L'Italia Quotidiano

Utero in affitto, perché vietarlo davvero significa mettere il bambino prima del desiderio degli adulti

Riccardo Bianchi

Esistono questioni sulle quali la politica ama rifugiarsi nelle parole.

Si cambia il vocabolario e si spera che cambi anche la realtà.

“Gestazione per altri”.

“Gestazione solidale”.

“Percorso di genitorialità”.

“Dono”.

Ma alla fine della discussione rimangono tre persone in carne e ossa: una donna che porta avanti una gravidanza, un bambino che nasce e uno o più adulti che intendono diventarne genitori.

È da qui, e non dagli slogan, che parte la proposta di Futuro Nazionale sulla maternità surrogata.

La sua impostazione è radicale perché rovescia il punto di osservazione dominante: non domanda innanzitutto quale desiderio dell’adulto debba essere riconosciuto, ma quale limite una comunità politica debba porre quando procreazione, corpo umano e filiazione entrano nella disponibilità di accordi organizzati da terzi.

Ed è una domanda molto meno estremista di quanto qualcuno vorrebbe far credere.

In Italia la maternità surrogata è già vietata

Cominciamo dalla legge.

L’articolo 12, comma 6, della legge 40 del 2004 vieta la surrogazione di maternità. Dal 3 dicembre 2024, inoltre, la legge n. 169 stabilisce che, se la surrogazione viene praticata all’estero, il cittadino italiano è comunque punibile secondo la legge italiana. 

Questa è una scelta politica significativa.

Il Parlamento ha deciso che non basta dire: “In Italia è vietato, ma se hai abbastanza denaro puoi andare dove è consentito e tornare dopo”.

Ha affermato un principio differente: esistono comportamenti che l’ordinamento considera incompatibili con i propri valori anche quando vengono materialmente realizzati oltreconfine da un cittadino italiano.

È questo il senso della formula, molto discussa, di “reato universale”.

Tecnicamente, però, bisogna essere precisi: non si tratta di giurisdizione universale nel significato classico del diritto internazionale, come per genocidio o crimini contro l’umanità. La legge italiana estende la punibilità al cittadino italiano che commette il fatto all’estero. Parlare di “reato universale” è dunque soprattutto una formula politica.

Ma il principio resta fortissimo.

Non tutto ciò che può essere comprato all’estero deve diventare giuridicamente accettabile al ritorno in Italia.

Il vero nodo è capire se esista un “diritto al figlio”

Qui comincia la parte più importante.

Una democrazia liberale tutela il diritto delle persone a costruire la propria vita.

Ma da questo non deriva automaticamente che qualsiasi desiderio possa trasformarsi in una pretesa nei confronti della collettività, della medicina o del corpo di un’altra persona.

Il desiderio di avere un figlio può essere profondissimo.

Può essere doloroso.

Può riguardare coppie eterosessuali sterili, coppie omosessuali o persone singole.

Ma un bambino non è una prestazione dovuta.

Ed è precisamente qui che la proposta di Futuro Nazionale tenta di tracciare una linea.

La domanda non è se gli adulti coinvolti siano persone rispettabili o amorevoli.

La domanda è diversa:

può l’ordinamento organizzare deliberatamente una nascita nella quale, prima ancora del concepimento, viene stabilito che la donna che partorirà non sarà la madre destinata a crescere quel bambino?

È una questione giuridica e antropologica enorme.

Riducerla all’opposizione fra “moderni” e “bigotti” significa non volerla affrontare.

Il corpo della donna non è un mezzo di produzione

La maternità surrogata presenta inoltre una contraddizione che dovrebbe interrogare soprattutto chi dice di voler combattere ogni forma di mercificazione del corpo femminile.

Una gravidanza dura circa nove mesi.

Comporta trasformazioni metaboliche, cardiovascolari, ormonali e psicologiche.

Può produrre complicazioni.

Può richiedere un parto cesareo.

Può mettere a rischio la salute della donna.

E soprattutto crea una relazione biologica concreta tra gestante e bambino.

Possiamo davvero sostenere che tutto questo diventi eticamente irrilevante purché il contratto sia scritto bene?

