Giulio Saraceni
Attenzione a pronunciare la parola populismo ad alta voce. Potrebbe accadere qualcosa di terribile: qualcuno potrebbe ricordarsi che in una democrazia esiste anche il popolo.
Per anni ci hanno spiegato che il populismo è una brutta cosa. Una parola quasi oscena, da pronunciare sottovoce, possibilmente con un’espressione di disgusto e una certa inclinazione del sopracciglio. Populista! Ecco, abbiamo detto tutto. O almeno così sembra.
Ma c’è un piccolo dettaglio: popolo e democrazia hanno una relazione piuttosto stretta. Talmente stretta che persino i dizionari fanno fatica a separarli.
Il problema, evidentemente, nasce quando il popolo comincia a parlare senza aspettare il permesso.
Se vota come previsto, è maturità democratica.
Se vota diversamente, è populismo.
Se protesta educatamente, è partecipazione.
Se protesta troppo, è populismo.
Se chiede meno tasse, è populismo.
Se chiede più servizi, può diventare populismo.
Se mette in discussione una decisione presa molto lontano da casa sua, attenzione: siamo già nel territorio del populismo selvaggio.
A questo punto viene spontanea una domanda: ma il popolo deve partecipare alla democrazia o limitarsi a guardarla?
Naturalmente nessuno vuole distruggere la democrazia. Ci mancherebbe. Tutti la amano. Soprattutto nei discorsi ufficiali.
Il problema è che la democrazia è molto più simpatica quando il popolo vota nel modo giusto, applaude nei momenti giusti e non fa troppe domande.
Quando invece comincia a chiedere: “Perché?”, “Per chi?”, “Chi decide?” e soprattutto “A chi conviene?”, improvvisamente qualcuno sente il bisogno di chiamare un esperto.
E l’esperto, immancabilmente, pronuncia la parola magica:
Populismo.
Una parola meravigliosa, perché permette di evitare discussioni complicate. Non è necessario confutare un argomento: basta definirlo populista. Non serve rispondere a una protesta: basta spiegare che è populista. Non occorre chiedersi perché milioni di persone siano arrabbiate: è sufficiente osservare che sono state manipolate dal populismo.
Così il cittadino diventa contemporaneamente sovrano quando vota e sospetto quando protesta.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che ogni populista abbia ragione e che tutto ciò che viene presentato come “volontà del popolo” sia automaticamente buono. Il popolo può sbagliare. Eccome se può sbagliare.
Ma anche le élite possono sbagliare.
Ed è forse questa la parte più difficile da accettare: nessuno possiede il monopolio della saggezza.
Né il popolo, né i tecnocrati, né i mercati, né i politici, né i giornalisti, né i professori, né gli amministratori delegati.
La democrazia, dopotutto, nasce proprio da una diffidenza reciproca: non fidarsi abbastanza di nessuno da consegnargli per sempre le chiavi di casa.
Per questo il populismo dovrebbe essere discusso, criticato e, quando necessario, combattuto politicamente. Ma trasformarlo in una parolaccia significa fare un favore proprio a chi non vuole discutere.
Perché magari, dietro quel fastidioso “populista”, c’è semplicemente un cittadino che ha scoperto una cosa rivoluzionaria:
che il popolo, ogni tanto, ha qualcosa da dire.
E la cosa più scandalosa di tutte è che pretende persino di essere ascoltato.




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