Ramona Castellino
Dalla tragedia della piccola Anna Rosa alla *caccia” agli alunni non vaccinati: mentre i Carabinieri si preparano a entrare nelle scuole di Palermo, resta una domanda che non può essere cancellata dalla narrazione unica.
Vogliamo sapere chi accerterà fino in fondo ciò che è accaduto alla bambina nei giorni precedenti alla sua morte.
La responsabilità dei genitori va verificata, ma anche quella sanitaria, se vi fosse stata, deve essere accertata senza sconti.
Una bambina di quattro anni è morta.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza e anche quello di arrivo di ogni discussione.
La piccola Anna Rosa Bartolotta è morta a Palermo dopo aver contratto la difterite.
Non era vaccinata.
La Procura ha aperto un fascicolo sulla responsabilità dei genitori e i due sono stati iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo, mentre la Procura per i minorenni ha avviato un procedimento per valutare la responsabilità genitoriale.
Ma nel giro di pochi giorni la tragedia privata di una famiglia è diventata anche il detonatore di una nuova offensiva pubblica sui vaccini.
E adesso arrivano i Carabinieri nelle scuole e la “caccia” agli alunni non vaccinati.
La notizia è stata riportata con grande evidenza: dal primo giorno di scuola i militari dell’Arma, dovrebbero effettuare verifiche nelle scuole materne ed elementari della zona nord di Palermo per controllare la situazione vaccinale degli alunni.
La verifica è stata disposta dalla Procura per i minorenni di Palermo e riguarda gli elenchi degli alunni e la loro posizione rispetto alla vaccinazione.
Secondo quanto riportato dalla stampa, l’obiettivo è anche verificare eventuali escamotage attraverso semplici prenotazioni di vaccinazioni che poi non vengono effettuate.
È un’immagine che non colpisce più di tanto, soprattutto a chi ha vissuto la tirannia sanitaria del COVID.
Comunque questa immagine dovrebbe indurre a una riflessione che va oltre la contrapposizione fra “vax” e “no-vax”.
Perché una cosa è verificare la situazione sanitaria di una comunità scolastica dopo un caso di difterite.
Un’altra cosa è trasformare una tragedia in una gigantesca operazione simbolica nella quale il bambino non vaccinato, diventa immediatamente il problema da individuare, catalogare e isolare.
La responsabilità genitoriale è seria.
Essere padre e madre significa assumere decisioni che riguardano la vita e la salute dei propri figli.
Significa informarsi, confrontarsi con i medici, valutare rischi e benefici e assumersi le conseguenze delle proprie scelte.
Ma proprio per questo la responsabilità genitoriale non dovrebbe essere ridotta alla semplice obbedienza a una prescrizione amministrativa.
Il rapporto fra genitori, medici e istituzioni dovrebbe essere fondato anzitutto sulla fiducia.
E la fiducia non nasce dalla paura di essere controllati dai Carabinieri.
Nasce dalla trasparenza.
Nasce dalla possibilità di fare domande.
Nasce dalla certezza che i dubbi vengano ascoltati senza che una famiglia venga immediatamente bollata come “no-vax”
Nasce, soprattutto, dalla convinzione che quando un figlio viene portato dal medico, sarà guardato come una persona e non come la posizione vaccinale dei suoi genitori.
Ma c’è una domanda che rischia di sparire
Ed è qui che la vicenda di Anna Rosa diventa molto più complessa di quanto lascino intendere certi titoli.
La bambina, secondo quanto riferito dalle cronache, era stata visitata prima del ricovero definitivo e aveva ricevuto una diagnosi di tonsillite.
La Procura ha ascoltato i medici e la pediatra che l’aveva visitata nei giorni precedenti al primo ricovero e i Carabinieri hanno acquisito la documentazione clinica.
La madre ha accusato i sanitari di avere sottovalutato le condizioni della figlia.
Questa accusa non è una sentenza ma neppure può essere cancellata.
Deve essere verificata.
È stata corretta la diagnosi iniziale?
I sintomi presenti in quel momento avrebbero dovuto far pensare anche alla difterite?
Gli accertamenti eseguiti erano sufficienti?
Ci sono stati ritardi?
Ci sono stati accessi ripetuti in ospedale?
Quando è stato formulato il sospetto diagnostico corretto?
Quando è stata avviata la terapia?
Sono domande che spettano ai magistrati e ai consulenti tecnici, ma sono domande che devono essere poste.
Perché la mancata vaccinazione non può diventare una risposta universale.
Ecco il punto sul quale il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi, ma che volutamente non fa e anzi spara su due genitori devastati dal dolore.
La bambina non era vaccinata: questo è un dato di fatto.
Ma il fatto che non fosse vaccinata, non dimostra automaticamente che ogni passaggio dell’assistenza sanitaria sia stato corretto.