Il problema non scompare neppure utilizzando la formula della surrogazione “altruistica”.

Perché eliminare il prezzo non elimina necessariamente l’asimmetria.

Rimangono pressioni familiari, affettive, economiche o sociali.

Rimane la domanda su quanto sia realmente revocabile il consenso durante la gravidanza.

Rimane il conflitto potenziale tra ciò che vuole la gestante e ciò che desiderano i committenti.

Rimane soprattutto il bambino, che non ha sottoscritto alcun accordo.

Questo è il motivo per cui l’argomento “se tutti sono consenzienti, lo Stato non deve intervenire” è insufficiente.

Lo Stato interviene continuamente quando considera un bene indisponibile.

Non possiamo vendere un organo semplicemente perché venditore e acquirente sono d’accordo.

Non possiamo cedere definitivamente una persona tramite contratto.

Il consenso è fondamentale, ma non rende automaticamente lecita qualsiasi transazione.

Perché Futuro Nazionale vuole pene molto più severe

Il programma propone di portare la pena per la maternità surrogata da un minimo di cinque a un massimo di dieci anni.

Qui siamo davanti a una scelta politica molto più radicale della disciplina vigente.

E va spiegata per quello che è.

L’idea sottostante è che la maternità surrogata non debba essere trattata come una violazione amministrativa o un’irregolarità marginale, bensì come una condotta che incide su beni fondamentali: dignità della donna, indisponibilità del corpo umano, origine del bambino e status di filiazione.

Il programma arriva a dire che avrebbe un’“essenza analoga” alla schiavitù.

Giuridicamente non sono la stessa fattispecie, e sarebbe sbagliato fingere il contrario.

La riduzione in schiavitù implica l’esercizio su una persona di poteri corrispondenti al diritto di proprietà ed è punita molto più severamente.

Ma il parallelismo politico vuole affermare qualcosa di diverso: esistono ambiti nei quali il denaro non dovrebbe poter trasformare una persona o una funzione essenziale del suo corpo in oggetto di disponibilità contrattuale.

È su questa tesi che bisogna discutere.

Non sulla caricatura.

E la fecondazione eterologa?

Il programma apre poi un secondo fronte, ancora più divisivo.

La legge 40 del 2004 vietava originariamente la fecondazione eterologa, cioè la PMA realizzata utilizzando gameti provenienti da un donatore esterno alla coppia.

Nel 2014 la Corte costituzionale, con la sentenza n. 162, ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto per coppie affette da sterilità o infertilità assolute e irreversibili. La Corte ha ritenuto che il divieto sacrificasse in modo sproporzionato la libertà di autodeterminazione della coppia e anche il diritto alla salute. 

È importante riportare correttamente ciò che la Corte disse.

Non “impose la produzione di bambini”.

Stabilì che, in quella particolare situazione clinica, il divieto assoluto approvato dal Parlamento contrastava con diversi principi costituzionali.

La Corte affermò che la scelta della coppia sterile di diventare genitori rientrava nella sfera della libertà di autodeterminazione e che il diritto all’identità genetica del nato, pur rilevante, non era sufficiente a giustificare un divieto assoluto. 

Futuro Nazionale contesta proprio questa gerarchia di valori.

Ed è qui che la proposta diventa realmente sovranista.

Chi decide le questioni antropologiche fondamentali?

Il tema non riguarda soltanto la procreazione.

Riguarda il rapporto tra Parlamento e Corte costituzionale.

Nel 2004 il legislatore aveva compiuto una scelta esplicita.

Dieci anni più tardi quella scelta venne parzialmente rimossa dal giudice costituzionale.

Naturalmente in uno Stato costituzionale la Corte ha precisamente il compito di eliminare le leggi incompatibili con la Costituzione.

Non c’è quindi alcuna “usurpazione” automatica nel fatto che una legge votata dal Parlamento venga dichiarata incostituzionale.

Ma resta una domanda politica legittima: quanto spazio interpretativo deve avere il giudice costituzionale sulle grandi questioni bioetiche e quanto, invece, deve essere definito direttamente dalla Costituzione e dalla rappresentanza popolare?

