L'Italia Quotidiano

Difterite, prima dell’ennesima crociata sui vaccini.

Ramona Castellino

Una bambina di quattro anni è morta a Palermo.

La mancata vaccinazione è un elemento rilevante, ma non può diventare la scorciatoia per chiudere il caso prima di autopsia e indagini.

E resta una domanda: perché la diagnosi iniziale fu di tonsillite e cosa accadde nelle ore decisive?

La morte di una bambina è una tragedia.

Trasformarla immediatamente nell’ennesimo processo televisivo contro i “no vax” è invece un’altra cosa.

La bambina di quattro anni è morta dopo un’infezione da difterite e non era vaccinata.

I genitori sono oggi indagati per omicidio colposo per omissione.

La Procura sta inoltre verificando le responsabilità sanitarie e ha disposto l’autopsia.

Ed è proprio qui che dovrebbe cominciare la prudenza, non la propaganda.

La mancata vaccinazione è un fatto.

Ma un fatto non equivale automaticamente alla ricostruzione completa delle responsabilità.

I genitori hanno certamente il diritto di essere sottoposti alle verifiche della magistratura, come chiunque altro.

Ma non è accettabile che vengano trasformati in colpevoli definitivi attraverso titoli, servizi televisivi e campagne sui social prima che siano disponibili tutti gli elementi dell’inchiesta.

La Procura, infatti, non sta verificando soltanto la scelta vaccinale della famiglia: sta ricostruendo anche ciò che è accaduto in ospedale.

La bambina era stata portata in ospedale con febbre, vomito e inappetenza e, secondo le ricostruzioni pubblicate, inizialmente era stata dimessa con una diagnosi di tonsillite.

Successivamente le condizioni sono peggiorate fino al ricovero in terapia intensiva.

Questa parte della storia merita la stessa attenzione riservata alla vaccinazione

La difterite non è una malattia incurabile.

Ma dire semplicemente “si cura” ma comunque nelle forme respiratorie il trattamento deve essere tempestivo e comprende antitossina antidifterica e antibiotici, oltre al supporto delle funzioni vitali quando necessario.

Le linee guida indicano di iniziare il trattamento anche prima della conferma definitiva di laboratorio quando il sospetto clinico è significativo.

E allora la domanda è inevitabile: quando è stata riconosciuta la difterite?

Quando è stato iniziato il trattamento specifico?

E perché la diagnosi iniziale non l’ha individuata?

Non stiamo affermando che ci sia stato un errore medico.

Questo dovranno stabilirlo gli accertamenti.

Ma è perfettamente legittimo chiedere che anche questo aspetto venga chiarito con la stessa trasparenza con cui viene raccontata la mancata vaccinazione.

Secondo le ricostruzioni disponibili, quando la bambina è arrivata in condizioni gravissime i medici hanno tentato interventi di terapia intensiva, compresa l’ECMO e l’emodialisi, ma la tossina aveva già provocato un’insufficienza multiorgano.

Il punto, dunque, potrebbe essere proprio la tempestività: nella difterite l’antitossina neutralizza la tossina ancora circolante, ma non quella già fissata ai tessuti.

Più passa il tempo, più il danno può diventare irreversibile.

E qui arriviamo al problema politico.

È bastata la notizia della bambina non vaccinata perché partisse la consueta macchina del fango: il caso individuale diventa immediatamente una condanna generale, il lutto diventa una lezione pubblica e la discussione si riduce alla contrapposizione fra “scienza” e “ignoranza”.

La vaccinazione contro la difterite è uno strumento di prevenzione, anche se non azzera il rischio di contagio, ma non basta questo per chiedere trasparenza e responsabilità.

Ma proprio perché la fiducia nella medicina è importante, non la si può pretendere per decreto.

Negli ultimi anni una parte dell’informazione sanitaria ha spesso risposto ai dubbi con la derisione, alla richiesta di dati con l’accusa di complottismo e alle domande sui possibili conflitti d’interesse con il riflesso di chiudere la discussione.

Il risultato non è stato rafforzare la fiducia, anzi l’ha indebolita.

La fiducia, invece, si costruisce mostrando tutto: benefici, rischi, limiti, errori, responsabilità e procedure.

Non una guerra tra vaccini e “no vax”

C’è infine un elemento che dovrebbe far riflettere.

Il cuginetto della bambina, risultato positivo alla difterite, aveva ricevuto le prime tre dosi vaccinali ed è in miglioramento clinico.

È un dato che dimostra quanto sia sbagliato trasformare una vicenda complessa in uno slogan.

La questione non è dunque solamente se bisogna credere o non credere ai vaccini.

Ma capire se un sistema sanitario moderno debba essere capace contemporaneamente di prevenire, diagnosticare e curare.

Se la risposta è sì, allora bisogna avere il coraggio di porre tutte le domande, non soltanto quelle che utili alla propaganda.

La bambina non può più parlare.

I suoi genitori dovranno rispondere davanti alla magistratura delle eventuali responsabilità.

Ma dovranno essere accertate, con la stessa severità, anche eventuali responsabilità sanitarie.

Prima dell’ennesima crociata televisiva, vengano fuori tutti i fatti.

Prima il dolore, poi l’autopsia.

Prima le prove, poi i verdetti.

Solo così una tragedia può diventare una lezione per tutti, anziché l’ennesima arma di una guerra ideologica.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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