Ramona Castellino
Poveri.
Povero Quirinale, che ha dovuto arrampicarsi sugli specchi per spiegare che no, non è che vuole le classi ghetto al 90% di stranieri, vuole solo “inclusione”.
E che la parola “burqa” non si può scrivere in un decreto, offende.
Meglio “volto coperto che impedisce il riconoscimento”.
Più politicamente corretto, più democristiano, più nulla.
Povera sinistra, che dopo averci spiegato per anni che il velo è libertà, che il burqa è emancipazione, che il niqab è cultura, adesso deve difendere il diritto sacrosanto di una bambina di sei anni di andare a scuola con solo due fessure per gli occhi.
Perché toglierglielo sarebbe razzista.
Includerla in un ghetto linguistico dove nessuno parla italiano, invece, sarebbe antifascista.
Poveri vescovi dell’accoglienza, che sul tetto del 30% hanno subito avvertito: “Attenzione ai ghetti”.
Certo, perché le classi dove ci sono 25 alunni stranieri su 25 e le maestre parlano a gesti non sono ghetti.
Sono laboratori interculturali.
Il governo Meloni-Valditara ha fatto una cosa semplicissima, quasi banale, quasi di buonsenso da prima Repubblica: ha detto che a scuola si deve parlare italiano e si deve andare a volto scoperto.
Apriti cielo.
Per la sinistra è apartheid.
Per Repubblica è “decreto xenofobo”.
Per il Colle è “da limare”.
Ci hanno messo una settimana a negoziare una frase.
Alla fine hanno tolto la parola burqa per non offendere nessuno.
Hanno mantenuto il divieto, ma senza nominarlo.
È il capolavoro del politicamente corretto all’italiana: vieti una cosa facendo finta di non vietarla.
È il Sovranismo alla “vergognosa” meloniano, copia sbiadita, timida e timorosa di quello fiero e forte di tutta Europa e oggi italiano grazie a Futuro Nazionale.
Multa da 200 a 1000 euro ai genitori che mandano le figlie a scuola come fantasmi.
Ma guai a dire che è per il burqa.
È per “il volto coperto”.
Potrebbe essere anche Carnevale, chissà.
E poi il tetto del 30%.
Non sul passaporto, attenzione, sulla lingua.
Se non parli italiano non puoi essere ammassato in una classe dove nessuno parla italiano.
Devi essere ridistribuito.
Apprendimento dell’italiano rafforzato. 14 milioni stanziati.
Per la sinistra è segregazione.
La vera integrazione, per loro, è lasciare tutto com’è: classi dove l’italiano è lingua minoritaria, maestre che diventano traduttrici, bambini italiani che rallentano e bambini stranieri che non imparano nulla.
Tutti felici, tutti ghettizzati, tutti ugualmente ignoranti.
Il Quirinale voleva togliere tutto.
Non ci è riuscito.
Ha ottenuto qualche deroga, ha tolto la norma più dura sull’affido.
Ma il cuore è rimasto.
Ed è questo che fa impazzire i benpensanti: l’idea che esista ancora uno Stato che chiede qualcosa.
Che chiede di imparare l’italiano se vuoi stare in Italia.
Che chiede di mostrare la faccia se vuoi stare in una scuola italiana.
Che sanziona un genitore se impedisce a sua figlia di integrarsi.
Concetti eversivi, nel 2026.
Da domani nei corridoi delle nostre scuole si vedranno di nuovo facce.
Volti di bambine.
Sorrisi.
Per qualcuno è una provocazione “fascista”, che essendo nera, sta bene su tutto.
Per noi invece è semplicemente scuola.





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