L'Italia Quotidiano

DALL’AJA A BELGRADO, LA MEMORIA CHE L’EUROPA VUOLE RISCRIVERE 

la Redazione 

La morte di Ratko Mladić riapre una delle ferite più profonde e controverse della storia europea contemporanea.

Il generale serbo-bosniaco è morto il 27 agosto all’Aja, mentre scontava una condanna all’ergastolo. 

Il tribunale delle Nazioni Unite lo aveva riconosciuto colpevole di genocidio a Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. 

La condanna era stata confermata in appello nel 2021.

Ma si sa la.storia la riscrive chi vince la guerra. 

Ma per la popolazione serba, invece, continua a essere ricordato come il comandante che combatté per difendere i serbi bosniaci durante la dissoluzione della Jugoslavia.

Questa contraddizione non può essere cancellata con una formula giudiziaria, come sta invece pretende di fare l’Unione Europea.

La storia dei Balcani non comincia a Srebrenica e non finisce all’Aja.

Per capire il dramma serbo occorre tornare all’inizio degli anni Novanta, quando la Jugoslavia cominciò a dissolversi.

Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina e successivamente Kosovo divennero il teatro di conflitti nei quali si intrecciarono nazionalismi, aspirazioni indipendentiste, rivalità territoriali, appartenenze religiose e interventi delle potenze straniere.

La guerra di Bosnia, dal 1992 al 1995, fu il capitolo più sanguinoso.

Mladić divenne il comandante militare delle forze serbo-bosniache e fu protagonista delle operazioni intorno a Sarajevo e, nel 1995, della presa di Srebrenica.

Ma la tragedia della Bosnia non può trasformarsi nella cancellazione della tragedia vissuta dai serbi.

La memoria serba porta con sé una lunga sequenza di guerre, espulsioni, bombardamenti, profughi e perdita di territori.

Il punto di rottura arrivò nel 1999.

Dopo la crisi del Kosovo e il fallimento delle trattative diplomatiche, la NATO iniziò il 24 marzo l’operazione Allied Force contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.

Per 78 giorni gli aerei dell’Alleanza colpirono obiettivi militari e infrastrutture, ma soprattutto i civili inermi in Serbia, Montenegro e Kosovo.

Le bombe raggiunsero Belgrado, Novi Sad, Niš, ponti, industrie, centrali elettriche, infrastrutture civili e comunicazioni.

La Nato, giusta e democratica, sganciò bombe a grappolo e si sospettano bombe al fosforo sul popolo serbo.

E una parte essenziale della macchina militare NATO operava dall’Italia.

La base di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, fu infatti una delle principali piattaforme utilizzate dall’Alleanza: la stessa NATO documenta che da Aviano decollavano i velivoli impiegati nell’operazione contro la Jugoslavia. 

È una pagina della storia italiana che oggi viene ricordata troppo poco.

Per gli italiani la guerra del Kosovo non fu soltanto un conflitto lontano.

La macchina militare passava anche dal nostro territorio.

Aerei americani e alleati decollavano dalle basi italiane per colpire la Jugoslavia.

Il governo di Roma era parte della NATO e l’Italia forniva infrastrutture decisive all’operazione.

È dunque legittimo interrogarsi, ancora oggi, sulla natura politica di quella guerra e sul ruolo che l’Italia svolse.

Human Rights Watch, certamente non un’organizzazione filoserba, ha documentato circa 500 vittime civili causate dai bombardamenti NATO in Jugoslavia attraverso novanta incidenti esaminati.

La stessa organizzazione concluse che l’Alleanza non aveva adottato sempre precauzioni sufficienti per proteggere la popolazione civile e criticò l’impiego delle bombe a grappolo e al fosforo 

Ci furono episodi emblematici.

Il 14 aprile 1999 aerei decollati da Aviano colpirono un convoglio in Kosovo. 

A Niš furono utilizzate bombe a grappolo in un’area urbana, mentre altri attacchi colpirono infrastrutture e zone densamente popolate.

E il 7 maggio una bomba NATO colpì anche l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando tre morti.

La NATO parlò di un errore.

Un altro capitolo controverso è quello del munizionamento all’uranio impoverito.

La NATO ha ammesso l’impiego di tali munizioni nei Balcani e nel 2001 istituì un gruppo di lavoro sui possibili rischi ambientali e sanitari. 

L’Alleanza ha sostenuto che le evidenze scientifiche disponibili non dimostrassero un significativo rischio sanitario, mentre il tema continua a essere oggetto di discussione e preoccupazione nei Paesi colpiti. 

È documentato l’impiego di bombe a grappolo e di munizioni all’uranio impoverito, oltre alle numerose vittime civili provocate dagli attacchi aerei. 

Ed è qui che la vicenda di Mladić assume un significato politico più ampio.

L’Europa chiede oggi alla Serbia di fare i conti con il proprio passato, di riconoscere le responsabilità della guerra e di allinearsi alla memoria ufficiale del conflitto.

Ma diventa problematica quando si trasforma nell’idea che solo una parte debba fare i conti con la propria storia.

