Ramona Castellino
Il riflesso della sinistra liberal-progressista è sempre lo stesso: chi esce dal recinto del pensiero unico dominante e moralmente decadente, non viene confutato, ma delegittimato.
Il problema, per loro, è che milioni di italiani possano pensarla diversamente.
È che lo facciano senza chiedere il loro permesso.
C’è una frase che dice molto più di quanto sembri.
Quando un esponente della sinistra liberal progressista, associa il voto politico alla quantità di istruzione, non sta semplicemente commentando una statistica elettorale.
Sta mostrando il concetto della democrazia inteso dalla sinistra: da una parte i cittadini “competenti”, quelli acculturati, dei salotti borghesi, delle università, degli attori, del potere culturale autorizzati a dire tutte le stronzate che gli passano per la mente, dall’altra quelli che evidentemente non hanno studiato abbastanza per capire quale sarebbe la scelta giusta, spesso lavoratori, dipendenti, gente comune che conosce il sacrificio, il lavoro e che rimane ancorato ancora a valori e tradizioni popolari e spesso sani, e quindi degli ignoranti da zittire e ridicolizzare.
È il vecchio vizio dell’aristocrazia culturale travestito da progressismo.
E il problema non è Bonaccini, Il problema è ciò che le sue parole rappresentano.
Per una certa sinistra liberal-progressista, cosmopolita e culturalmente egemone, il cittadino ideale è quello che aderisce al perimetro delle idee considerate rispettabili.
Chi invece mette in discussione alcuni dogmi dominanti, sull’immigrazione, sulla transizione ecologica, sull’Europa, sull’identità nazionale, sulla famiglia, sulla sicurezza, sulla globalizzazione, diventa immediatamente sospetto.
E quando non si riesce a convincerlo, arriva la delegittimazione.
La cosa più sorprendente è che questa sinistra pretende di essere la rappresentante del popolo mentre, quando il popolo vota diversamente, comincia a chiedersi se quel popolo sia sufficientemente istruito.
È una contraddizione gigantesca che nasconde la consapevolezza del perché non si riconoscono più nelle ricette della sinistra e del perché il popolo, le borgate, il cittadino comune ha stracciato la bandiera rossa per sventolare con fierezza il nostro tricolore.
Molto più semplice, invece, dire che gli altri hanno studiato meno.
Così non bisogna correggere nulla.
Non bisogna ascoltare nessuno.
Non bisogna ammettere errori.
Basta convincersi che il problema sia l’elettore.
La sinistra contemporanea ama presentarsi come paladina del pluralismo.
Un pluralismo che tratta le opinioni sgradite come erbaccia da estirpare
È facile difendere la libertà di espressione quando parlano persone con cui siamo d’accordo.
La vera prova arriva quando parla qualcuno che mette in discussione il consenso dominante.
È qui che il meccanismo diventa evidente.
Chi contesta l’immigrazione incontrollata viene rapidamente etichettato.
Fascista, Razzista, intollerante.
Chi critica alcune conseguenze della globalizzazione viene accusato di chiusura
Chi difende la sovranità nazionale viene dipinto come nostalgico.
Chi mette in discussione certe politiche ambientali viene trattato come un irresponsabile e complottista
Chi difende una concezione tradizionale della famiglia viene considerato arretrato, retrograde, patriarca.
Chi chiede maggiore sicurezza viene sospettato di autoritarismo.
Non si discute più l’argomento: si giudica la persona.
È una forma di scomunica civile.
Non sei semplicemente in disaccordo.
Sei “impresentabile”.
Sei “ignorante”.
Sei “retrogrado”.
Sei “pericoloso”.
E una volta collocato fuori dal perimetro delle opinioni rispettabili, tutto diventa più facile: non occorre più rispondere alle tue ragioni.
Qui emerge un equivoco fondamentale.
La laurea è una qualifica.
L’istruzione è un valore.
La cultura è qualcosa di più.
E soprattutto nessuna di queste cose garantisce automaticamente la superiorità delle opinioni politiche di chi le possiede.
Un uomo può avere tre lauree e sostenere idee profondamente sbagliate.
Un lavoratore che non ha frequentato l’università può comprendere perfettamente ciò che accade nella propria città, nel proprio quartiere, nella propria famiglia e nel proprio luogo di lavoro.
L’esperienza non è ignoranza.
Il buon senso non è ignoranza.
Il dissenso non è ignoranza.
E soprattutto votare a destra non è una “patologia cognitiva”.
È il principio secondo cui la sovranità appartiene ai cittadini.
C’è poi un elemento ideologico più profondo.
La sinistra liberal-progressista degli ultimi decenni ha progressivamente abbracciato una visione nella quale la dimensione nazionale viene spesso considerata insufficiente, quando non apertamente un ostacolo.
La nazione sarebbe vecchia.
Le frontiere sarebbero un ostacolo.
Le identità sarebbero costruzioni da superare.
Il cittadino dovrebbe pensarsi sempre più come individuo globale.
Ma milioni di italiani continuano a vivere in un luogo concreto.
Hanno una famiglia.
Una comunità.
Una lingua.
Una storia.
Un’identità.
Una Fede.
Pagano le tasse in un determinato Paese.
Vogliono sicurezza nelle proprie strade.
Vogliono servizi pubblici efficienti.
Vogliono sapere chi decide e a chi rispondere delle decisioni.
Questa non è ignoranza.
È politica.
E la politica, non può essere affidata soltanto a chi possiede il timbro di approvazione dei salotti culturali.
Vorremmo sapere da Bonaccini chi stabilisce quali siano le opinioni corrette.
Non certi il pensiero unico dominante che non si presenta necessariamente con un’autorità che ordina cosa pensare.
È più sottile.
Stabilisce quali opinioni siano rispettabili.
Quali parole siano ammesse.
Quali domande siano legittime.
Quali dubbi siano accettabili.
E quali persone debbano essere immediatamente collocate fuori dal recinto.
Il dissidente non viene necessariamente censurato.
Viene ridicolizzato.
Viene moralmente delegittimato.
Viene trasformato in una caricatura.
Prima lo si definisce ignorante.
Poi estremista.
Infine si sostiene che con lui non sia nemmeno necessario discutere.
E dove diventa scomodo spesso messo nelle patrie galere.
Ed è proprio la libertà di pensare fuori dal recinto che sembra disturbare maggiormente chi si è abituato a considerare il proprio perimetro culturale come l’unico legittimo.
Purtroppo per Bonaccini e i suoi, gli italiani continuano a votare a destra.
Difendono il diritto di pensare.
Il diritto di dissentire.
Il diritto di fare domande scomode.
Il diritto di contestare le élite.
Il diritto di difendere la propria identità nazionale.
Il diritto di chiedere confini, sicurezza, sovranità e responsabilità politica.
Un elettorato sostanzialmente sano, immune alle cagate progressiste, sono per la famiglia, per la patria, contro l’immigrazione selvaggia, contro la cultura woke, contro il green e contro tutte quelle follie gender che vogliono farci credere che due più due fa magicamente 5.
Oggi i cittadini vogliono più sovranità nazionale, vogliono la difesa delle frontiere, vogliono la tutela delle nostre radici culturali, identitarie, della nostra fede contro l’invasione islamica.
Il progressismo non conferisce il monopolio della morale, anzi ne soverchia l’ordine.
Il globalismo non conferisce più il monopolio del futuro, anzi sta morendo.
Ed è di questo che la sinistra di Bonaccini ha più paura.




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