Ramona Castellino
Domani il voto sul suicidio assistito.
Il presidente Zaia chiede di approvare la legge Coscioni e la chiama “libertà”.
Che libertà può esserci quando lo Stato aiuta un uomo a morire invece di aiutarlo a vivere?
Domani il Veneto potrebbe compiere un passo che non sarà affatto soltanto amministrativo.
Il Consiglio regionale è chiamato a votare la proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, già respinta nel 2024 per un solo voto.
Se passasse, il Veneto diventerebbe la prima Regione governata dal centrodestra ad approvare una disciplina sul suicidio medicalmente assistito.
E a sostenerne l’approvazione è Luca Zaia.
Il presidente del Consiglio regionale, già governatore del Veneto, ha scritto ai cittadini sostenendo che l’Aula non sarebbe chiamata a decidere *se il suicidio medicalmente assistito debba esistere”, perché esso sarebbe già previsto nell’ordinamento nazionale, ma dovrebbe semplicemente organizzare procedure, verifiche e assistenza sanitaria.
Zaia ha inoltre auspicato che questa volta la legge venga approvata.
È precisamente questa narrazione che va contestata.
Perché non esiste alcuna neutralità quando una Regione decide di organizzare, disciplinare e rendere concretamente accessibile una pratica che conduce alla morte di una persona.
Si può chiamarla “procedura”
Si può chiamarla “assistenza”.
Si può chiamarla “liberta’”.
Ma alla fine della procedura c’è sempre un uomo morto.
Il grande capolavoro linguistico della cultura globalista della morte consiste nel cambiare le parole.
Non si parla più di suicidio: si parla di “fine vita”.
Non si parla più di procurare la morte: si parla di “assistenza”.
Non si parla più di abbandono del malato: si parla di “autodeterminazione”.
E così una realtà drammatica viene trasformata in una pratica amministrativa.
Ma la realtà rimane.
Un essere umano chiede di morire e il sistema sanitario viene chiamato ad accompagnarlo verso quella morte.
Questo non è un atto neutro.
È una scelta antropologica.
Ed è una scelta che non si può accettare semplicemente perché viene presentata sotto il nobile nome della libertà.
La libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa della propria vita.
La libertà autentica è ordinata al bene.
E soprattutto non trasforma la morte in una prestazione dovuta dalla società.
C’è un punto sul quale il dibattito pubblico sembra sempre più incapace di fermarsi.
Che cosa vede una persona gravemente malata quando guarda la propria condizione?
Vede ancora un figlio?
Un padre?
Una madre?
Un fratello?
Un essere umano amato?
Oppure comincia a vedere soltanto un corpo malato, dipendente, costoso, incapace di produrre e bisognoso di assistenza?
Questa è la domanda terribile che dovrebbe tormentare una società civile.
Perché una persona potrebbe chiedere di morire non soltanto perché soffre fisicamente, ma perché si sente un peso.
E allora il confine tra libertà e condizionamento diventa drammaticamente sottile.
Una società veramente libera dovrebbe dire al malato:
“Non sei un peso”
Dovrebbe dirgli:
“Non devi giustificare la tua esistenza”.
Dovrebbe dirgli:
“Anche quando non puoi più fare nulla, continui ad avere un valore infinito”.
La cultura della vita parte esattamente da qui.
Questa è la domanda che dovrebbe essere posta a Palazzo Ferro Fini.
Perché esiste una contraddizione che non può essere nascosta dietro il linguaggio tecnico.
La medicina nasce per curare.
Per alleviare.
Per accompagnare.
Per proteggere.
Per combattere il dolore.
Per stare accanto al malato quando la guarigione non è più possibile.
Ora le si chiede anche di mettere la propria competenza al servizio della morte.
È un cambiamento epocale.
E non basta dire che la morte sarebbe già consentita, entro condizioni determinate, dalla giurisprudenza costituzionale.
Anche assumendo questo dato come punto di partenza, rimane una scelta politica: la Regione può decidere se trasformare quella possibilità in una macchina amministrativa organizzata e strutturata oppure concentrarsi sul rafforzamento delle alternative alla morte.
Non è la stessa cosa.
