La Redazione
Washington apre due nuovi fronti: guerra fiscale alle grandi organizzazioni politiche travestite da charity e assalto alla concentrazione del mercato alimentare.
C’è un filo conduttore che unisce due iniziative apparentemente lontanissime: da una parte la stretta dell’amministrazione Trump sulle grandi organizzazioni non profit dell’area progressista, dall’altra la volontà di ridimensionare il potere dei colossi che dominano la lavorazione della carne negli Stati Uniti.
Quel filo è il ritorno del potere politico nazionale contro le strutture di potere intermedie e transnazionali.
È questa, al di là dei singoli provvedimenti, la chiave con cui leggere la nuova fase della presidenza Trump: riportare sotto il controllo dello Stato americano, settori della vita pubblica che negli ultimi decenni sono diventati sempre più dipendenti da grandi fondazioni, reti associative, multinazionali, apparati burocratici e interessi economici concentrati.
Non è ancora possibile parlare di una rivoluzione compiuta. Ma la direzione politica è evidente.
L’amministrazione Trump, attraverso il Tesoro guidato da Scott Bessent, sta preparando una vasta revisione fiscale che potrebbe coinvolgere alcune delle più importanti organizzazioni non profit dell’area progressista americana.
Tra i nomi finiti sotto esame figurano Open Society Foundations, la rete “filantropica” fondata dal globalista George Soros, il Southern Poverty Law Center (SPLC) e il Council on American-Islamic Relations (CAIR).
Secondo quanto riportato dal New York Post, la revisione potrebbe arrivare fino alla revoca dello status fiscale 501(c)(3), qualora l’amministrazione ritenga che determinate organizzazioni, abbiano oltrepassato i limiti previsti per le attività politiche e di lobbying.
Si parla inoltre della possibilità di recuperare imposte arretrate e applicare sanzioni civili per milioni di euro.
Un dato ha attirato particolarmente l’attenzione: secondo un’analisi dei bilanci fiscali citata dal Post, l’eventuale tassazione al 21% dei soggetti presi in considerazione avrebbe prodotto per il solo 2024 un ammontare teorico vicino ai 165 milioni di dollari, dei quali circa 163,6 milioni riconducibili alla rete Soros.
La questione è dunque molto più ampia del semplice gettito fiscale.
Trump affronta uno dei grandi tentacoli globalisti, strumento di ricatto nell’autonomia delle nazioni, e cioè chi finanzia il potere politico.
Per decenni, nel mondo occidentale, il potere non è stato esercitato attraverso governi e partiti.
Si è sviluppata una gigantesca infrastruttura parallela, composta da fondazioni, ONG, think tank, università, associazioni, organismi internazionali e reti filantropiche capaci di orientare il dibattito pubblico, finanziare campagne, sostenere battaglie giudiziarie e influenzare le politiche pubbliche, fomentare e finanziare “rivoluzioni colorate” che spesso hanno soverchiato governi votati dai cittadini per istaurare poteri politici fantocci.
Il caso Soros rappresenta, agli occhi del movimento trumpiano, uno dei simboli più evidenti di questo modello.
Ed è proprio qui che Trump apre lo scontro costituzionale e politico.
Una fondazione che esercita una forte influenza politica, non dovrebbe poter godere indefinitamente degli stessi vantaggi fiscali riconosciuti a una tradizionale organizzazione caritativa.
La partita, dunque, non riguarda soltanto Soros.
Riguarda chi decide quali forze sociali possano beneficiare dell’appoggio indiretto dello Stato americano.
Il secondo fronte: la guerra al potere dei grandi macelli
Se il primo fronte riguarda il potere politico e culturale, il secondo riguarda il potere economico.
Trump ha annunciato l’intenzione di predisporre strumenti legali, per consentire ad agricoltori e allevatori americani di lavorare e commercializzare direttamente la propria carne, riducendo gli ostacoli regolamentari che oggi favoriscono la dipendenza dai grandi impianti di trasformazione.
Il presidente ha attaccato quello che definisce un “nasty monopoly”, indicando la concentrazione dell’industria della carne come uno dei problemi che penalizzano allevatori e consumatori.
Qui i numeri raccontano una storia significativa.
Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura americano, le quattro maggiori imprese del settore gestiscono circa l’85% degli acquisti di bovini da macello.
Si tratta di una concentrazione enorme, che da anni alimenta il dibattito sulla concorrenza nel mercato della carne.
Le quattro grandi realtà comunemente indicate nel dibattito sono Cargill, Tyson Foods, JBS USA e National Beef Packing.
Il problema, quindi, non è semplicemente “americano contro straniero”.
È soprattutto quello della concentrazione del potere economico.