Futuro Nazionale risponde proponendo, quando necessario, anche modifiche costituzionali di rinforzo.

È la soluzione più netta possibile.

Se una maggioranza politica ritiene che alcuni principi sulla procreazione debbano avere rango costituzionale, non dovrebbe chiedere alla Corte di ignorare la Costituzione.

Dovrebbe assumersi la responsabilità politica di cambiare la Costituzione con le procedure previste dall’articolo 138.

Questa è sovranità parlamentare dentro lo Stato costituzionale, non contro di esso.

Il diritto del nato a conoscere le proprie origini

C’è poi un tema che troppo spesso rimane sullo sfondo: l’identità del bambino.

La fecondazione eterologa separa necessariamente genitorialità giuridica e origine genetica almeno rispetto a uno dei genitori.

La stessa Corte costituzionale, nella sentenza 162, affrontò esplicitamente la questione dell’identità genetica, pur ritenendo che non potesse giustificare il divieto assoluto. 

Questo dimostra che il problema esiste.

La domanda diventa allora inevitabile.

Il figlio ha interesse a conoscere chi ha contribuito geneticamente alla propria nascita?

Quanto deve pesare quell’interesse rispetto alla privacy del donatore?

È accettabile costruire sistemi nei quali l’identità biologica viene deliberatamente separata dall’identità familiare?

Sono questioni sulle quali diversi ordinamenti hanno scelto soluzioni differenti.

E Futuro Nazionale sceglie il versante più restrittivo: la certezza dell’origine viene considerata un bene da proteggere prima della libertà procreativa dell’adulto.

Si può dissentire.

Ma almeno è una gerarchia chiara.

Il principio più divisivo: il bambino prima dell’adulto

Tutto il capitolo può essere riassunto in una frase.

Non esiste un diritto dell’adulto che automaticamente prevalga sull’interesse del bambino.

È questa la vera linea di frattura.

Una parte della cultura contemporanea considera l’autodeterminazione individuale il punto di partenza fondamentale.

Futuro Nazionale parte invece dalla convinzione che, nella procreazione, l’ordinamento debba tutelare anzitutto le condizioni nelle quali un nuovo essere umano viene generato.

Da qui la preferenza per la filiazione biologicamente derivante dall’unione tra uomo e donna.

Da qui il rifiuto della maternità surrogata anche per le coppie eterosessuali.

Ed è un dettaglio decisivo.

Perché dimostra che la posizione, almeno nella formulazione programmatica, non nasce semplicemente dall’opposizione alle coppie omosessuali.

Una coppia eterosessuale sterile che commissiona una gravidanza verrebbe sottoposta allo stesso divieto.

Il criterio dichiarato non è l’orientamento sessuale dei committenti.

È l’indisponibilità della gestazione.

Famiglia naturale: qui il conflitto politico è aperto

Il programma va però oltre e afferma che lo Stato dovrebbe riconoscere e privilegiare come modello la famiglia fondata sull’unione eterosessuale, anche perché potenzialmente aperta alla generazione.

Qui non siamo più soltanto dentro il dibattito sulla maternità surrogata.

Entriamo direttamente nella disputa sul significato giuridico e sociale della famiglia.

L’articolo 29 della Costituzione riconosce i diritti della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”.

La giurisprudenza costituzionale contemporanea, però, ha sviluppato una protezione molto più ampia delle formazioni familiari e personali, anche attraverso gli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Futuro Nazionale propone una lettura politicamente opposta: lo Stato non dovrebbe essere neutrale tra qualsiasi forma di relazione, ma dovrebbe privilegiare quella struttura familiare che unisce differenza sessuale e potenziale generativo.

È una posizione divisiva per definizione.

Ma almeno affronta una questione che troppo spesso viene nascosta dietro la parola “uguaglianza”.

Essere uguali davanti alla legge significa che tutte le istituzioni sociali devono essere considerate identiche?

Oppure lo Stato può attribuire una funzione particolare ad alcune di esse?

È questo il vero confronto.