L’ipocrisia europea decide chi sia giusto ricordare e cosa no e dimentica le vittime dei bombardamenti NATO.

Chi condanna le espulsioni degli albanesi dovrebbe ricordare anche le violenze subite dai serbi del Kosovo.

Chi difende il diritto internazionale dovrebbe interrogarsi anche sulla decisione di bombardare la Jugoslavia senza una specifica autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Non esiste una giustizia credibile se la memoria viene selezionata in funzione dell’alleanza geopolitica.

Oggi Belgrado guarda all’Europa con un rapporto sempre più problematico.

La Serbia vuole mantenere aperto il percorso europeo, ma non intende giustamente rinunciare alla propria memoria nazionale né alla propria posizione sul Kosovo.

La morte di Mladić rende questa contraddizione ancora più evidente.

A Belgrado e in altre comunità serbe il generale viene ricordato come un simbolo nazionale.

L’Europa reagisce con ipocrita indignazione ai tentativi di glorificazione.

Ma la domanda dovrebbe essere un’altra:

Perché, dopo trent’anni, i Balcani continuano a produrre memorie contrapposte?

Forse perché quella memoria scritta dai vincitori li assolve da ogni colpa.

Le grandi potenze possono intervenire proclamando “ragioni umanitarie”, ma devono poi accettare che le proprie azioni vengano sottoposte allo stesso scrutinio riservato agli avversari.

Non basta dire di avere combattuto per una “causa giusta” e di aver sganciato “bombe di pace” 

Occorre dimostrare che i mezzi utilizzati siano stati giusti e che lo stesso criterio venga applicato a tutti.

È questa la vera questione che Mladić lascia sul tavolo.

Non spetta all’Europa decidere se Mladić debba essere ricordato, ma al popolo serbo.

La memoria di cui farnetica l’Europa è una memoria che trasforma la giustizia in propaganda.

È una memoria che  pretende  di dividere il mondo tra buoni  e cattivi, dove i buoni spesso sono i cattivi.

Perché la storia dei Balcani è molto più tragica e complessa di qualsiasi tribunale, qualsiasi governo o qualsiasi cancelleria europea.

E se l’Europa vuole davvero riconciliarsi con la Serbia, dovrebbe cominciare non chiedendo ai serbi di dimenticare la propria storia, ma accettando finalmente di ricordarla tutta.

L’Italia in particola modo, dovrebbe ricordare che quando il 24 marzo 1999 iniziò l’operazione Allied Force, a Palazzo Chigi sedeva Massimo D’Alema.

La base di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, divenne una delle principali piattaforme operative dell’Alleanza. Da lì decollarono numerosi velivoli impegnati nei bombardamenti.

Il governo guidato dalla sinistra italiana si trovava a sostenere, nel quadro dell’Alleanza Atlantica, un’operazione militare contro un Paese europeo con il quale l’Italia aveva storici rapporti economici, culturali e geografici.

A chi oggi critica i serbi e le proprie commemorazioni, dovrebbe anche ricordare che la campagna NATO, non fu autorizzata da una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzasse l’uso della forza contro la Jugoslavi.

Si giustificarono le bombe come un “intervento umanitario” reso necessario dall’emergenza.

Ed è imbarazzante ascoltare oggi le istituzioni europee richiamarsi continuamente alla centralità assoluta del diritto internazionale,  senza ricordare quanto controversa sia stata, sotto questo profilo, la guerra del 1999.

I civili morti furono liquidati dalla NATO come episodi errori o danni collaterali.

Per le famiglie delle vittime, naturalmente, il linguaggio militare non cambia la sostanza: erano persone morte sotto le bombe.

Onestà intellettuale dovrebbe porre ai cari tribunali e ai vertici Nato, la domanda che se una guerra viene combattuta in nome della protezione dei civili, quanto può essere considerato accettabile il prezzo pagato proprio dalla popolazione civile.

E l’Italia non fu spettatrice, ma una protagonista e questo elemento merita di essere ricordato soprattutto in Italia.

Il nostro Paese non fu un semplice osservatore diplomatico.

Le basi italiane furono parte integrante della macchina militare NATO. Il territorio italiano costituì una piattaforma logistica e operativa essenziale per l’intervento.

Per questo la guerra del Kosovo appartiene anche alla storia italiana.

E appartiene alla storia di un’intera generazione che vide gli aerei militari partire dalle basi del proprio Paese per colpire una nazione dall’altra parte dell’Adriatico.

A distanza di oltre vent’anni, sorprende quanto poco spazio occupi questa memoria nel dibattito pubblico italiano

È questa la vera questione sollevata dalla memoria serba.

L’Occidente la smetta di pretenda oggi di essere l’unico interprete legittimo del diritto internazionale quando, nel 1999, fu esso stesso protagonista di un intervento militare senza nessuna legittimità giuridica.

La Serbia non dimentica le bombe.

E l’Europa e noi Italiani abbiamo le mani sporche del sangue innocente del popolo serbo.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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