Ramona Castellino
SAMP/T, missili Aster 30 e radar: mentre Palazzo Chigi parla di generatori, prende forma un nuovo maxi-pacchetto militare per l’Ucraina.
E il conto, ancora una volta, finisce sulle spalle degli italiani.
C’è qualcosa di profondamente surreale nella politica italiana di questi anni.
Mentre agli italiani si chiede di stringere la cinghia, mentre il costo della vita resta una preoccupazione quotidiana e mentre ogni miliardo destinato alla spesa pubblica viene sottoposto alla lente d’ingrandimento, per Kiev sembra esserci sempre un altro assegno da staccare.
Adesso sul tavolo ci sarebbe il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina.
E non parliamo di qualche camion di medicinali.
Secondo le ricostruzioni pubblicate negli ultimi giorni, il nuovo pacchetto dovrebbe comprendere quattro batterie SAMP/T di nuova generazione, missili intercettori Aster 30 e sette radar a lungo raggio, per un valore stimato nell’ordine dei 3 miliardi di euro.
Una cifra enorme.
E soprattutto una cifra che meriterebbe una domanda semplice: chi decide, quanto costa davvero e perché gli italiani dovrebbero continuare a pagare?
Il governo parla di generatori.
Ma dietro le quinte si preparano le armi.
La questione più delicata non riguarda soltanto la dimensione economica dell’operazione.
Riguarda la trasparenza.
Le ricostruzioni giornalistiche indicano che Roma avrebbe mantenuto un profilo particolarmente basso sull’operazione, annunciando pubblicamente soprattutto l’invio di generatori e altri aiuti civili mentre procederebbe alla preparazione del nuovo pacchetto militare.
E qui nasce il problema politico.
Se l’invio di nuove armi è una scelta giusta, perché non rivendicarla apertamente davanti agli elettori?
Perché trasformare una decisione che può impegnare risorse pubbliche e capacità militari italiane in una materia da trattare con il massimo riserbo?
In teoria più una decisione è importante, più dovrebbe essere spiegata ai cittadini.
Tre miliardi: “non sono soldi italiani”?
Qui arriva l’altra grande foglia di fico.
Il pacchetto viene indicato come finanziato attraverso strumenti di credito dell’Unione europea.
L’UE ha effettivamente approvato il 24 agosto ulteriori 6,1 miliardi di euro per il sostegno alla difesa ucraina.
Ma dire “sono soldi europei” non significa che il problema economico sparisca.
L’Unione europea non dispone di un portafoglio magico pieno di denaro piovuto dal cielo.
Alla fine, i debiti, le garanzie, i contributi e gli impegni finanziari europei ricadono sui Paesi membri.
E quindi sugli italiani.
Quando arriverà il limite?
Un miliardo? Dieci? Cinquanta?
E soprattutto: per quanto tempo ancora l’Italia dovrà considerare prioritaria una guerra che non si combatte sul territorio nazionale, non voluta, mentre continua a fare i conti con debito pubblico, pressione fiscale e difficoltà economiche delle famiglie?
SAMP/T, Aster 30 e radar non sono giocattoli.
Sono sistemi militari sofisticati e strategici.
La Francia ha annunciato l’accelerazione delle consegne di sistemi SAMP/T-NG e dei relativi missili all’Ucraina, confermando che il progetto europeo di rafforzamento della difesa aerea di Kiev è tutt’altro che teorico.
Ma proprio questo dovrebbe far riflettere.
Ogni volta che l’Italia trasferisce sistemi avanzati alle forze ucraine, riduce necessariamente le proprie disponibilità, oppure deve accelerare nuovi programmi di approvvigionamento.
Quindi il cittadino italiano si trova davanti a un paradosso: finanziare il rafforzamento militare di un altro Paese, mentre contemporaneamente deve finanziare il riarmo delle proprie Forze armate per ricostituire ciò che è stato ceduto.
È davvero questa la strategia industriale e militare che l’Italia vuole perseguire?
E gli italiani? Sempre dopo Kiev.
L’interesse nazionale italiano dovrebbe venire prima o dopo quello di Kiev
È semplicemente una domanda sovrana.
Perché quando si parla di miliardi, ogni governo dovrebbe spiegare ai propri cittadini quali siano i benefici concreti per il Paese.
Più sicurezza?
Più posti di lavoro?
Più crescita?
Più energia a prezzi accessibili?
Più infrastrutture?
Più salari?
Se la risposta è che questi sacrifici servono a costruire la favola della sicurezza europea, allora occorre spiegare perché la sicurezza italiana debba essere perseguita principalmente trasferendo risorse militari all’estero.
La guerra in Ucraina ha già prodotto enormi conseguenze economiche e geopolitiche per l’Europa.
Eppure la politica europea sembra continuare a ragionare secondo una logica apparentemente infinita: ancora armi, ancora finanziamenti, ancora pacchetti, ancora debito.
Nel frattempo, la pace resta sempre un obiettivo rinviato.
Ma una politica estera seria dovrebbe avere un traguardo.
Se l’obiettivo è la pace, qual è la strategia per arrivarci?
Sicuramente non fornire più armi e finanziare una politica permanente.
Altrimenti il rischio è trasformare l’emergenza in normalità.
E la normalità in una cambiale senza scadenza.
Prima gli interessi italiani
La questione, alla fine, è tutta qui.
Dire apertamente dove finisce l’interesse di Kiev e dove comincia quello dell’Italia.
Perché tre miliardi non sono bruscolini.
Sono ospedali, infrastrutture, sicurezza energetica, pensioni, salari, imprese, scuole, difesa nazionale.
Sono soldi che qualcuno, prima o poi, deve pagare.
E trasformare Kiev in una priorità permanente, senza un limite e senza un vero dibattito nazionale, è volere il male degli italiani.




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