Riccardo Bianchi
Milano devastata sabato e nuovamente assaltata domenica. Scontri anche a Bologna, Torino, Bergamo e Brescia. Il bilancio nazionale del 17 ottobre parla di 28 arresti, 43 denunce e 141 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. Dietro le violenze emerge un fenomeno che supera la tradizionale protesta politica: gruppi giovanili di immigrati, mobilitati attraverso i social, assalti ai negozi e una crescente difficoltà nel distinguere la manifestazione dal saccheggio.
Sabato hanno assaltato un negozio di scarpe. Domenica sono tornati e hanno saccheggiato anche un supermercato, un altro negozio sportivo, grandi marche…
In mezzo, due giorni di scontri, vetrine distrutte, barricate, incendi, aggressioni alle forze dell’ordine e centri cittadini trasformati in scenari di guerriglia urbana.
Tutto nel nome della protesta contro il carovita!
È questo il paradosso che emerge dagli avvenimenti del 17 e 18 ottobre, quando una mobilitazione nazionale nata per denunciare il costo della vita, gli stipendi insufficienti e le difficoltà economiche delle famiglie è degenerata in una sequenza di violenze che ha interessato diverse città italiane.
Milano è stata l’epicentro.
Ma episodi gravi si sono verificati anche a Bologna, Torino, Bergamo e Brescia.
La domanda non è più soltanto come sia stato possibile che una manifestazione degenerasse.
La domanda è perché, dopo le devastazioni del sabato, gruppi di giovani siano tornati nelle stesse strade la domenica per colpire nuovamente negozi e attività commerciali.
Perché una protesta può sfuggire al controllo una volta. Ma quando il giorno successivo si ripresentano gli stessi comportamenti, il problema non può essere liquidato come un semplice incidente di percorso.
Sabato 17 Ottobre: Milano Trasformata In Un Campo Di Battaglia
La manifestazione organizzata da «Italia in Piazza» aveva richiamato migliaia di partecipanti.
Le rivendicazioni riguardavano il carovita, il prezzo della benzina, gli stipendi, la sanità pubblica e le condizioni delle scuole.
Temi reali, sui quali esistono ragioni concrete di insoddisfazione.
Ma ciò che è accaduto nel centro di Milano ha assunto rapidamente caratteristiche molto diverse da quelle di una manifestazione pacifica.
In via Broletto, all’altezza di via San Tomaso, gruppi di manifestanti hanno lanciato sassi, petardi e bombe carta contro le forze dell’ordine.
La polizia ha risposto con cariche e dispositivi antisommossa.
Il corteo si è spezzato.
Gruppi di giovani, molti dei quali vestiti di nero e con il volto coperto, si sono spostati verso piazza Duomo, corso Vittorio Emanuele e le strade circostanti.
Sono state danneggiate pensiline del trasporto pubblico, vetrate e arredi urbani.
Sono stati appiccati incendi.
Tavolini, sedie e transenne sono stati utilizzati durante gli scontri.
Un’automobile dei carabinieri è stata gravemente danneggiata.
E nel corso delle violenze è stato preso d’assalto un punto vendita Foot Locker, con vetrine infrante e merce sottratta.
Non si tratta di una ricostruzione basata su filmati anonimi pubblicati sui social.
Gli episodi sono stati documentati da agenzie di stampa e testate nazionali.
Il risultato è stato che il centro economico e turistico di Milano è diventato, per ore, un luogo nel quale commercianti, lavoratori, residenti e visitatori hanno dovuto fare i conti con una violenza che non avevano scelto e alla quale non partecipavano.
Domenica 18 Ottobre: La Violenza Non Si Ferma
La mattina di domenica Milano sembrava aver ritrovato una parvenza di normalità.
Le strade erano state ripulite.
Gli arredi danneggiati erano stati spostati.
I turisti erano tornati a passeggiare in piazza Duomo.
Restavano le vetrine distrutte e i segni della giornata precedente.
Ma la tregua è durata poco.
Nel pomeriggio, centinaia di giovani si sono nuovamente radunati nel centro cittadino, distribuendosi in piccoli gruppi.
Secondo ANSA, alcuni hanno lanciato tavolini e sedie contro le vetrine di Foot Locker in via Torino e hanno colpito anche il negozio Champions, poi Under Harmour e tanti altri.
Sono stati trascinati cestini dei rifiuti in mezzo alla strada.
Poco dopo è stato assaltato un supermercato Carrefour, dal quale sono stati sottratti prodotti alimentari.
Sky TG24 ha documentato ulteriori danneggiamenti ai dehors dei locali e l’intervento delle forze dell’ordine.
