Riccardo Bianchi
Roma non è soltanto Piazza Venezia, il Colosseo, via del Corso e le cartoline che fanno il giro del mondo. Roma è soprattutto quella gigantesca città che comincia quando finiscono gli itinerari turistici, attraversa quindici Municipi e arriva fino al mare, alle borgate, ai quartieri oltre il raccordo, alle strade consolari e a centinaia di comunità locali che troppo spesso hanno l’impressione di esistere soltanto quando bisogna pagare una tassa o andare a votare.
È da questa Roma che Futuro Nazionale dichiara di voler partire nel lavoro verso le elezioni capitoline del 2027.
Non da un programma scritto esclusivamente nei palazzi, ma da una ricognizione dei problemi concreti dei territori, perché parlare genericamente di “periferie” significa ormai non comprendere Roma: Tor Bella Monaca non ha gli stessi problemi di Ostia, San Basilio non è Corviale, Centocelle non è Labaro, Casalotti non è Romanina e il Laurentino non è Torrevecchia.
Una città immensa richiede soluzioni differenti e un’amministrazione capace di conoscere ciò che accade quartiere per quartiere.
Sicurezza: la prima questione è tornare padroni dello spazio pubblico
Gli ultimi provvedimenti della Prefettura raccontano qualcosa che non può essere ignorato.
Nella Capitale sono state utilizzate aree a tutela rafforzata e, nell’ordinanza entrata in vigore il 24 agosto, anche Colosseo, Fori Imperiali e Campidoglio sono entrati nel nuovo perimetro sottoposto a controllo rafforzato, mentre vengono confermate e ampliate altre aree interessate dal dispositivo.
Se servono misure straordinarie persino intorno al Colosseo, il tema della sicurezza non può essere ridotto a una battaglia sulla “percezione”.
Ma nelle periferie il problema assume forme differenti.
Ci sono lo spaccio, le occupazioni abusive, i roghi, i veicoli abbandonati, le risse, il degrado delle stazioni, le aree verdi che dopo una certa ora cambiano volto. Ci sono commercianti che devono convivere quotidianamente con situazioni che da un ufficio del centro sembrano piccole e che, quando si ripetono sotto casa trecentosessantacinque giorni l’anno, diventano qualità della vita.
La questione che FN pone è quella della sovranità sul territorio: lo spazio pubblico appartiene alla comunità e lo Stato non può abituarsi all’esistenza di zone nelle quali la propria autorità diventa intermittente.
Mobilità: Roma non può essere amministrata come se tutti abitassero dentro le Mura Aureliane
Poi c’è il traffico.
Ed è probabilmente uno dei punti nei quali la distanza fra centro e periferia diventa più evidente.
È facile teorizzare una città nella quale l’automobile diventa progressivamente superflua quando si vive vicino a una metropolitana, si dispone di numerose linee di autobus e si possono raggiungere a piedi lavoro, negozi e servizi.
La situazione cambia radicalmente quando bisogna accompagnare un figlio a scuola, raggiungere il lavoro dall’altra parte della città, assistere un genitore anziano e attraversare quartieri nei quali il trasporto pubblico non rappresenta ancora un’alternativa realmente equivalente all’automobile.
La transizione verso una mobilità migliore non può diventare una guerra ideologica contro chi utilizza l’auto perché non possiede alternative praticabili.
Prima bisogna offrire l’alternativa.
Poi si può chiedere al cittadino di utilizzarla.
San Basilio è una lezione che il Campidoglio dovrebbe studiare
Il caso del black point tra Nomentana, Casale di San Basilio e Diego Fabbri è emblematico.
L’intervento nasceva da un problema autentico di sicurezza stradale. Il Campidoglio ricordava che nel perimetro considerato si erano verificati 53 incidenti, due morti e 39 feriti nel triennio preso come riferimento.
Ma i residenti contestarono la soluzione proposta, sostenendo che avrebbe trasferito grandi quantità di traffico nelle strade interne.
La protesta arrivò fino alla Regione. Successivamente il Campidoglio modificò il progetto e nell’autunno 2025 ripristinò alcuni doppi sensi di marcia.
La lezione va oltre San Basilio.
Ascoltare i cittadini prima di aprire un cantiere costa infinitamente meno che correggere un progetto dopo averlo realizzato.
Questa dovrebbe diventare una regola amministrativa.
Strade e marciapiedi: la politica meno spettacolare è spesso quella che cambia davvero la vita
Roma ha bisogno delle grandi opere.
Ma una città viene giudicata ogni mattina anche dalle piccole.
