L'Italia Quotidiano

Fauci, Conte, Draghi: quando l’emergenza diventa potere

La Redazione

Dai messaggi riservati di Fauci alle domande ancora aperte sulla gestione italiana del Covid: tre nomi, due continenti.

C’è un filo che attraversa Washington e Roma e che oggi, a distanza di anni, torna prepotentemente alla luce: chi decideva durante l’emergenza e quanto ciò che veniva detto ai cittadini coincideva con ciò che sapevano realmente i decisori?

Non serve essere “complottisti” per porsi questa domanda.

Bastano i documenti, le audizioni parlamentari e le contraddizioni che stanno riemergendo.

Negli Stati Uniti il caso Fauci è tornato al centro del dibattito dopo la pubblicazione di una prima tranche di messaggi provenienti dal suo telefono governativo.

I senatori Rand Paul e Ron Johnson hanno reso pubblici messaggi del gennaio 2021 nei quali Fauci discuteva con altri vertici sanitari dei possibili rischi teorici della vaccinazione nelle primissime fasi della gravidanza.

In uno degli scambi ipotizzava che febbre e risposta immunitaria dopo la seconda dose potessero essere associate a un rischio nel primo trimestre.

Si è quindi proceduto alla vaccinazione delle donne incinte, altamente raccomandata, senza avere la certezza che questa non provocasse aborti.

Per anni Fauci è stato molto più di uno scienziato.

È diventato il volto pubblico della risposta americana alla pandemia.

Ed è proprio questo il problema.

Quando un esperto diventa contemporaneamente consulente del potere, fonte privilegiata dei media e riferimento pubblico per milioni di cittadini, la sua responsabilità non è soltanto scientifica.

Diventa anche istituzionale.

E ad oggi emergono le incertezze scientifiche di ci ci diceva di “credere nella scienza”

Oggi il Congresso americano sta tornando su quelle decisioni.

Il 29 luglio Fauci è stato nuovamente interrogato al Senato sull’origine della pandemia e sulla gestione dell’emergenza; durante l’audizione ha invocato più volte il Quinto Emendamento.

Successivamente una commissione senatoriale ha votato per contestargli il contempt of Congress e la vicenda è stata trasmessa al Dipartimento di Giustizia.

Questo significa che le sue scelte e le informazioni in suo possesso sono ancora oggetto di un confronto istituzionale durissimo.

Ed è già una notizia.

A Roma la stessa domanda prende un’altra forma

Mentre Washington torna a interrogarsi su Fauci, Roma ha aperto una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia.

E il primo grande protagonista chiamato a rispondere è stato Giuseppe Conte.

Il 6 agosto l’ex presidente del Consiglio, è stato ascoltato per ore dalla Commissione.

Conte ha respinto ogni accusa di illecito e ha difeso le decisioni assunte dal suo governo, depositando inoltre un documento relativo alla controversa vicenda delle mascherine.

L’audizione proseguirà il 14 settembre.

Conte rivendica dunque la correttezza delle proprie scelte.

Ma un’inchiesta parlamentare nasce proprio per una ragione: non basta che chi governava dica di aver agito bene.

Bisogna ricostruire documenti, responsabilità, tempi, informazioni disponibili e catene decisionali.

E Draghi?

Qui emerge una delle questioni politicamente più scomode.

Conte ha sottolineato davanti alla Commissione la differenza tra la fase del suo governo e quella successiva, sostenendo che il suo esecutivo aveva impostato la campagna vaccinale nel segno della scelta individuale, mentre il governo Draghi avrebbe poi introdotto una linea molto più stringente.
(“O ti vaccini o muori”)

I fatti sono chiari: nel settembre 2021, Mario Draghi dichiarò pubblicamente di essere favorevole sia alla terza dose sia alla possibilità dell’obbligo vaccinale.

Nei mesi successivi il suo governo estese progressivamente l’infame Green Pass e introdusse ulteriori obblighi vaccinali, creando un’emerginazione e una repressione verso chi non si è piegato, senza precedenti.

È legittimo, quindi, chiedere:

quali dati scientifici sostenevano ogni singolo passaggio?

Qual era l’efficacia reale delle misure nel momento in cui venivano adottate?

Quanto pesava la valutazione sanitaria e quanto quella politica?

E soprattutto: le misure furono continuamente aggiornate alla luce dell’evoluzione dei dati oppure una volta imboccata una strada divenne politicamente difficile tornare indietro?

Sono domande che abbiamo sempre posto, che non hanno mai avuto una risposta, ma che hanno portato a scelte impattanti sulla libertà di ogni cittadino italiano.

Ed è precisamente per questo che devono essere poste nuovamente.

In una “crisi eccezionale” lo Stato deve poter decidere rapidamente.

Ma proprio per questo i controlli devono essere ancora più forti, non più deboli.

Perché l’emergenza può trasformare una misura temporanea in una normalità amministrativa.

Il cittadino accetta una limitazione perché gli viene detto che è necessaria per qualche settimana.

Poi quella limitazione viene prorogata.

Arriva una nuova variante, un nuovo decreto, una nuova soglia, una nuova certificazione.

E alla fine può diventare difficile persino ricordare quale fosse la misura originaria e quale sia stata aggiunta successivamente.

Il punto è chi controlla il potere quando il potere dice di agire in “nome della scienza”, per poi scoprire che hanno mentito sapendo di farlo.

La vicenda Fauci dovrebbe insegnare qualcosa anche all’Italia.

La politica deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Soprattutto quando chi sollevava dubbi veniva automaticamente trattato come irresponsabile, come criminale.

E quando, anni dopo, si scopre che dietro le dichiarazioni pubbliche c’erano menzogne.

Nessuno è sopra la verifica.

Né Fauci, né Conte né tantomeno Draghi, devono essere sottrattall’esame pubblico delle proprie decisioni.

Questa è la vera questione.

La giustizia deve poter chiedere conto anche agli uomini più potenti.

E se emergono documenti, messaggi, contraddizioni o decisioni discutibili, la risposta non può essere il silenzio.

A Washington Fauci è nuovamente sotto pressione istituzionale.

A Roma Conte ha appena affrontato la Commissione Covid e dovrà tornarci.

Draghi, invece, rimane finora fuori dal confronto parlamentare diretto, circostanza che ha ovviamente alimentato polemiche sul lavoro della Commissione.

La verità è ancora lontana, come siamo purtroppo certi che nessuno pagherà per le decisioni prese.

Ma che almeno si riconosca la dignità di chi si opposto alla più grande dittatura dei nostri tempi.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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