È questo l’elemento che rende particolarmente grave la vicenda.
Non siamo davanti soltanto a una manifestazione finita male. Siamo davanti a una violenza che si è ripresentata il giorno successivo, colpendo nuovamente attività commerciali.
Chi rompe una vetrina per impossessarsi della merce non sta esercitando il diritto di manifestare.
Sta commettendo un fatto che deve essere valutato e perseguito secondo le norme penali applicabili.
E non basta pronunciare la parola «carovita» per trasformare un saccheggio in una rivendicazione sociale.
Il Bilancio: Arresti, Denunce E Decine Di Agenti Feriti
Il bilancio nazionale diffuso dalla Polizia per gli incidenti del 17 ottobre è pesante.
Sono state identificate e accompagnate negli uffici di polizia 197 persone.
Gli arresti sono stati 28, tra cui 12 minorenni.
Le denunce sono state 43.
Gli appartenenti alle forze dell’ordine feriti sono stati 141.
Si tratta del bilancio comunicato per la giornata di sabato. I nuovi interventi della domenica richiedono un conteggio distinto, evitando di sommare dati che potrebbero sovrapporsi.
A Milano, nel corso della giornata del 18 ottobre, sono stati diffusi aggiornamenti progressivi sugli arresti e sulle persone accompagnate in questura.
Le cifre potranno essere consolidate soltanto attraverso i successivi comunicati ufficiali.
Ma un dato è già sufficiente per comprendere la gravità degli avvenimenti.
Centoquarantuno appartenenti alle forze dell’ordine feriti in una giornata di manifestazioni rappresentano un bilancio che nessuna società dovrebbe considerare normale.
Dietro quel numero ci sono uomini e donne che svolgevano un servizio pubblico.
Non sono responsabili del prezzo della benzina.
Non decidono gli stipendi.
Non stabiliscono le politiche economiche del Governo.
Eppure sono diventati il bersaglio fisico di una rabbia che, almeno nei suoi episodi più violenti, ha perso qualsiasi rapporto riconoscibile con le rivendicazioni iniziali.
Bologna E Torino: La Guerriglia Non È Soltanto Milanese
Sarebbe un errore considerare Milano un caso isolato.
A Bologna, gli scontri si sono concentrati soprattutto nell’area della stazione ferroviaria.
Il primo bilancio della Questura, riportato da ANSA, indicava quattro minorenni arrestati con l’accusa di resistenza aggravata, sette persone denunciate e 36 appartenenti alle forze dell’ordine feriti o contusi.
Sono stati utilizzati centinaia di lacrimogeni durante gli interventi.
Anche a Torino la manifestazione contro il carovita è degenerata in scontri.
Le tensioni hanno interessato il centro cittadino e l’area della stazione di Porta Nuova.
Secondo il Corriere della Sera, dodici persone sono state fermate, dieci delle quali minorenni.
Sono stati sequestrati petardi e strumenti potenzialmente utilizzabili per danneggiare vetrate.
Episodi di violenza e tensione sono stati segnalati anche a Bergamo e Brescia.
Non tutte le città hanno registrato la stessa gravità di danni.
Non tutte le manifestazioni hanno avuto la stessa dinamica.
Ma la contemporaneità degli incidenti pone una questione di sicurezza pubblica che non può essere ignorata.
Se gruppi violenti riescono a inserirsi in più manifestazioni e a trasformarle in occasioni di scontro, occorre capire come vengano mobilitati, quali legami esistano tra loro e quanto sia efficace la prevenzione.
Chi Sono I Cosiddetti Maranza?
Nelle cronache di questi giorni è tornata con forza la parola «maranza».
È un termine colloquiale, non una categoria giuridica o un’organizzazione identificabile.
Viene utilizzato per descrivere determinati gruppi giovanili associati, nell’immaginario pubblico, a un particolare stile di abbigliamento, alla cultura delle periferie e, talvolta, a comportamenti aggressivi.
Ma non tutti i ragazzi identificati con questa etichetta sono violenti.
E non tutti coloro che hanno partecipato agli scontri appartengono necessariamente a un medesimo ambiente sociale.
Il Corriere della Sera ha descritto un fenomeno di mobilitazione che utilizza chat, social network e contenuti digitali per richiamare gruppi di giovani, spesso senza una struttura organizzativa tradizionale.
È una dinamica che presenta analogie con alcune recenti mobilitazioni francesi.
Questo aspetto merita attenzione.
In passato, molte manifestazioni violente erano riconducibili a organizzazioni politiche, gruppi antagonisti o strutture militanti riconoscibili.