Una buca davanti casa, un marciapiede impraticabile per una persona disabile, un attraversamento pericoloso, un tombino ostruito, un lampione spento, una fermata senza protezione dal sole, un albero non potato o una strada che si allaga non diventano meno importanti perché non producono un’inaugurazione.
Una futura amministrazione dovrebbe rendere pubblico, Municipio per Municipio, lo stato manutentivo della città, con tempi, responsabilità e avanzamento degli interventi consultabili dai cittadini.
La digitalizzazione dovrebbe servire a questo.
Non a creare l’ennesimo portale incomprensibile.
Trasporto pubblico: il problema non è convincere i romani ad abbandonare l’automobile
Il problema è convincerli che possono farlo.
Roma necessita di una rete su ferro molto più estesa, ma nel frattempo servono autobus affidabili, corsie preferenziali progettate dove funzionano realmente, parcheggi di scambio, collegamenti tangenziali tra periferie e un trasporto notturno adeguato.
Perché esiste una Roma che per spostarsi non ha bisogno di raggiungere Termini.
Un cittadino può abitare a Torre Angela e lavorare all’Eur.
Può vivere a Boccea e lavorare a Ponte Milvio.
Può abitare a Ostia e dover raggiungere l’Appia.
La mobilità romana continua invece a essere condizionata da una struttura troppo spesso centro-periferia, mentre milioni di spostamenti reali avvengono tra periferia e periferia.
Case occupate: legalità e questione sociale devono tornare insieme
Roma deve affrontare anche il gigantesco nodo della casa.
Le occupazioni non possono diventare un sistema alternativo di assegnazione degli immobili.
Se un appartamento pubblico o appartenente a un grande patrimonio immobiliare viene occupato attraverso violenza, racket o compravendita illegale dell’accesso, chi ha rispettato per anni una graduatoria subisce una doppia ingiustizia.
Ma legalità significa anche impedire che appartamenti pubblici rimangano vuoti e degradati mentre migliaia di famiglie aspettano.
Censimento degli immobili, recupero rapido, assegnazioni trasparenti e contrasto ai racket delle occupazioni devono diventare parti della stessa politica.
Essere duri con l’illegalità e inefficienti nell’amministrazione del patrimonio pubblico sarebbe soltanto metà del lavoro.
Rifiuti: Roma non può considerare normale ciò che altrove sarebbe un’emergenza
Poi ci sono i cassonetti.
I romani conoscono fin troppo bene fotografie che non dovrebbero più essere considerate normali: sacchetti accumulati, ingombranti abbandonati, piccoli depositi abusivi che diventano discariche e marciapiedi trasformati in estensioni dei cassonetti.
Qui non basta invocare genericamente il senso civico.
Chi abbandona rifiuti deve essere individuato e sanzionato, ma contemporaneamente AMA deve garantire un servizio all’altezza della tariffa pagata dai cittadini.
Responsabilità individuale e responsabilità pubblica non si escludono.
Si completano.
Verde: un parco abbandonato non è veramente uno spazio pubblico
Roma possiede un patrimonio verde straordinario.
Nelle periferie, soprattutto, parchi e ville rappresentano spesso l’unico vero luogo di aggregazione gratuito.
Ma un’area verde senza illuminazione, manutenzione, fontanelle, panchine, servizi e controllo può progressivamente diventare inutilizzabile.
Il verde non deve essere considerato superficie colorata sulla cartografia comunale.
Deve essere infrastruttura sociale.
Sport gratuito, bambini, anziani, comunità, attività associative e presidio del territorio possono convivere nello stesso spazio quando l’amministrazione lo rende possibile.
Commercio: salvare le strade significa salvare i negozi
C’è una Roma che rischia di perdere lentamente la propria economia di prossimità.
Quando chiude un negozio non sparisce soltanto un’attività economica.
Si spegne una vetrina.
Diminuisce il passaggio.
Scompare un presidio informale.
Una strada diventa un po’ più vuota.
E il quartiere perde un pezzo della propria identità.
Una politica popolare deve tornare a considerare artigiani, mercati rionali, piccoli commercianti, palestre, bar e attività familiari come infrastrutture della città, non semplicemente come soggetti ai quali inviare tributi, autorizzazioni e controlli.
Ostia deve tornare a essere il mare di Roma
Poi esiste un’intera città nella città.
Ostia.
Il mare dovrebbe essere uno degli elementi strategici dello sviluppo romano, collegando turismo, sport, cultura, archeologia, portualità e riqualificazione urbana.