E qui arriva la parola più scomoda: limite

La cultura politica contemporanea è straordinariamente a disagio davanti a questa parola.

Limite.

La tecnica può fare qualcosa?

Non significa automaticamente che debba farlo.

Il mercato può organizzare qualcosa?

Non significa automaticamente che debba poterlo vendere.

Un adulto desidera qualcosa?

Non significa automaticamente che lo Stato debba trasformarlo in diritto.

La politica serve precisamente a tracciare confini.

Lo fa sugli organi umani.

Lo fa sui farmaci.

Lo fa sull’adozione.

Lo fa sulla sperimentazione.

Lo fa sul lavoro minorile.

E deve poterlo fare anche sulla procreazione.

La sovranità, in fondo, è anche il diritto di una comunità politica a stabilire che alcune cose non sono in vendita.

Il punto di coerenza politica

Il programma attacca infine il centrodestra accusandolo di una contraddizione: approvare a livello nazionale il rafforzamento del divieto di maternità surrogata e, a livello locale, patrocinare manifestazioni nelle quali sono presenti anche associazioni favorevoli alla legalizzazione della GPA.

Qui è necessaria una distinzione.

Il patrocinio a una manifestazione non equivale automaticamente ad aderire a tutte le posizioni sostenute da ogni soggetto che vi partecipa.

Quindi sarebbe scorretto dire che un Comune che patrocina un Pride “sostiene l’utero in affitto” senza verificare esattamente contenuti, manifesto e condizioni del patrocinio.

La critica politica più solida è un’altra.

Se un partito definisce la maternità surrogata una pratica tanto grave da richiedere l’applicazione extraterritoriale della legge penale, deve poi spiegare con chiarezza quali iniziative culturali intende finanziare o patrocinare e secondo quali criteri.

Non si può chiedere severità assoluta al Parlamento e opacità assoluta nei municipi.

La coerenza vale per tutti.

Non è una guerra contro qualcuno

Ed è qui che una destra seria dovrebbe distinguersi dalla propaganda più facile.

Difendere la famiglia fondata su uomo e donna non richiede insultare le persone omosessuali.

Vietare la maternità surrogata non significa negare la dignità di chi desidera avere figli.

Criticare la fecondazione eterologa non significa disprezzare chi vi è ricorso.

La legge giudica pratiche e istituti, non il valore umano delle persone.

Ed è precisamente questo che permette di sostenere una posizione radicale senza trasformarla in odio.

Il conflitto politico deve essere durissimo sui principi.

Ma una comunità nazionale rimane tale soltanto se distingue l’avversario dall’oggetto della propria avversione.

Una Nazione deve decidere che cosa non compra e non vende

Ed eccoci al punto conclusivo.

Per decenni ci hanno raccontato che il progresso avrebbe coinciso inevitabilmente con l’espansione delle possibilità individuali.

Ma ogni progresso tecnologico produce anche una domanda politica.

Possiamo farlo. Ma dobbiamo farlo?

Possiamo separare sessualità e procreazione.

Possiamo utilizzare gameti di terzi.

Possiamo organizzare gravidanze per conto altrui.

Possiamo stipulare accordi attraverso i confini.

Possiamo creare filiazioni che vent’anni fa sarebbero state tecnicamente impossibili.

La tecnologia risponde alla domanda “come”.

La politica deve ancora rispondere alla domanda “fino a dove”.

Ed è questo il merito intellettuale della proposta di Futuro Nazionale: formulare una risposta senza nascondersi dietro l’inevitabilità del progresso.

La risposta è che il corpo della donna non è un servizio, il bambino non è l’oggetto finale di un contratto e la procreazione non può diventare un mercato nel quale la capacità economica permette di superare i limiti biologici attraverso il corpo di qualcun altro.

È una posizione che divide.

Deve dividere.

Perché esistono questioni sulle quali la politica che tenta di accontentare tutti finisce semplicemente per non decidere nulla.

E questa riguarda precisamente il limite ultimo della sovranità: stabilire se tutto ciò che l’uomo riesce tecnicamente a fare debba diventare, automaticamente, qualcosa che la legge è costretta a riconoscere.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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