Le due questioni possono e devono essere esaminate separatamente.
Se la mancata vaccinazione ha contribuito alla maggiore vulnerabilità della bambina, sarà necessario stabilirlo sulla base delle evidenze scientifiche.
Se invece vi sono stati errori diagnostici o ritardi nell’assistenza, anche questi dovranno essere individuati.
Una responsabilità non cancella necessariamente l’altra.
E soprattutto, la mancata vaccinazione non può diventare una sorta di immunità preventiva per il sistema sanitario.
Un bambino non vaccinato che arriva in ospedale resta un bambino.
Ha diritto a essere ascoltato, visitato, diagnosticato e curato con la stessa attenzione di qualsiasi altro paziente.
La fotografia racconta un’altra verità
Ed è qui che torna la fotografia che accompagna questo articolo.
I ritagli di giornale mostrano diversi casi di bambini che hanno contratto forme di meningite pur essendo stati vaccinati.
Quei titoli non dimostrano che i vaccini siano inutili.
Ma dimostrano qualcosa che dovrebbe essere riconosciuto senza imbarazzo: nessun vaccino costituisce una garanzia assoluta contro ogni malattia o contro ogni forma clinica della stessa malattia.
La vaccinazione può offrire una protezione, non trasforma l’organismo umano in una fortezza incrollabile.
Il fatto che Anna Rosa non fosse vaccinata non può diventare uno slogan perché dalla tragedia alla propaganda il passo è troppo breve.
La morte di una bambina è utilizzata per costruire una narrazione nella quale tutto diventa semplice.
Da una parte i genitori ( e qui insulti vari) “no-vax”.
Dall’altra lo Stato che controlla e decide e obbliga.
In mezzo, la bambina scompare.
Ma la bambina è proprio ciò che dovrebbe rimanere al centro.
Non il certificato.
Non l’etichetta “no-vax”.
Non la polemica politica.
Non la campagna vaccinale.
La bambina.
E con lei la domanda più importante: che cosa le è successo realmente?
Prima di cercare i bambini non vaccinati, cerchiamo tutta la verità
I Carabinieri nelle scuole rappresentano una scelta istituzionale che può essere spiegata con la necessità di verificare la situazione vaccinale dopo un caso di difterite e di individuare eventuali bambini esposti a un rischio sanitario.
La stessa Procura ha disposto verifiche urgenti proprio dopo la morte di Anna Rosa.
Ma proprio perché la misura è forte, l’informazione dovrebbe essere ancora più equilibrata.
Non basta sapere quanti bambini non siano vaccinati.
Non basta controllare le famiglie.
Bisogna capire il perché di queste scelte, ma poi si rischia che “i no-vax” abbiano le loro ragioni, poi chi li dice alle case farmaceutiche.
Bisognerebbe capire se il sistema sanitario intercetta tempestivamente i bambini vulnerabili.
Non basta urlare alle vaccinazioni.
Bisogna garantire una medicina capace di diagnosticare correttamente una malattia rara quando questa ricompare.
E soprattutto non bisogna permettere che una tragedia diventi il pretesto per smettere di fare domande.
La responsabilità deve essere a 360 gradi
Se i genitori hanno sbagliato, dovranno risponderne.
Se la loro scelta ha avuto conseguenze sulla salute della bambina, questo dovrà essere accertato.
Ma se l’inchiesta dovesse evidenziare responsabilità sanitarie, dovranno risponderne anche i responsabili.
Non esiste una responsabilità che rende automaticamente irrilevante l’altra.
Questo dovrebbe essere il principio elementare di una società giusta.
La famiglia ha una responsabilità.
Il medico ha una responsabilità.
L’ospedale ha una responsabilità.
Le istituzioni hanno una responsabilità.
E anche l’informazione ha una responsabilità.
Quella di non trasformare una bambina morta in uno strumento di propaganda.
Una morte non è un manifesto
Anna Rosa non deve diventare il volto della campagna vaccinale.
E non deve nemmeno diventare il volto della campagna contro i vaccini.
È una bambina morta.
Per rispetto nei suoi confronti bisogna lasciare che siano la medicina, la magistratura e i fatti a parlare.
La responsabilità genitoriale deve essere valutata.
La vicenda clinica deve essere ricostruita.
La diagnosi di tonsillite deve essere verificata alla luce di ciò che i sanitari sapevano in quel momento.
Gli accessi ospedalieri devono essere ricostruiti.
Le cause della morte devono essere accertate.
E soltanto dopo si potranno trarre conclusioni.
Prima la verità.
Poi le responsabilità.
Non il contrario.
Perché quando una bambina muore, il compito di una società civile non è trovare rapidamente un colpevole da esibire.
È avere il coraggio di cercare tutta la verità, anche quella che potrebbe risultare scomoda per tutti.




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