Eppure troppo spesso Roma sembra ricordarsi di possedere il mare soltanto durante l’estate o quando esplode una nuova polemica.
Il litorale non deve essere amministrato come una lontana appendice del Campidoglio.
Roma è una città di mare.
E dovrebbe finalmente comportarsi come tale.
Tor Bella Monaca, Corviale e le grandi periferie non hanno bisogno di compassione
Hanno bisogno di investimenti, sicurezza, servizi e lavoro.
Per decenni una parte della politica ha parlato delle periferie quasi esclusivamente attraverso due registri: emergenza o assistenza.
È una visione profondamente sbagliata.
Nelle periferie romane vivono lavoratori, famiglie, professionisti, imprenditori, studenti e pensionati. Esistono associazioni, parrocchie, società sportive e reti sociali che tengono insieme territori enormi.
Non sono luoghi da compatire.
Sono pezzi produttivi della Capitale.
La politica dovrebbe andarci non soltanto quando avviene un fatto di cronaca, ma quando deve decidere come spendere il bilancio comunale.
Una città deve sapere chi vive sul proprio territorio
Dentro il programma di Futuro Nazionale esiste poi una concezione precisa della sovranità.
Significa anche controllo del territorio, contrasto all’immigrazione irregolare e applicazione effettiva delle decisioni di rimpatrio nei casi previsti dalla legge.
Questo non significa confondere stranieri e criminalità.
Un cittadino straniero che vive legalmente a Roma, lavora e rispetta le leggi non può essere assimilato a chi delinque.
Ma nemmeno si può chiedere alla Polizia Locale e alle forze dell’ordine di gestire indefinitamente sul territorio gli effetti di situazioni che dovrebbero essere risolte a livello nazionale attraverso identificazione, controllo dell’immigrazione irregolare ed esecuzione dei provvedimenti legalmente adottati.
Una Capitale sicura necessita sia di politiche comunali sia di uno Stato capace di esercitare concretamente le proprie prerogative.
Famiglie e natalità: Roma deve diventare una città nella quale sia possibile avere figli
C’è infine una crisi meno rumorosa delle risse e delle buche.
La crisi demografica.
Una città nella quale una giovane coppia fatica a permettersi una casa, un asilo, un’automobile e magari persino una stanza in più difficilmente può chiedere alle famiglie di fare figli.
Sostenere la natalità significa quindi scendere dalla dimensione dei convegni e arrivare nel bilancio comunale.
Asili.
Casa.
Trasporti.
Sport.
Servizi.
Agevolazioni.
Spazi per i bambini.
Una politica della famiglia diventa credibile soltanto quando avere un figlio comporta concretamente più sostegno da parte della comunità.
Roma 2027: quindici Municipi, quindici dossier
È su questo metodo che Futuro Nazionale può costruire il proprio lavoro verso le comunali del 2027.
Non un unico documento generico sulle periferie.
Quindici dossier municipali.
Dentro ciascuno: sicurezza, mobilità, manutenzione, trasporto pubblico, verde, commercio, casa, scuole, impianti sportivi, servizi sociali e opere incompiute.
E dentro ogni dossier devono entrare i problemi indicati direttamente da residenti, associazioni e realtà economiche locali, distinguendo ciò che compete al Municipio, ciò che compete al Campidoglio, ciò che appartiene alla Regione e ciò che richiede l’intervento dello Stato.
Perché promettere a un cittadino qualcosa che il Comune non ha il potere di fare è il modo più antico di prenderlo in giro.
Prima di parlare del Campidoglio, bisogna conoscere ogni quartiere
Roma 2027 non dovrebbe quindi cominciare con una fotografia davanti al Marco Aurelio.
Dovrebbe cominciare da San Basilio, Tor Bella Monaca, Centocelle, Romanina, Cinecittà, Don Bosco, Corviale, Laurentino, Primavalle, Torrevecchia, Casalotti, Labaro, Fidene, Ostia e dalle decine di altre comunità che formano la Roma reale.
Andare.
Ascoltare.
Documentare.
Verificare.
Trasformare le segnalazioni in proposte amministrativamente realizzabili.
Poi pubblicare tutto, perché i cittadini possano giudicare.
Questo può essere il significato concreto del lavoro che Futuro Nazionale dichiara di voler intraprendere verso il Campidoglio: non chiedere alle periferie di entrare nella politica, ma costringere finalmente la politica a entrare nelle periferie.
Perché Roma non si governa dal centro guardando verso l’esterno.
Roma si comprende percorrendola in senso contrario: dai quartieri fino al Campidoglio.




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