Riccardo Bianchi
C’è qualcosa di profondamente italiano, e purtroppo anche profondamente romano, nella convinzione che a ogni problema debba corrispondere un nuovo regolamento.
Mancano medici? Regolamento.
Le liste d’attesa sono interminabili? Modulo.
La medicina territoriale fatica? Piattaforma.
I professionisti passano una parte crescente del proprio tempo tra procedure amministrative? Aggiungiamo un altro adempimento.
Adesso nel Lazio arriva anche il QR Code sanitario regionale per strutture private, studi medici e odontoiatrici sottoposti ad autorizzazione.
La Regione lo presenta come un grande passo avanti nella trasparenza.
Può esserlo.
Ma la domanda che una politica autenticamente popolare dovrebbe avere il coraggio di porre è un’altra: davvero questa era una delle priorità della sanità laziale?
Cosa cambia realmente
Partiamo dai fatti, perché il provvedimento esiste ed è molto più articolato di un semplice quadratino da appendere al muro.
Con la deliberazione della Giunta regionale n. 528 del 28 luglio 2026 è stato adottato il regolamento regionale n. 11 del 29 luglio, pubblicato sul BUR il giorno successivo ed entrato in vigore il 31 luglio.
Le nuove disposizioni interessano le strutture sanitarie private autorizzate per la specialistica ambulatoriale, quelle autorizzate e accreditate, gli studi medici e odontoiatrici soggetti ad autorizzazione e, con obblighi differenti, anche professionisti che esercitano attività non soggette ad autorizzazione.
Le strutture interessate devono esporre informazioni molto precise.
Devono essere disponibili i provvedimenti amministrativi di autorizzazione o accreditamento, l’elenco delle branche autorizzate e l’elenco nominativo costantemente aggiornato dei medici che operano nella struttura, completo di branca, titoli professionali, numero d’iscrizione all’Albo e specializzazione quando richiesta.
A questo si aggiunge il QR Code regionale attraverso il quale il cittadino potrà verificare le informazioni ufficiali.
Fin qui qualcuno potrebbe domandare: cosa c’è di male?
Nulla.
La trasparenza è sacrosanta.
Sapere se una struttura sia realmente autorizzata e chi vi eserciti tutela il cittadino e soprattutto tutela i professionisti seri dalla concorrenza di chi opera fuori dalle regole.
Il problema comincia dopo.
Perché naturalmente non poteva mancare la procedura
Per ottenere il QR Code non basta essere già una struttura autorizzata.
Per i soggetti già autorizzati o accreditati è prevista un’istanza del legale rappresentante, da presentare entro sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento, accompagnata da una dichiarazione sulla veridicità delle informazioni e sul possesso dei titoli autorizzativi.
Il sistema genera inizialmente un QR Code provvisorio.
Successivamente la Regione verifica le informazioni e dispone di dodici mesi dall’entrata in vigore del regolamento per validarle e rendere definitivo il codice oppure contestare quanto dichiarato.
L’accesso al sistema regionale avviene tramite SPID o CIE ed è riservato al rappresentante legale o al titolare.
E tutte le comunicazioni relative alla materia devono essere effettuate esclusivamente attraverso la piattaforma o l’apposito modulo telematico, pena l’inammissibilità.
Benvenuti nella sanità italiana del XXI secolo: magari aspettate mesi per una prestazione, ma almeno il medico avrà compilato correttamente la piattaforma.
E se sbagli? Arrivano le sanzioni
Naturalmente il sistema non si limita a informare.
Controllano le ASL.
E sono previste sanzioni.
La mancata esposizione dell’informativa o del QR Code comporta l’applicazione della sanzione amministrativa prevista dalla legge regionale; per dichiarazioni non veritiere possono inoltre essere avviati procedimenti che, nei casi previsti, possono arrivare all’interdizione dall’esercizio dell’attività sanitaria interessata, oltre alle ulteriori conseguenze stabilite dalla normativa.
È importante essere precisi: non viene punito un medico semplicemente perché non ha appeso un QR Code il giorno successivo all’entrata in vigore del regolamento. Sono previste procedure e termini di adeguamento.
Ma resta il principio.
Lo Stato italiano e le sue articolazioni sembrano avere una capacità inesauribile di inventare qualcosa che il professionista deve comunicare, aggiornare, caricare, esporre, certificare e conservare.
E poi ci stupiamo se medici, imprenditori e professionisti descrivono l’Italia come un Paese soffocato dalla burocrazia.
La contraddizione esplode con i medici di famiglia
C’è poi un elemento ancora più significativo.
Proprio ieri, 25 agosto, FIMMG Lazio ha scritto alla Direzione regionale chiedendo chiarimenti sull’applicazione del nuovo regolamento alle sedi delle Aggregazioni Funzionali Territoriali, le AFT, ospitate negli studi medici non aziendali.
E quali problemi segnala il sindacato?
Incertezze su chi debba materialmente adempiere agli obblighi, compatibilità con gli studi condivisi e possibili conseguenze della presenza delle dotazioni diagnostiche previste nelle AFT.
La FIMMG chiede indicazioni ufficiali proprio per evitare aggravi amministrativi e interpretazioni differenti capaci di incidere sull’organizzazione dell’assistenza territoriale.
Questo è il punto.
Stiamo cercando faticosamente di ricostruire una medicina territoriale capace di avvicinare il medico al cittadino e, contemporaneamente, produciamo norme che richiedono ulteriori chiarimenti per capire come debbano funzionare gli studi nei quali quella medicina territoriale dovrebbe essere erogata.
