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L’ABORTO NON CANCELLA UN “POSSIBILE BAMBINO”. UCCIDE UN BAMBINO CHE ESISTE GIÀ

Ramona Castellino

Il grande inganno delle parole: l’embrione non è una persona.

Ed invece è una persona all’inizio della propria esistenza.

E nessuna legge può trasformare questa verità in una falsità

Ci hanno abituati a chiamarlo “grumo di cellule”.

Poi “prodotto del concepimento”.

Poi “potenziale vita”.

Poi, con un artificio linguistico ancora più sofisticato, “persona in potenza”.

Cambiano le parole, ma la domanda rimane una sola: che cosa c’è realmente nel grembo di una donna dopo il concepimento?

La risposta non dovrebbe dipendere dalle convinzioni politiche, dalla sensibilità religiosa o dall’orientamento ideologico.

C’è un essere umano.

E questa è la verità dalla quale il dibattito sull’aborto dovrebbe avere il coraggio di cominciare.

Non “diventerà” uomo: è uomo

L’errore fondamentale è racchiuso in una parola apparentemente innocente: diventerà.

L’embrione “diventerà” bambino, si dice. Diventerà adulto. Diventerà anziano.

Ma se è così, chi è colui che diventa?

Non esiste un istante magico nel quale una realtà non umana subisce una misteriosa trasformazione e improvvisamente compare una persona.

Esiste, invece, un individuo umano che attraversa diverse fasi della propria vita.

Prima embrione.

Poi feto.

Poi neonato.

Poi bambino.

Poi adolescente.

Poi adulto.

È sempre lo stesso essere umano.

Nessuno di noi è diventato uomo nel momento in cui ha imparato a parlare, a camminare o a ragionare.

Quelle capacità sono comparse progressivamente perché prima esisteva già il soggetto destinato a svilupparle.

Questo è il punto che non si può eludere.

L’embrione non è un essere umano “in potenza” nel senso che oggi non sarebbe ancora uomo e domani lo diventerebbe.

È un essere umano con un enorme potenziale di sviluppo.

La differenza non è semantica.

È la differenza tra riconoscere una dignità oppure subordinare quella dignità al livello di sviluppo raggiunto.

E allora chi stabilisce quando comincia la persona?

Qui il problema diventa inevitabilmente filosofico e giuridico.

Se la persona non esiste dal concepimento, bisogna indicare il momento esatto in cui comincia ad esistere.

Alla nascita?

Prima della nascita?

Quando compare l’attività cerebrale?

Quando il feto è capace di sopravvivere fuori dall’utero?

Quando sviluppa la coscienza?

Quando acquisisce l’autocoscienza?

Quando è autonomo?

Ogni risposta produce un nuovo problema.

Perché nessuna di queste soglie descrive la comparsa di un nuovo individuo umano.

Descrive soltanto una nuova capacità di un individuo che già esiste.

Ed è proprio qui che la pretesa di fissare arbitrariamente una soglia ha prodotto un essere umano in trasformarmazione in qualcosa di terribile: la dignità dell’essere umano finisce per dipendere da ciò che sa fare.

Ma se il valore dell’uomo dipende dalle sue prestazioni, che cosa accade a chi non può prestare?

Il malato.

Il disabile gravissimo.

Il paziente incosciente.

Il neonato.

L’anziano non autosufficiente.

Sono meno uomini?

Naturalmente no.

E allora perché dovrebbe essere diverso per il figlio concepito?

La legge può autorizzare, non può cambiare la realtà

Qui entra in gioco la legge 194.

Da decenni il dibattito italiano viene spesso ricondotto alla contrapposizione fra autodeterminazione della donna e tutela della vita nascente.

Ma prima di ogni bilanciamento giuridico esiste una domanda ancora più radicale: il soggetto concepito è qualcuno oppure qualcosa?

Se è qualcosa, tutto diventa relativamente semplice.

Se è qualcuno, la questione cambia completamente.

Perché allora non stiamo discutendo soltanto di una procedura sanitaria o di una libertà individuale.

Stiamo discutendo della vita di un essere umano che non ha ancora la possibilità di difendersi.

La legge può disciplinare l’aborto.

Può stabilire condizioni, termini e procedure.

Può perfino autorizzarlo.

Ma una legge non può far diventare vero ciò che è falso.

Se un bambino è umano prima della nascita, non smette di esserlo perché il legislatore stabilisce che la sua tutela sia limitata.

Il diritto può riconoscere la dignità.

Può proteggerla.

Può tradirla.

Ma non è il diritto a crearla

La risposta all’aborto passa attraverso una trasformazione culturale, riportata finalmente alla verita’ e deve essere anche una rete concreta di sostegno: economico, familiare, sociale, psicologico e umano.

La civiltà si rivela nel modo in cui tratta chi non ha potere.

Il concepito non vota.

Non protesta.

Non parla.

Non scrive sui giornali.

Non può chiedere aiuto.

Non può bussare alla porta di un tribunale.

Dipende completamente da altri.

E proprio per questo la sua tutela dovrebbe essere ancora più forte, non più debole.

La tradizione cristiana lo ha compreso da secoli: la vita umana non acquista valore perché è forte, sana, desiderata o produttiva.

Ha valore perché è umana.

È questo il cuore della battaglia.

La difesa di un principio elementare: nessun essere umano dovrebbe perdere il diritto fondamentale alla vita perché è troppo piccolo per difenderlo.

Alla fine, dunque, la domanda non è:

“Quando l’embrione diventa persona?”

La domanda è:

“Che cosa ci autorizza a dire che non lo sia già?”

Perché dal concepimento inizia una storia biologicamente continua.

Non nasce prima un “qualcosa” che poi, settimane o mesi più tardi, si trasforma in “qualcuno”.

Nasce un essere umano che crescerà.

E crescerà dentro il grembo di sua madre.

Quella madre merita sostegno.

Quel figlio merita protezione.

E una società che voglia ancora chiamarsi civile dovrebbe avere il coraggio di difendere entrambi.

Perché il bambino non diventa uomo quando finalmente può essere visto, fotografato, abbracciato e registrato all’anagrafe o messo sui social.

È uomo quando la sua vita comincia.

E quella vita, una volta cominciata, non dovrebbe dipendere dalla forza che possiede per difendersi.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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