Quando pochi grandi operatori controllano una quota enorme della filiera, l’allevatore può trovarsi in una posizione contrattuale debole e il consumatore può subire prezzi più elevati.
Ed è qui che le due vicende si incontrano.
Nel caso delle nonprofit, Trump punta il dito contro una rete di organizzazioni che considera parte di un ecosistema politico-culturale, capace di influenzare le istituzioni senza passare direttamente dal voto.
Nel caso della carne, punta contro una struttura industriale nella quale, pochi grandi operatori concentrano una parte enorme del potere di mercato.
Sono due forme diverse di globalismo.
Una è politico-culturale.
L’altra è economica.
La risposta trumpiana è però simile: deconcentrare il potere e restituirlo, almeno nelle intenzioni, al cittadino, al produttore e allo Stato nazionale.
È questo il punto nel quale il trumpismo si distingue dal semplice conservatorismo tradizionale.
Il bersaglio è l’architettura del potere.
Dietro il “globalismo” esiste una questione concreta: negli ultimi decenni molte decisioni che incidono sulla vita dei cittadini, sono state progressivamente influenzate da reti che attraversano i confini nazionali.
Multinazionali, grandi fondazioni, organismi sovranazionali, ONG, Big Pharma e circuiti finanziari possono avere una capacità d’influenza superiore a quella di molte istituzioni democraticamente elette.
La risposta di Trump è costruita attorno a un principio semplice: la sovranità deve tornare ad essere centrale.
Questo spiega perché la sua politica interna non possa essere letta soltanto attraverso la categoria “destra contro sinistra”.
Trump sta rispondendo ad una domanda che non solo il popolo americano si pone, ma anche quello europeo, su chi deve avere l’ultima parola sulle scelte che riguardano una nazione.
Un’amministrazione eletta dal popolo, oppure una rete permanente di soggetti economici, culturali e finanziari che opera oltre i cicli elettorali.
Lo scontro con la rete di Soros assume, in questa prospettiva, anche un valore simbolico.
L’idea della “società aperta”, nelle sue diverse interpretazioni, ha rappresentato uno dei paradigmi più influenti della politica occidentale contemporanea.
Il trumpismo propone una concezione opposta: confini, sovranità nazionale, interesse nazionale, controllo democratico e primato delle istituzioni dello Stato.
Non significa necessariamente chiudere l’America al mondo.
Significa sostenere che l’apertura internazionale non possa trasformarsi nella perdita della capacità dello Stato nazionale di decidere.
È una differenza enorme.
Anche la carne diventa una questione di sovranità e non una semplice disputa economica.
In realtà contiene un altro elemento tipicamente sovranista: la sicurezza e l’autonomia della filiera alimentare nazionale.
Trump ha infatti collegato il tema della disponibilità di carne, ai problemi dell’offerta interna e ha recentemente aumentato temporaneamente le quantità di alcuni tagli di carne bovina importabili senza il dazio oltre quota, sostenendo che la misura serva a contenere i prezzi per i consumatori.
La promessa di rafforzare i piccoli trasformatori e consentire agli allevatori una maggiore autonomia rappresenta quindi la faccia interna della stessa strategia.
Meno dipendenza dai grandi intermediari.
Più produzione locale.
Più concorrenza.
Più capacità di controllo sulla filiera.
La nuova dottrina di Trump è spezzare le concentrazioni di potere.
Al di là dei singoli provvedimenti, emerge questa filosofia politica precisa.
Trump sta cercando di colpire le concentrazioni di potere che hanno progressivamente sottratto spazio al cittadino comune.
Le grandi fondazioni politiche.
Le reti ideologiche.
Le ONG.
I grandi intermediari economici.
Le multinazionali dominanti.
Gli apparati burocratici.
Il filo conduttore è il tentativo di spostare nuovamente il baricentro, dalle élite transnazionali allo Stato nazionale, dai grandi intermediari ai produttori, dalle strutture permanenti del potere al mandato elettorale.
Una cosa è ormai chiara.
Per quanto sia criticabile la politica estera di Trump, la seconda stagione di Trump alla Casa Bianca non sta semplicemente proponendo una diversa politica economica o una diversa agenda culturale.
Sta tentando di ridisegnare i rapporti di forza all’interno dell’America.
E proprio per questo lo scontro con le reti di influenza progressiste e con i grandi apparati industriali, assume un significato che va ben oltre Soros, oltre la carne e oltre la politica fiscale.
È una battaglia per stabilire chi controlla davvero l’America del XXI secolo.
E la risposta che Trump sta cercando di dare è netta:
non le reti globali, non le grandi oligarchie economiche, non le élite permanenti.
Prima di tutto, la nazione.




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