Qualcosa non funziona.
La sanità dovrebbe avere un’unica ossessione: curare
Il problema italiano non è la mancanza di norme.
Ne abbiamo persino troppe.
Il problema è tornare a capire quale sia la funzione essenziale di un sistema sanitario.
Curare le persone.
Un anziano non giudica il Servizio sanitario regionale dal QR Code appeso alla parete.
Lo giudica da quanto aspetta per una visita cardiologica.
Una madre non misura l’efficienza della sanità dal numero di documenti esposti nello studio.
La misura dalla possibilità di trovare un pediatra, fare un esame diagnostico e ricevere una risposta quando suo figlio sta male.
Un malato oncologico non ha bisogno di una sanità che comunichi meglio la propria burocrazia.
Ha bisogno di una sanità che funzioni.
E un medico dovrebbe poter dedicare quanto più tempo possibile al paziente, non al rapporto con piattaforme, portali, credenziali e nuovi obblighi amministrativi.
Lo Stato forte non è lo Stato che complica tutto
Qui entra in gioco anche una concezione profondamente diversa della sovranità.
Essere sovranisti non significa volere uno Stato enorme che controlla qualsiasi cosa.
Significa volere uno Stato forte nelle funzioni essenziali e leggero dove può esserlo.
Uno Stato forte controlla severamente chi esercita abusivamente una professione sanitaria.
Chiude uno studio illegale.
Persegue chi mette in pericolo i pazienti.
Verifica i requisiti delle strutture.
Garantisce standard sanitari seri.
Ma una volta verificato che un medico è laureato, abilitato, iscritto all’Ordine e che la struttura possiede le autorizzazioni necessarie, dovrebbe fare una cosa rivoluzionaria:
lasciarlo lavorare.
La sovranità amministrativa dovrebbe servire a liberare le energie della Nazione, non a costruire una montagna di procedure attraverso la quale cittadini e professionisti devono continuamente farsi strada.
Il paradosso: la Regione possiede già le informazioni
C’è inoltre una domanda elementare.
Il QR Code viene rilasciato dalla Regione e consente di consultare autorizzazioni e informazioni ufficiali della struttura.
Benissimo.
Ma se quelle informazioni sono già in possesso della pubblica amministrazione, perché deve essere ancora il professionista a trasformarsi nell’intermediario della burocrazia pubblica?
La vera rivoluzione digitale sarebbe l’opposto.
Una sola anagrafe regionale sanitaria.
Una sola registrazione.
Dati acquisiti una volta.
Interoperabilità automatica tra Regione, ASL e Ordini professionali.
Aggiornamento delle informazioni direttamente dalle banche dati pubbliche ogni volta che sia possibile.
Il professionista interviene soltanto quando un’informazione non è già disponibile alla pubblica amministrazione.
Questa sarebbe digitalizzazione.
Altrimenti rischiamo semplicemente di trasformare la burocrazia cartacea in burocrazia digitale.
Cambiamo il modulo con il QR Code e poi ci congratuliamo per l’innovazione.
Trasparenza sì, burocrazia no
Bisogna quindi evitare la caricatura.
Il QR Code non è il nemico.
Se permette a una donna di scoprire in pochi secondi se la struttura alla quale sta affidando la propria salute è realmente autorizzata, è uno strumento utile.
Anche l’Associazione imprese sanitarie indipendenti ha riconosciuto il valore della maggiore trasparenza, ponendo però una condizione decisiva: le procedure devono essere semplici, uniformi e sostenibili per gli operatori.
È precisamente lì che deve intervenire la politica.
La Regione Lazio dovrebbe applicare un principio semplicissimo: ogni nuovo adempimento introdotto deve comportare l’eliminazione di almeno un vecchio adempimento equivalente.
E soprattutto dovrebbe applicare sul serio il principio del once only: la pubblica amministrazione non deve chiedere al cittadino o al professionista informazioni che un’altra articolazione dello Stato già possiede.
Questa sarebbe una battaglia sovranista e popolare molto più seria di tanti slogan.
Meno carte, più medici
Il Lazio non ha bisogno di una guerra contro i controlli.
Ha bisogno di controlli intelligenti.
Non ha bisogno di abolire la trasparenza.
Ha bisogno di abolire la burocrazia inutile.
E soprattutto deve stabilire una gerarchia delle priorità.
Prima vengono i pazienti.
Poi vengono i medici.
Poi vengono infermieri, tecnici, strutture, medicina territoriale, prevenzione e abbattimento delle liste d’attesa.
Solo dopo viene la macchina amministrativa che dovrebbe servire tutto questo.
Non il contrario.
Perché quando una Regione riesce a stabilire minuziosamente come deve essere esposto un QR Code ma costringe le organizzazioni dei medici a chiedere chiarimenti su come le nuove regole si applichino proprio alle strutture chiamate a rafforzare l’assistenza territoriale, la domanda non è se abbiamo abbastanza regolamenti.
La domanda è se abbiamo finalmente il coraggio di costruire uno Stato che torni a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente burocratico.
E la risposta che milioni di cittadini aspettano dalla sanità pubblica non si trova dentro un QR Code.
Si trova sulla porta di un ambulatorio, quando finalmente qualcuno riesce ad aprirla e a dire al paziente: “Prego, entri. È il suo turno.”




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