Ed è proprio qui che il dibattito dovrebbe diventare serio.
Ma c’è un’assenza ancora più dolorosa.
Dove sono i cattolici?
Dove sono i politici che si definiscono cristiani?
Dove sono coloro che parlano di radici cristiane, famiglia, persona, tradizione e difesa della vita?
Perché davanti a una proposta di questo genere non basta qualche dichiarazione diplomatica.
Non basta dire che la materia è “complessa’.
Non basta rifugiarsi dietro la formula della “libertà di coscienza”.
La coscienza è libera proprio quando sa riconoscere il bene.
E sul principio fondamentale che la vita umana innocente non deve essere deliberatamente soppressa, la posizione cristiana non può essere ridotta a una preferenza elettorale.
Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia è intervenuto nel dibattito sul fine vita, mentre Zaia gli ha scritto pubblicamente proprio sul tema.
Ma davanti alla prospettiva di una legge regionale, la domanda resta: la voce della Chiesa sarà abbastanza forte da raggiungere le coscienze dei consiglieri prima del voto?
Perché domani non basterà pregare dopo.
Occorre parlare, e anche pregare, prima che avvenga.
La vicenda è ancora più significativa perché mette in crisi la narrazione del centrodestra come argine culturale alla deriva eutanasica.
La maggioranza è divisa.
Lega e Forza Italia hanno lasciato spazio al voto di coscienza; Fratelli d’Italia è alle prese con una posizione interna non uniforme.
Ma una cosa deve essere chiara: la libertà di coscienza del singolo consigliere non può diventare l’alibi della politica per non assumersi una responsabilità culturale.
Qui non si tratta di votare una legge sulle infrastrutture.
Non si tratta di decidere l’orario degli uffici regionali.
Si tratta dell’idea stessa di persona.
Il centrodestra dovrebbe avere il coraggio di dirlo senza paura: la vita del più fragile non è negoziabile.
C’è infine un’alternativa che viene troppo spesso relegata sullo sfondo.
È quella delle cure palliative.
Dell’assistenza domiciliare.
Del sostegno alle famiglie.
Della terapia del dolore.
Dell’accompagnamento psicologico e spirituale.
Della presenza umana.
Questa è la sfida.
E questa è la differenza tra una società che si arrende davanti alla sofferenza e una società che decide di farsene carico.
Domani, a Palazzo Ferro Fini, non sarà in gioco soltanto un testo legislativo.
Sarà in gioco una concezione dell’uomo.
Da una parte, l’idea che davanti alla sofferenza estrema la risposta possa essere la disponibilità organizzata della morte.
Dall’altra, l’idea che la dignità non dipenda dall’autonomia, dalla salute, dalla produttività o dalla qualità della vita.
Per il cristiano la risposta dovrebbe essere inequivocabile.
Quando un uomo è debole, non vale meno.
Quando è malato, non vale meno.
Quando è dipendente dagli altri, non vale meno.
Quando non può più produrre, non vale meno.
Quando soffre, non vale meno.
E quando chiede di morire, la prima risposta della società non dovrebbe essere quella di preparare una procedura.
Dovrebbe essere quella di prenderlo per mano.
Per questo domani il Veneto ha davanti una scelta che va ben oltre Zaia, la Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e l’Associazione Coscioni.
È la scelta tra una società che considera la morte una soluzione e una società che considera ogni vita un bene da custodire.
La prima può chiamarsi “moderna”, noi la definiamo globalista.
La seconda può essere chiamata tradizionalista, ma si basa su valori che non dovrebbero essere negoziabili.
Noi preferiamo essere chiamati tradizionalisti, piuttosto che vivere in una società nella quale al malato si offre la morte prima ancora di avergli assicurato tutta la cura, tutta la vicinanza e tutta la speranza possibili.
Perché c’è una verità che nessun linguaggio burocratico potrà mai cancellare:
UN UOMO NON PERDE LA SUA DIGNITÀ QUANDO PERDE LA SUA AUTONOMIA.
E LA MORTE NON DIVENTA UN DIRITTO SOLTANTO PERCHÉ LA SI CHIAMA LIBERTÀ.




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