L'Italia Quotidiano

Villa Borghese non è un centro congressi: il Campidoglio trasforma il giardino dei romani in una macchina per grandi eventi

Riccardo Bianchi

C’è qualcosa che non torna nella Roma che proclama continuamente di voler restituire spazio pubblico ai cittadini.

Si tolgono automobili in nome dello spazio pubblico, si restringono carreggiate in nome dello spazio pubblico, si moltiplicano pedonalizzazioni in nome dello spazio pubblico. Poi arriviamo a Villa Borghese, uno degli spazi pubblici più preziosi della Capitale, e improvvisamente quello stesso principio sembra diventare molto più elastico.

Perché tra settembre e l’inizio del nuovo anno Piazza di Siena e il Galoppatoio saranno interessati da una sequenza impressionante di manifestazioni: Vinòforum, sette concerti di Claudio Baglioni e Christmas World.

E non stiamo parlando di una piazza qualsiasi.

Stiamo parlando di un bene che appartiene ai romani in un senso storico e giuridico straordinariamente profondo.

Villa Borghese fu acquistata per diventare un giardino pubblico

Prima di discutere di concerti, vino e villaggi natalizi bisogna tornare al 1901.

La legge 26 dicembre 1901 n. 519 autorizzò lo Stato ad acquistare Villa Borghese precisamente allo scopo di cederla gratuitamente al Comune di Roma a condizione che venisse trasformata in pubblico giardino comunale. 

Nel 1903 lo Stato perfezionò la cessione al Comune.

Non è una curiosità antiquaria.

Nel 1994, quando si volle utilizzare la Casina delle Rose per il Circolo Ufficiali, il Parlamento dovette confrontarsi proprio con quel vincolo. Negli atti della Camera si legge esplicitamente che l’ostacolo era rappresentato dall’articolo 1 della legge del 1901, che stabiliva la destinazione di Villa Borghese a pubblico giardino comunale. 

Andando ancora più indietro, arriviamo addirittura al 1887.

La Cassazione romana, con la sentenza n. 116 del 9 marzo, riconobbe ai cittadini romani sulla Villa uno jus deambulandi, un diritto collettivo di fruizione che la letteratura giuridica contemporanea ricostruisce come assimilabile agli usi civici. 

E allora la domanda non è estremista.

È elementare:

fino a che punto un giardino consegnato alla città con una simile storia giuridica può essere sottratto temporaneamente alla sua normale fruizione per ospitare ripetutamente attività a pagamento?

È precisamente su questo terreno che le associazioni stanno preparando la battaglia.

A settembre Piazza di Siena diventa Vinòforum

Il primo appuntamento è già confermato.

Dal 7 al 13 settembre Piazza di Siena ospiterà Vinòforum.

Non c’è bisogno di attribuirgli caratteristiche nascoste. Basta leggere come l’organizzazione descrive se stessa.

Vinòforum parla di oltre 800 aziende espositrici, operatori del settore, degustazioni, food & beverage, networking e attività business-to-business. Il sito ufficiale definisce l’organizzazione un’azienda specializzata nel food & beverage che sviluppa strategie attraverso business, formazione ed entertainment. 

Perfettamente legittimo.

Ma proprio per questo possiamo porre la domanda senza alcuna ipocrisia:

perché una manifestazione commerciale di questa portata deve occupare Piazza di Siena?

Roma non possiede forse spazi fieristici?

Non possiede strutture dedicate agli eventi?

Non possiede aree nelle quali migliaia di persone, stand, ristorazione, strutture temporanee e attività commerciali possano essere ospitate senza incidere su uno dei suoi giardini storici più importanti?

Il problema non è Vinòforum.

Il problema è il luogo.

Poi arrivano sette concerti

Neanche il tempo di archiviare settembre ed ecco Piazza di Siena trasformarsi nuovamente.

Claudio Baglioni terrà non uno, non due, ma sette concerti:

24 ottobre, 25 ottobre, 27 ottobre, 28 ottobre, 30 ottobre, 31 ottobre e 1° novembre. 

