L'Italia Quotidiano

Domenico è morto: esultano i radicali 

Ramona Castellino 

Domenico Zuccarella è morto il 25 agosto. 

Aveva 59 anni, era malato da anni di sclerosi multipla progressiva e viveva una condizione di gravissima sofferenza e dipendenza dagli altri. 

Dopo 290 giorni dalla sua richiesta, il Servizio sanitario regionale lombardo ha organizzato per la prima volta integralmente la procedura di suicidio medicalmente assistito: personale sanitario, farmaco, strumentazione e luogo dell’esecuzione. 

È una notizia che dovrebbe anzitutto imporre silenzio, rispetto e pietà.

E invece, ancora una volta, attorno alla morte di un uomo si è immediatamente aperto il grande circo della propaganda sul cosiddetto “fine vita”.

Domenico è diventato un “caso”.
Un precedente.
Una bandiera.
Un argomento per chiedere nuove leggi. 

Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni, hanno presentato la vicenda come la dimostrazione che in Lombardia esisterebbe ormai una strada concreta da percorrere per chi vuole ottenere il suicidio medicalmente assistito, tornando a sollecitare l’approvazione della legge regionale di iniziativa popolare “Liberi subito”.

In questo modo viene venduta la cultura della morte globalista, dall’aborto al suicidio assistito. 

Nuove leggi, sempre più semplificate, per eliminare chi non può difendersi, chi è un peso, chi non produce più.

Ed il punto più inquietante non è soltanto che un uomo abbia scelto di morire.

Il punto è che, nel caso di Domenico, il Servizio sanitario pubblico è arrivato a organizzare concretamente il percorso che conduce alla morte.

La sanità ha messo a disposizione personale, farmaco, strumenti e assistenza. 

Non si è limitata dunque a prendere atto di una tragedia: ha costruito le condizioni perché quella tragedia potesse consumarsi all’interno del sistema sanitario.

Questa è la vera svolta culturale.

Per secoli il medico è stato colui che combatteva la malattia, alleviava il dolore, accompagnava il morente e difendeva la vita anche quando non era più possibile guarire.

Ora rischiamo di consegnargli una funzione radicalmente diversa: stabilire quando una vita non merita più di essere prolungata e predisporre gli strumenti perché possa essere interrotta.

Non è una semplice modifica procedurale. 

È un cambio di paradigma culturale, etico e morale.

E non si  può fingere di non vedere la portata di questo passaggio.

Il dolore non può diventare un criterio del valore della persona

Domenico aveva pronunciato parole terribili: 

“Sono stanco, non ne posso più”

 Lo aveva detto in tribunale il 23 giugno, dopo mesi di attesa e di sofferenza.

Chiunque abbia un minimo di umanità non può ascoltarle senza provare compassione.

Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di porre la domanda che la cultura dominante tende accuratamente a evitare: davvero la risposta alla disperazione di un malato deve essere la morte?

Un uomo che soffre non ha bisogno che la società gli dica che la sua vita è diventata un peso da eliminare. 

Ha bisogno di cure, vicinanza, assistenza, terapia del dolore, sostegno psicologico, affetto, comunità.

La civiltà si misura soprattutto da ciò che fa davanti al più debole.

Se davanti al malato gravissimo la prima soluzione che proponiamo è rendere più semplice morire, allora non abbiamo necessariamente sconfitto la sofferenza: rischiamo di aver sconfitto la nostra capacità di accompagnarla, insieme alla nostra umanità.

Non fatevi ingannare: spacceranno l’umanità per pietà con la quale moriranno persone sofferenti, convinte  da quella stessa società che  la loro vita sia inutile e un  peso.

C’è poi un’altra questione che non può essere rimossa.

La vicenda è stata resa pubblica dall’Associazione Luca Coscioni, che ha seguito legalmente Domenico e che ha immediatamente collegato la sua morte alla necessità di una nuova legge regionale sul suicidio assistito. 

Viene naturale chiedersi che cosa accade quando la storia personale di un uomo diventa immediatamente materiale per una battaglia politica organizzata e quindi quanto Domenico sia stato accompagnato alla morte per “umanità” o per avere una bandiera, uno strumento da utilizzare nella battaglia per la morte assistita. 

La stessa Regione Lombardia ha sollevato questo problema. 

L’assessore al Welfare Guido Bertolaso ha contestato pubblicamente l’uso mediatico della vicenda, sostenendo che Domenico aveva espresso la volontà che la sua morte non venisse strumentalizzata. 

È un’accusa gravissima, che mette assolutamente in dubbio la buonafede di Cappato e compagni vari.

E merita almeno una discussione seria.

Perché una cosa è difendere una persona nel suo percorso giudiziario e sanitario. 

Un’altra è trasformare la sua morte nel simbolo di una campagna legislativa.

Domenico era un uomo, non un manifesto.

Il vero diritto da difendere è quello a non essere abbandonati

Nessun accanimento terapeutico, sì alle cure palliative, sì alla sedazione quando clinicamente appropriata, sì all’accompagnamento, sì alla dignità del morire.

Ma una cosa è lasciar morire quando la medicina non può più guarire.

Un’altra è procurare intenzionalmente la morte.

Sono due realtà moralmente differenti, e confonderle significa impoverire deliberatamente l’uomo e sua umanità.

La domanda autenticamente civile non  dovrebbe essere: 

“Come possiamo aiutare Domenico  morire?”.

Dovrebbe essere: 

“Come possiamo impedire che una persona nelle sue condizioni arrivi a desiderare la morte come unica via d’uscita?”

Questa domanda costa molto di più. 

Richiede più medici, più infermieri, più caregiver, più cure palliative, più sostegno alle famiglie, più risorse e soprattutto una cultura che continui a ripetere una verità oggi considerata quasi scandalosa:

una persona non perde la propria dignità quando perde la propria autonomia.

Il caso di Domenico segna certamente una svolta nella storia sanitaria lombarda: è il primo suicidio medicalmente assistito nel quale il Servizio sanitario regionale ha organizzato integralmente la fase attuativa.

Ma che cosa dovremmo celebrare?

Che un malato gravemente disabile abbia finalmente trovato una strada per morire?

Non chiamatelo progresso. 

Dovremmo, invece,  interrogarci sul fatto che la società abbia trovato una strada molto più rapida per procurare la morte di quanto spesso riesca a trovare risorse per accompagnare la vita fragile. 

Questa è la domanda che la retorica del “diritto a morire” cerca troppo spesso di neutralizzare.

E noi, invece, vogliamo mantenerla aperta.

Perché la civiltà non comincia quando lo Stato impara a procurare la morte senza dolore. 

La civiltà comincia quando nessun uomo che soffre viene lasciato solo davanti alla propria disperazione.

Proprio per questo, Domenico non deve diventare una bandiera.

La sua morte non può essere trasformata nell’ennesimo trofeo della cultura della morte.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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