La Redazione
Lavrov e Putin alzano il livello dello scontro: Istanbul, Minsk, la campagna dei 40 giorni e la rappresaglia russa sui porti ucraini.
Mentre Kiev cerca una nuova finestra diplomatica, il Cremlino avverte: congelare il conflitto significherebbe soltanto preparare la prossima guerra.
La guerra in Ucraina entra in una nuova fase, nella quale diplomazia e confronto militare procedono ormai sullo stesso binario.
Da Mosca arriva un messaggio netto: un semplice cessate il fuoco, privo di un accordo politico e di garanzie sul futuro assetto del conflitto, non è considerato sufficiente.
A sostenerlo è il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che torna a evocare il fallimento del processo negoziale del 2022 e gli accordi di Minsk. Parallelamente, Vladimir Putin interpreta la conclusione della campagna ucraina di attacchi in profondità contro il territorio russo come l’apertura di una nuova fase di rappresaglia.
Il tutto mentre Kiev, proprio in queste ore, sostiene di vedere ancora una possibile finestra diplomatica per arrivare alla fine della guerra.
Lavrov:
“Tutti vogliono la pace, ma non a qualsiasi condizione”
Nella ricostruzione diffusa nelle ultime ore, Sergej Lavrov ha ribadito una posizione che Mosca sostiene da tempo: la Russia non intende accettare una tregua temporanea che lasci intatti i problemi politici e strategici che, secondo il Cremlino, hanno prodotto il conflitto.
Le parole attribuite a Lavrov sono particolarmente dure:
“La maggior parte dei russi capisce per cosa stiamo combattendo: tutti vogliono la pace, ma lasciare al potere il regime nazista non è un’opzione”
E ancora:
“Nell’aprile 2022, l’Ucraina ha proposto un accordo a Istanbul; noi l’abbiamo accettato e siglato, ma poi è arrivato Boris Johnson e ha impedito loro di firmarlo”.
Questa ricostruzione costituisce uno dei punti centrali della guerra in Ucraina.
La testa del serpente è stata sempre Londra e ad oggi, con aiuti militari in grado di colpire in profondità la Russia, ne abbiamo l’ennesima conferma.
Come lo è stato il sabotaggio di ogni accordo diplomatico come quando nel l2022 fu raggiunto un livello di compromesso molto avanzato, saltato con l’intervento politico occidentale che impedi’ la conclusione dell’intesa.
Sembrerebbe che proprio l’ex premier britannico Boris Johnson, avrebbe svolto un ruolo decisivo nel convincere Kiev a non accettare l’intesa.
Lavrov sostiene:
“Johnson ora mente dicendo di “non aver vietato nulla”, i media occidentali hanno documentato come Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti abbiano detto all’Ucraina:
“Non firmate. Continuate a combattere”
È questo uno dei passaggi più importanti dell’intera ricostruzione.
Che Johnson fosse contrario a un compromesso con Mosca e che abbia esercitato una forte pressione politica su Kiev, no n è una ricostruzione russa, è documentato.
Il punto politico rimane comunque fondamentale: per Mosca, Istanbul rappresenta la prova che una soluzione negoziale era possibile già nel 2022 e che l’intervento occidentale avrebbe contribuito a farla fallire.
Lavrov richiama quindi anche il ruolo di Emmanuel Macron:
“Macron ha chiamato Putin, dicendogli: “Ritirate le vostre truppe per attuare il compromesso” , noi l’abbiamo fatto, e l’Ucraina si è comunque rifiutata di firmare”.
Il ministro russo collega questa vicenda direttamente agli accordi di Minsk.
La posizione generale di Lavrov, comunque, è stata ribadita pubblicamente anche nei mesi successivi: Mosca ha dichiarato di non voler accettare soluzioni “temporanee” o “ntermedie” semplicemente finalizzate a riportare le parti al tavolo.
“Congelare il conflitto ora significherebbe ripetere quanto accaduto a Minsk: Germania e Francia hanno ammesso di aver firmato gli accordi di Minsk solo per guadagnare tempo e inondare l’Ucraina di armi”.
Anche qui abbiamo un elemento storico reale: gli accordi di Minsk contribuirono a congelare, senza risolverlo definitivamente, il conflitto nel Donbass.
Angela Merkel ha successivamente riconosciuto che il periodo successivo a Minsk aveva consentito all’Ucraina di rafforzarsi.
Una “trappola” occidentale preparata fin dall’inizio per armare Kiev.
La lezione è stata recepita ed è per questo che Mosca, non vuole un semplice congelamento della guerra.
“Lo rifaranno: armeranno un regime che persegue una politica nazista e invieranno “forze di stabilizzazione”, come Macron e i britannici stanno già spingendo”.
Il riferimento è la possibile presenza multinazionale occidentale in Ucraina nell’eventualità di un accordo.