E anche qui bisogna essere chiarissimi.

Il problema non è Claudio Baglioni.

Il valore artistico del cantautore romano non c’entra assolutamente nulla.

Il problema è decidere se Piazza di Siena debba diventare un’arena per spettacoli commerciali a pagamento.

I biglietti sono regolarmente commercializzati e l’iniziativa viene realizzata in collaborazione con Roma Capitale. 

La prima data è andata sold out in appena tre minuti, con circa 100 mila richieste, tanto da provocare l’aggiunta progressiva degli altri appuntamenti. 

Ottimo successo commerciale.

Ma proprio il successo dimostra l’entità dell’operazione.

Non stiamo parlando del piccolo concerto di quartiere con cinquanta sedie.

Stiamo parlando di un grande evento.

Il paradosso della “zona silenziosa”

Qui la vicenda diventa quasi surreale.

Perché Villa Borghese è inserita dal Comune di Roma tra le zone silenziose dell’agglomerato urbano, con identificativo ZS_10. 

E sapete chi certifica che gli eventi costituiscono un problema?

Non un comitato di residenti.

Non l’opposizione.

Roma Capitale.

Nella documentazione del Piano d’Azione contro il rumore ambientale approvata nel 2025 si legge che a Villa Borghese sono state riscontrate criticità acustiche legate alle manifestazioni e agli spettacoli durante tutto l’anno.

Vengono citati sistemi di amplificazione, gruppi elettrogeni e altre sorgenti.

Ma soprattutto il documento contiene un’ammissione straordinariamente chiara: durante grandi eventi e manifestazioni ad elevato impatto acustico l’area non può essere definita “zona silenziosa”.

E il Comune aggiunge che questo vale anche durante l’allestimento e durante la successiva risistemazione dell’area. 

Rileggetelo.

Il Comune individua Villa Borghese come zona silenziosa, riconosce che i grandi eventi ne alterano le caratteristiche e poi continua ad autorizzare grandi eventi.

La contraddizione politica è evidente.

E infine Christmas World: non un anno, ma cinque

La vicenda più importante è probabilmente quella del Galoppatoio.

Per Christmas World non si discute più soltanto di una manifestazione annuale.

Roma Capitale sta procedendo con un progetto di partenariato pubblico-privato per una concessione di servizi della durata di cinque anni. La relativa procedura di gara risulta aperta, con scadenza fissata al 3 settembre 2026. 

Il progetto originario è stato presentato dalla società Lux Eventi.

E i documenti ufficiali parlano chiarissimo.

Per ciascuno dei cinque anni Christmas World dovrebbe svolgersi per tre mesi, da ottobre alla prima settimana di gennaio. 

Facciamo il conto.

Tre mesi all’anno per cinque anni significano potenzialmente quindici mesi complessivi di utilizzo della Villa nell’arco della concessione.

Questa non è più un’eccezione occasionale.

È una programmazione strutturale.

E c’è anche il canone ridotto del 50%

Il documento del Comune contiene un altro elemento che merita un dibattito pubblico.

Il concessionario dovrebbe corrispondere a Roma Capitale un canone giornaliero di occupazione ridotto del 50%. 

Attenzione: sarebbe scorretto fermarsi qui e gridare allo sconto-regalo.

Il progetto prevede che il restante valore venga compensato attraverso prestazioni a carico del concessionario, compreso un piano di comunicazione istituzionale e attività previste dal progetto. 

Ma la questione politica rimane gigantesca.

Perché un privato che utilizza per mesi uno dei luoghi pubblici più prestigiosi di Roma deve beneficiare di un simile schema?

Quanto vale economicamente l’occupazione?

Quanto valgono esattamente le prestazioni compensative?

Chi ne certifica l’equivalenza?

Qual è il vantaggio economico netto per Roma Capitale?

Quanto incassa il concessionario dai biglietti?

Quanta parte della Villa rimane liberamente fruibile?

Sono domande che il Campidoglio dovrebbe mettere nero su bianco.

