sacrosanta e giusta contro le follie gender.
Quando una pratica medica diventa un settore economico in forte espansione, è necessario controllare gli incentivi che produce.
Questo vale per qualsiasi campo della medicina: oncologia, chirurgia, farmaceutica, diagnostica.
A maggior ragione quando i pazienti sono bambini.
Se le accuse contenute nel rapporto saranno confermate, ci troveremmo davanti a uno scandalo enorme: non soltanto per le eventuali irregolarità amministrative, ma perché significherebbe che la vulnerabilità di alcuni minori sarebbe stata trasformata in una fonte di guadagno.
Ma la conclusione è ancora più radicale.
Il corpo umano non è una materia prima da modellare secondo il mercato.
Il bambino non è un cliente.
La fragilità non è un’opportunità commerciale.
Quando la salute diventa un affare, la prima domanda da porsi non è quanto si possa guadagnare.
È chi rischia di pagare il prezzo più alto.




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