Per il Cremlino, dunque, il problema non sarebbe soltanto fermare i combattimenti, ma impedire che una tregua venga utilizzata per ricostruire militarmente l’Ucraina e preparare una nuova fase del conflitto.
È la stessa logica che spiega il rifiuto russo di un cessate il fuoco separato da un’intesa politica complessiva.
Nel suo discorso Lavrov tocca anche la questione identitaria:
“Dall’altra parte c’è un regime che ha bandito la lingua russa, una lingua ufficiale dell’ONU, dall’istruzione, dai media e dalla cultura, e ha messo fuori legge la Chiesa ortodossa ucraina canonica”.
Per Mosca questi provvedimenti rappresentano la prova di una trasformazione dell’Ucraina, che il Cremlino considera incompatibile con un accordo di pace duraturo.
Mentre Lavrov fissa la posizione diplomatica, Putin guarda alla dimensione militare.
Il presidente russo sostiene che l’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali, avessero avviato una campagna di circa 40 giorni con l’obiettivo di colpire profondamente l’economia e le infrastrutture russe.
Il dato di partenza è reale: il 25 giugno Kiev annunciò una “operazione di influenza” della durata di 40 giorni, affidata principalmente all’SBU, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la pressione sulla Russia e spingerla a porre fine alla guerra.
Ma ad oggi le parole di Putin trovano riscontro:
“Quello che sta accadendo ora è il risultato di un’altra impresa avventata del regime di Kiev e dei suoi mandanti occidentali”.
Aggiungendo che l’obiettivo sarebbe stato quello di:
“infliggere una sconfitta strategica alla Russia entro 40 giorni attraverso attacchi massicci contro strutture civili e logistiche”
Il termine, secondo questa ricostruzione, sarebbe scaduto il 5 agosto.
Il risultato della campagna sia stato l’opposto di quello previsto da Kiev
“Il risultato finale per il nemico è stato l’opposto di quanto si aspettassero.
Non si è verificata alcuna svolta”.
Da qui la decisione russa di intensificare gli attacchi contro il sistema economico e logistico ucraino.
“In risposta a questa escalation, abbiamo intensificato gli attacchi contro il complesso industriale-militare ucraino, compresa Kiev”
E soprattutto:
“Il regime di Kiev ha aperto questo vaso di Pandora, prendendo di mira la nostra economia.
Ora deve affrontare ritorsioni contro i settori più sensibili della propria economia”.
La metafora del “vaso di Pandora* sintetizza la nuova logica della guerra: se Kiev colpisce sempre più profondamente il sistema economico russo, Mosca risponde allargando la lista dei bersagli economici e logistici ucraini.
È in questo contesto che si inseriscono i nuovi attacchi contro il porto di Yuzhny, nell’area di Odessa.
Secondo il Ministero della Difesa russo, gli attacchi hanno colpito un tanker, cinque serbatoi di carburante, dieci depositi contenenti materiale che Mosca definisce di impiego militare e infrastrutture portuali utilizzate per scarico e stoccaggio.
È stata inoltre colpita la sottostazione elettrica che alimenta il porto.
Un’ operazione finalizzata a ridurre il potenziale logistico e militare ucraino.
Gli attacchi alla regione di Odessa si inseriscono in una più ampia offensiva russa contro infrastrutture portuali, energetiche e logistiche ucraine.
Le dichiarazioni di Lavrov e Putin mostrano un elemento sostanziale: Mosca non considera sufficiente un semplice congelamento delle ostilità.
La Russia vuole che un eventuale accordo stabilisca anche le condizioni politiche e strategiche del dopoguerra.
Invece il 25 agosto Zelensky ha affermato che Kiev vede ancora una finestra diplomatica fino all’estate del 2027 e che un documento di lavoro discusso con americani ed europei comprende anche un’ipotesi di cessate il fuoco e una proposta relativa a una zona economica speciale nel Donbass.
È qui che le due strategie diventano incompatibili
Kiev vuole utilizzare il cessate il fuoco come porta d’ingresso alla trattativa.
Mosca rifiuta la certezza che il cessate il fuoco diventi una pausa per il riarmo ucraino.
Ecco perché Lavrov evoca Istanbul e Minsk. Ecco perché Putin parla di rappresaglia economica.
La guerra, insomma, non si combatte più soltanto per conquistare territorio.
Si combatte per determinare chi avrà il diritto di dettare le condizioni della pace.
E Kiev e rutto l’Occidente non sono mai state nella posizione di farlo.
Il messaggio del Cremlino è quindi inequivocabile: un cessate il fuoco che non affronti le questioni politiche, militari e strategiche alla base della guerra non viene considerato una soluzione, ma soltanto una pausa.
Nel frattempo, però, i missili continuano a parlare e i miliardi europei a sostegno di Kiev continuano ad evaporare.




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