L'Italia Quotidiano

Emergenza climatica: a chi giova davvero?

Giulio Saraceni 

Da anni ci viene ripetuto che siamo sull’orlo del disastro climatico e che ogni aspetto della nostra vita deve essere ripensato in nome dell’ambiente. Auto, riscaldamento, alimentazione, consumi, viaggi: tutto diventa improvvisamente una questione morale. Chi mette in discussione una determinata politica viene facilmente liquidato come “negazionista”, quasi che discutere strumenti, costi e conseguenze fosse un crimine.

Il problema non è preoccuparsi del clima. Il problema nasce quando la preoccupazione diventa una licenza per non discutere più.

Gli ambientalisti più radicali sembrano spesso dimenticare che una società moderna ha bisogno di energia affidabile, trasporti efficienti, industrie competitive e posti di lavoro. Dire semplicemente “meno consumi”, “meno automobili”, “meno voli”, “meno carne” è facile. Spiegare come garantire alle persone comuni un’alternativa accessibile lo è molto meno.

E qui emerge una delle grandi contraddizioni del nuovo ambientalismo: i costi della transizione non pesano necessariamente allo stesso modo su tutti. Una famiglia benestante può permettersi di cambiare automobile, installare pannelli solari o ristrutturare casa. Per chi arriva a fine mese con difficoltà, invece, un aumento dei costi energetici o l’obbligo di adeguarsi a nuove norme può rappresentare un problema concreto.

Nel frattempo, intorno alla transizione ecologica si è sviluppato un enorme mercato. Imprese tecnologiche, produttori di impianti, società finanziarie e consulenti possono beneficiare degli incentivi e degli investimenti destinati alla decarbonizzazione. Questo non significa che “il cambiamento climatico sia inventato per fare soldi”: sarebbe una conclusione semplicistica e priva di prove. Significa però che quando un’emergenza diventa anche un gigantesco programma economico, è legittimo chiedersi chi incassa e chi paga.

Un’altra questione riguarda il dibattito pubblico. L’ambientalismo dovrebbe promuovere il confronto sulle soluzioni più efficaci. Invece, talvolta, si trasforma in una forma di moralismo: chi non aderisce completamente alla causa viene accusato di egoismo o ignoranza. Ma una politica pubblica non può essere giudicata soltanto dalle buone intenzioni. Deve essere valutata sulla base dei risultati, dei costi e delle conseguenze sociali.

Ridurre le emissioni è un obiettivo ragionevole. Trasformare ogni sacrificio imposto ai cittadini in una prova di virtù è un’altra cosa.

La vera domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto: “Quanto dobbiamo fare per il clima?”. Dovremmo chiederci anche: quanto costa ogni misura, chi ne beneficia, chi ne sostiene il peso e quali alternative esistono?

Perché proteggere l’ambiente non dovrebbe significare sospendere il senso critico.

E soprattutto, in una democrazia, nessuna emergenza — neppure quella climatica — dovrebbe diventare un alibi per smettere di fare domande.


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Una risposta a “Emergenza climatica: a chi giova davvero?”

  1. Avatar blazemysteriously6ee673be75
    blazemysteriously6ee673be75

    Firmate il Referendum…raggiungiamo le 100.000 firme…la questione dal 10 maggio e’ sdoganata

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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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