Ramona Castellino
Mentre nelle istituzioni occidentali globalista, viziate e viziose, cresce la pressione per trasformare l’aborto in un presunto “diritto”, Bratislava difende il principio che la vita umana merita tutela anche prima della nascita.
C’è ancora, nel cuore dell’Europa, una nazione che non sembra disposta a consegnare la questione della vita nascente, al linguaggio globalista delle burocrazie internazionali.
È la Slovacchia di Robert Figo, che negli ultimi anni ha assunto posizioni nettamente più conservatrici sul tema dell’aborto, arrivando nel novembre 2024 a far approvare dal proprio Parlamento una risoluzione contraria all’inserimento dell’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
E proprio dentro le istituzioni occidentali che Bratislava porta una voce che merita attenzione.
La Costituzione slovacca contiene un principio per cui la vita umana deve essere protetta anche prima della nascita.
Non si tratta di una semplice dichiarazione simbolica.
Nel confronto con il Comitato ONU per i diritti umani del 2026, la delegazione slovacca ha richiamato espressamente questa disposizione costituzionale.
Perché la vita prima della nascita non è un dettaglio.
È qui che si misura lo scontro culturale del nostro tempo.
Da una parte, le organizzazioni internazionali, globaliste e una larga parte delle istituzioni occidentali, tendono sempre più a presentare l’aborto attraverso la categoria dei “diritti riproduttivi”.
Dall’altra, permane una concezione secondo cui lo Stato non può dimenticare che nel grembo materno esiste una vita umana degna di tutela.
Non è assolutamente una differenza di linguaggio ma una vera e propria differenza di antropologia.
La Slovacchia non ha abolito ancora l’aborto: la normativa vigente continua a consentirlo nelle prime dodici settimane di gravidanza e, in determinate condizioni, anche successivamente.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la direzione politica di alcune sue prese di posizione.
Quando il Parlamento slovacco si oppone alla trasformazione dell’aborto in un diritto fondamentale europeo, il messaggio è chiaro: non tutto ciò che viene presentato come “diritto” dalle istituzioni sovranazionali deve necessariamente diventare un dogma sottratto al dibattito nazionale.
E questo punto è decisivo.
Ginevra non può diventare il tribunale della coscienza
La questione, in fondo, non riguarda soltanto la Slovacchia.
Riguarda l’Europa intera.
Se un giorno il principio secondo cui ogni vita umana possiede una dignità intrinseca, anche prima della nascita, dovesse essere considerato una posizione “illegittima” o incompatibile con i diritti umani, allora il problema non sarebbe più soltanto l’aborto.
Sarebbe la pretesa di un apparato internazionale di stabilire quali convinzioni morali possano essere ammesse nello spazio pubblico.
Ed è precisamente contro questa deriva che la voce di Bratislava può assumere un significato più grande delle sue dimensioni geografiche.
La Slovacchia non sta lasciando l’ONU.
Sta invece cercando di far sentire, dentro le istituzioni internazionali, una diversa idea di Europa: un’Europa nella quale la sovranità nazionale non venga cancellata e nella quale la difesa della vita nascente continui a essere considerata una posizione degna di rispetto.
Per chi difende la civiltà cristiana, è una battaglia tutt’altro che marginale.
Perché la prima libertà di una società veramente umana dovrebbe essere quella di poter dire, senza paura e senza censure: il bambino non ancora nato non è un ostacolo, non è uno scarto, non è un problema da eliminare.
È una vita.
E una civiltà si giudica anche da questo: da come tratta chi non ha ancora la forza di difendersi.
E mentre la cultura globalista promuove l’aborto, l’eutanasia, il suicidio assistito e dimostra ogni giorno il suo volto feroce, impegnato a far sopprimere gli inutili e indesiderati, c’è ancora chi difende la sovranità di una nazione e le sue giovani vite.




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