La Redazione
La crisi di Ceuta entra in una nuova fase e mette sotto pressione il governo di Pedro Sánchez.
Tra il 30 e il 31 luglio, oltre 70.000 persone sono entrate nell’enclave spagnola in un afflusso senza precedenti.
Madrid sostiene che tra il 90 e il 95% sia poi rientrato in Marocco, ma migliaia di persone sono rimaste sul territorio, mettendo sotto stress accoglienza, sicurezza servizi pubblici, sanità.
Il dato più clamoroso riguarda però la gestione dell’emergenza.
Solamente il 25 agosto il governo spagnolo ha dichiarato per la prima volta a Ceuta una “situazione di interesse per la sicurezza nazionale”, istituendo un comando unico affidato al ministro Ángel Víctor Torres.
Il provvedimento ufficiale parla esplicitamente di una pressione che ha superato le capacità ordinarie di gestione, accoglienza, assistenza e sicurezza della città.
Sul tavolo c’è anche il caso delle informazioni dell’intelligence.
Secondo quanto riferito dal ministro della Difesa Margarita Robles in Parlamento, il 29 luglio funzionari del Centro nazionale di intelligence avevano informato verbalmente la delegazione governativa, dell’arrivo di un flusso di massa.
Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha invece sostenuto che nessun servizio, spagnolo o internazionale, avesse previsto un’operazione di quelle dimensioni.
È una contraddizione che ora alimenta le polemiche sull’effettiva sincerità delle autorità spagnole.
La stessa ricostruzione governativa, individua nei social network uno degli elementi che avrebbero favorito l’assalto: migliaia di persone sarebbero state convinte che, in occasione della Festa del Trono marocchina, i controlli alla frontiera sarebbero stati più deboli.
Il problema adesso è anche quello dei minori stranieri non accompagnati.
Madrid sta organizzando la redistribuzione nelle comunità autonome, ma Castiglia e León, Estremadura e Aragona e i soliti sinistroidi spagnoli, hanno annunciato il rifiuto dei trasferimenti e la volontà di impugnare gli atti davanti ai tribunali.
La questione rischia così di trasformarsi da emergenza migratoria in una vera crisi politica nazionale.
Il governo centrale deve contemporaneamente gestire i rimpatri, l’identificazione di chi è rimasto a Ceuta, l’accoglienza dei minori e la pressione esercitata dalle amministrazioni locali e dai partiti di opposizione.
Il passaggio decisivo sarà ora il 3 settembre, quando Sánchez è atteso al Congresso per riferire sulla crisi.
L’opposizione chiede spiegazioni soprattutto sul presunto mancato utilizzo delle informazioni disponibili prima dell’ondata migratoria.
Ceuta, dunque, non è più soltanto una crisi di frontiera.
È diventata il banco di prova della politica migratoria di Sánchez: quando una frontiera esterna dell’Europa viene sottoposta a una pressione di decine di migliaia di persone in poche ore, la questione non riguarda più soltanto Madrid, ma l’intero sistema europeo di controllo dei confini.
Se la Spagna ha deciso di spalancare le porte di casa, in Europa c’è chi, a ragione, chiude a doppia mandata.




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