Il vero problema è la trasformazione della Villa

Ed è qui che bisogna smettere di discutere del singolo evento.

Preso isolatamente, tutto è giustificabile.

Una settimana del vino valorizza il Made in Italy.

Un concerto valorizza la cultura.

Un villaggio di Natale attira famiglie e turismo.

Il concorso ippico valorizza la tradizione.

Un’altra manifestazione valorizza lo sport.

Un’altra ancora valorizza Roma.

Alla fine, però, a forza di valorizzare Villa Borghese rischiamo di non avere più Villa Borghese.

Abbiamo un giardino oppure un contenitore per eventi?

Abbiamo un bene comune oppure una location?

Abbiamo un parco storico oppure un palcoscenico?

Questa è la questione.

Il diritto dei romani viene prima del calendario degli eventi

Non anticipiamo sentenze che ancora non esistono.

La tesi secondo cui le singole concessioni sarebbero illegittime dovrà essere verificata nelle sedi competenti, tenendo conto del Codice dei beni culturali, delle autorizzazioni rilasciate e dell’esatta natura giuridica di ogni occupazione.

Ma il vincolo storico alla destinazione pubblica della Villa esiste davvero.

Lo jus deambulandi riconosciuto dalla Cassazione romana esiste davvero.

La legge del 1901 esiste davvero.

La cessione del 1903 esiste davvero.

La classificazione di Villa Borghese tra le zone silenziose esiste davvero.

E gli stessi documenti di Roma Capitale riconoscono l’impatto dei grandi eventi sulle caratteristiche acustiche della Villa. 

Per questo la protesta degli Amici di Villa Borghese pone una questione che merita una risposta politica seria.

Non basta replicare che gli eventi portano turismo, cultura e denaro.

Perché esistono beni il cui valore consiste precisamente nel fatto che non devono essere sfruttati al massimo della loro capacità economica.

Villa Borghese non deve “rendere”

È forse questa la parola dimenticata.

Villa Borghese non deve essere produttiva.

Non deve avere un calendario pieno.

Non deve raggiungere target di visitatori paganti.

Non deve diventare una macchina per produrre eventi.

Il suo valore consiste negli alberi, nei prati, nelle architetture, nel silenzio, nella possibilità di passeggiare e nella libertà di entrarvi senza dover comprare nulla.

Una madre con il passeggino.

Un anziano seduto su una panchina.

Un bambino che corre sul prato.

Un ragazzo che legge sotto un albero.

Questa è la produttività di Villa Borghese.

Ed è una produttività che non compare nei bilanci.

Il Campidoglio scelga da che parte stare

Il Comune dovrebbe quindi fare una cosa molto semplice: pubblicare integralmente, in una pagina unica e facilmente consultabile, tutte le concessioni 2026-2030 riguardanti Villa Borghese, specificando per ciascuna durata dell’occupazione, superficie sottratta alla libera fruizione, giorni di allestimento e ripristino, canone teorico, canone effettivamente pagato, eventuali riduzioni, prestazioni compensative, autorizzazioni paesaggistiche e acustiche e obblighi di ripristino.

A quel punto potranno giudicare i romani.

Perché il punto non è essere contro il vino, contro il Natale, contro la musica o contro Claudio Baglioni.

È esattamente il contrario.

Roma possiede decine di luoghi nei quali organizzare grandi manifestazioni.

Villa Borghese ne possiede una sola.

E una volta trasformato uno dei più grandi giardini storici d’Europa in una location da mettere continuamente a reddito, sarà difficile sostenere che si stia semplicemente organizzando qualche evento.

Si sarà cambiata, poco alla volta e manifestazione dopo manifestazione, la concezione stessa di ciò che Villa Borghese deve essere.

Da giardino dei romani a spazio da concedere.

Da bene comune a location.

Da luogo nel quale entrare liberamente a luogo che, periodicamente, si guarda attraverso una recinzione mentre qualcun altro mostra il biglietto.

Ed è proprio questa trasformazione che Roma ha tutto il diritto di rifiutare.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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