L'Italia Quotidiano

IL WOKE È MORTO? NO. HA SOLO CAMBIATO MASCHERA

Ramona Castellino

La sinistra americana scopre la follia dell’ideologia woke e prova a fare marcia indietro.

Il woke è una visione del mondo che pretende di riscrivere società, linguaggio e perfino la realtà.

Per anni ci hanno spiegato che il futuro apparteneva al woke.

Bisognava adeguarsi: cambiare il linguaggio, rivedere la storia, ridefinire l’identità, riconoscere nuovi diritti e accettare che categorie millenarie come uomo, donna, famiglia, popolo e nazione fossero ormai considerate sospette, superate e cancellabili.

Per chi dissentiva, il via alla solita tiritera.

Razzista. Sessista. Omofobo. Fascista. Retrogrado.

Il meccanismo era semplice: non si discuteva più l’idea, si criminalizzava chi la contestava.

Oggi, però, qualcosa si sta rompendo.

Negli Stati Uniti persino una parte della sinistra comincia a riconoscere che la stagione del woke è diventata politicamente insostenibile.

Alexandria Ocasio-Cortez ha parlato senza mezzi termini del “Woke 1.0” come di una follia.

Altri esponenti progressisti stanno cercando di prendere le distanze dagli eccessi degli anni passati.

È una svolta importante.

Ma sarebbe un errore credere che il woke sia semplicemente finito.

Perché non stanno rinunciando all’ideologia, stanno semplicemente cambiando strategia

La differenza è enorme.

Il vecchio wokismo aveva assunto una forma talmente radicale, da diventare indigesta persino a una parte dell’elettorato progressista.

Le battaglie simboliche avevano finito per oscurare i problemi concreti della gente comune: salari, sicurezza, casa, lavoro, costo della vita.

La sinistra si è accorta che non si vincono le elezioni spiegando al cittadino comune che il problema principale della società è il suo presunto “privilegio”.

E allora cambia linguaggio.

Meno slogan. Meno estremismi. Meno imposizioni linguistiche.

Ma questo non significa necessariamente un ritorno alla normalità.

Significa semplicemente, che l’ideologia ha imparato a presentarsi in una forma più digeribile.

Il wokismo può essere letto, come una sorta di religione secolare: una visione del mondo dotata di dogmi, categorie morali, colpe collettive e una missione di trasformazione della società.

La definizione è certamente discutibile, ma coglie un elemento essenziale.

Il woke non si limita a dire che alcune persone sono discriminate.

Parte da questa constatazione per costruire una vera e propria interpretazione generale della società.

Da una parte ci sono gli oppressi.

Dall’altra gli oppressori.

Da una parte i privilegiati.

Dall’altra le vittime.

Il passato diventa una colpa da espiare e il presente un sistema da “decostruire”.

La conseguenza è che la responsabilità individuale tende a lasciare spazio alla responsabilità collettiva.

Non sei più giudicato soltanto per ciò che fai.

Puoi essere giudicato per ciò che sei.

È una trasformazione culturale tutt’altro che secondaria.

Il nuovo peccato: essere fuori dal dogma

Ed è qui che il wokismo presenta il suo lato più inquietante: quando una teoria diventa indiscutibile, smette di essere una teoria e assume la funzione di un dogma.

Il problema non è più ciò che dici, ma il fatto che tu abbia osato dirlo.

Il dissenso viene trasformato in una colpa morale.

E così nasce una forma particolare di censura: non necessariamente quella esercitata dallo Stato, ma quella esercitata dall’ambiente culturale, dalle istituzioni, dalle aziende, dai media e dai social network.

Il risultato è una società nella quale molti finiscono per autocensurarsi.

Non perché qualcuno abbia formalmente vietato loro di parlare, ma perché sanno che pronunciare determinate parole può costare reputazione, carriera o consenso.

Uno dei terreni più discussi è quello dell’identità sessuale e di genere.

Il principio secondo cui ogni persona merita rispetto non dovrebbe essere controverso.

Ma il dibattito cambia completamente quando si pretende che l’autopercezione individuale, debba necessariamente prevalere su ogni altra considerazione, compresa quella biologica.

Qui il conflitto non riguarda più soltanto gli assurdi diritti che ne conseguono

Riguarda la definizione stessa della realtà.

E quando una società pretende di riscrivere la realtà attraverso il linguaggio, il problema diventa politico.

Perché se anche le parole devono essere obbligatoriamente conformi a una determinata visione ideologica, la libertà di pensiero finisce per essere condizionata alla libertà di nominare le cose.

Un altro pilastro della cultura woke è la lettura dell’Occidente attraverso la lente della colpa storica.

Colonialismo, schiavitù, razzismo, patriarcato e discriminazioni diventano tasselli di un’unica narrazione: quella di una civiltà occidentale strutturalmente colpevole.

La storia viene trasformata in un tribunale permanente nel quale alcune generazioni devono rispondere eternamente a *colpe” fuori tempo e decontestualizzate.

Una civiltà che insegna soltanto a vergognarsi della propria storia, finisce inevitabilmente per perdere fiducia in se stessa.

E una società che perde fiducia nella propria identità diventa estremamente vulnerabile.

Popolo, nazione, tradizioni e Fede diventano i grandi nemici.

È qui che il discorso diventa particolarmente importante per chi difende la propria patria.

La cultura woke tende a guardare con sospetto le identità collettive tradizionali.

La nazione è spesso presentata come una costruzione arbitraria.

La tradizione come un retaggio da superare.

La famiglia come una struttura potenzialmente oppressiva.

La cultura nazionale come qualcosa da relativizzare in nome di identità sempre più frammentate.

Ma senza una memoria comune, senza una cultura condivisa e senza un senso di appartenenza, che cosa rimane della comunità politica?

Rimangono soltanto individui isolati, mostrificati a causa delle loro appartenenze identitarie

Ed è proprio questo il paradosso.

Il woke pretende di combattere le discriminazioni, ma rischia di moltiplicare le divisioni.

Pretende di unire gli individui, ma finisce per classificarli continuamente in categorie.

Pretende di liberare la persona, ma spesso le impone una nuova griglia ideologica attraverso cui interpretare se stessa e gli altri.

Per questo non bisogna festeggiare troppo presto.

Il tramonto del linguaggio più estremo potrebbe essere soltanto la nascita di un Woke 2.0.

Una versione meno aggressiva, più pragmatica, più attenta agli errori elettorali commessi in passato.

La nuova strategia potrebbe essere quella di abbandonare le battaglie più impopolari, senza rinunciare alla struttura culturale che le ha prodotte e cioè il globalismo.

Cambiare alcune parole,, non necessariamente principi.

Cambiare comunicazione, non necessariamente obiettivi.

Sarebbe un grave errore scambiare una ritirata tattica per una resa ideologica.

Bisogna anzi essere ancora più fermi nella difesa dell’ idea di uomo, di società e di libertà che vogliamo difendere.

Riscoprire una comunità nazionale consapevole della propria identità, della propria cultura e Fede.

Questa è la vera partita.

Il woke può cambiare nome.
Può cambiare simboli. Può persino dichiarare conclusa la propria prima stagione.

Ma un’ideologia non muore quando cambia linguaggio.

Muore quando la società smette di credere ai suoi dogmi.

Ed è proprio questa battaglia culturale che l’Occidente deve ancora combattere.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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