L'Italia Quotidiano

Lo zio Tom, il Woke e il difficile mestiere di non essere cancellati

Giulio Saraceni

C’era una volta lo zio Tom.

No, non quello che ti offre una fetta di torta la domenica. Parliamo del celebre personaggio di La capanna dello zio Tom, romanzo ottocentesco di Harriet Beecher Stowe, diventato nel tempo una specie di jolly linguistico della polemica politica americana.

Oggi, infatti, dare del “Uncle Tom” a una persona nera significa accusarla di essere troppo servile nei confronti dei bianchi, del potere o dell’establishment. Insomma, non basta più avere un’opinione: bisogna avere anche l’opinione giusta, possibilmente certificata.

Ed è qui che entra in scena il magnifico mondo del woke.

Essere woke, nella sua versione originaria, significava semplicemente essere attenti alle ingiustizie razziali e sociali. Un concetto piuttosto ragionevole. Poi, come spesso accade alle parole che entrano nella politica, è arrivato il mercato degli accessori: hashtag, indignazione professionale, tribunali di Twitter e, naturalmente, la cancel culture.

La cancel culture è il moderno rito dell’espulsione simbolica. Un tempo, per essere messi al bando, servivano accuse formali, processi e magari un esilio. Oggi può bastare un post del 2014 recuperato alle 7:32 del mattino.

E guai se, nel frattempo, hai cambiato idea.

Perché il vero problema non è soltanto ciò che pensi oggi. È ciò che pensavi ieri, ciò che hai scritto dieci anni fa, ciò che qualcuno pensa che tu pensassi e, nei casi più sofisticati, ciò che avresti potuto pensare se fossi stato sottoposto alla domanda giusta.

In questo universo lo zio Tom è una figura quasi perfetta: se un nero non condivide la posizione progressista dominante, può essere accusato di essere “al servizio dei bianchi”. Se invece un bianco critica quella posizione, può essere accusato di essere razzista. Se prova a spiegare la differenza, rischia di essere accusato di voler “fare il dibattito”.

Insomma, una volta esisteva il vecchio detto: “Non puoi piacere a tutti.”

Adesso abbiamo fatto un passo avanti tecnologico:

puoi essere cancellato anche se non piace a nessuno ciò che hai detto, ma per motivi diversi.

La parte più ironica è che il termine “woke” è nato come invito a tenere gli occhi aperti. Nel frattempo, una parte del dibattito pubblico sembra averlo trasformato nell’obbligo di controllare se anche gli altri li tengono aperti nel modo corretto.

E così siamo arrivati al paradosso contemporaneo: combattere gli stereotipi creando nuovi stereotipi, difendere la libertà di espressione chiedendo che alcune persone non parlino più, e promuovere la tolleranza stabilendo con grande severità quali opinioni siano tollerabili.

Forse lo zio Tom, se potesse assistere alla scena, non capirebbe nulla.

E probabilmente sarebbe l’unico a fare bene.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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