Oggi una parte delle mobilitazioni può svilupparsi attraverso reti informali, convocazioni digitali e gruppi che si aggregano rapidamente.
La mancanza di un’organizzazione centralizzata non significa necessariamente assenza di coordinamento.
Ma non dimostra neppure l’esistenza di una regia politica occulta.
Le eventuali responsabilità organizzative devono essere accertate attraverso le indagini.
Il problema non è l’etichetta con cui chiamiamo questi ragazzi. Il problema sono i comportamenti che alcuni di loro hanno messo in atto.
Il Carovita Non Si Combatte Rubando Scarpe
C’è una contraddizione che merita di essere affrontata senza giri di parole.
La manifestazione nasce per denunciare le difficoltà economiche delle famiglie.
Ma alcuni partecipanti alle violenze hanno scelto di assaltare negozi e impossessarsi della merce.
Quale rapporto esiste tra il costo dell’energia e una vetrina sfondata?
In che modo il saccheggio di un negozio di scarpe contribuisce ad aumentare gli stipendi?
Come può la distruzione di una pensilina migliorare la qualità del trasporto pubblico?
La risposta è semplice: non può.
Anzi, produce ulteriori costi.
I commercianti devono riparare i danni.
Le aziende di trasporto devono sostituire le strutture distrutte.
Le amministrazioni devono impiegare risorse per ripristinare gli spazi pubblici.
I lavoratori devono affrontare le conseguenze delle chiusure e delle interruzioni delle attività.
E gli agenti feriti devono essere curati.
Chi distrugge beni pubblici per protestare contro il carovita finisce per generare nuovi costi che ricadono sulla collettività.
È una contraddizione difficile da superare con qualsiasi spiegazione sociologica.
Le Vere Vittime Sono Anche Quelle Che Non Finiscono Nei Titoli
Quando si parla di guerriglia urbana, l’attenzione si concentra inevitabilmente sugli scontri tra manifestanti violenti e forze dell’ordine.
Ma esistono altre persone che subiscono le conseguenze di queste giornate.
Sono i commercianti che devono chiudere anticipatamente.
Sono i dipendenti che lavorano nei negozi presi d’assalto.
Sono i camerieri che vedono gli arredi dei locali trasformati in oggetti da lanciare.
Sono gli operatori ecologici chiamati a ripulire strade e piazze.
Sono i cittadini che non possono utilizzare regolarmente i mezzi pubblici.
Sono i turisti che si ritrovano improvvisamente in mezzo a una situazione pericolosa.
Queste persone non hanno organizzato la manifestazione.
Non hanno deciso di partecipare agli scontri.
E non possono essere considerate un danno collaterale inevitabile.
La tutela del diritto di manifestare deve procedere insieme alla tutela del diritto di lavorare, circolare e vivere in sicurezza.
La libertà di protestare non comprende la libertà di distruggere il lavoro degli altri.
La Responsabilità Dei Genitori: La Legge Esiste Già
Uno degli elementi più significativi riguarda l’elevata presenza di minorenni tra le persone fermate o arrestate.
È una circostanza che apre interrogativi sulla prevenzione, sull’educazione e sulle responsabilità familiari.
Il nostro ordinamento prevede già strumenti per affrontare le conseguenze economiche dei comportamenti illeciti dei minori.
L’articolo 2048 del Codice civile disciplina la responsabilità dei genitori per i danni cagionati dal fatto illecito dei figli minorenni non emancipati che convivono con loro, nei termini e con le possibilità di prova previsti dalla legge.
Questo non significa che ogni genitore debba ricevere automaticamente una fattura per qualsiasi danno avvenuto durante una manifestazione.
Occorre individuare gli autori, accertare i fatti e verificare i presupposti della responsabilità.
Ma il principio è importante.
Quando un minorenne provoca un danno ingiusto, possono esistere conseguenze risarcitorie che coinvolgono anche la famiglia.
La questione non riguarda la punizione collettiva dei genitori.
Riguarda il fatto che l’età non cancella il danno subito dalla vittima.
Essere minorenni non può trasformarsi in una garanzia di impunità.
Volti Coperti, Video E Identificazioni: La Prevenzione Deve Funzionare
Le immagini diffuse durante gli scontri mostrano numerosi partecipanti con il volto coperto.
La legislazione italiana disciplina già l’uso di caschi protettivi e altri mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in determinate circostanze.
L’articolo 5 della legge 152 del 1975 prevede specifici divieti, con le condizioni e le eccezioni stabilite dalla norma.
Non ogni cappuccio o copertura del volto costituisce automaticamente un reato.
Ma la presenza di gruppi mascherati che partecipano a danneggiamenti e aggressioni rappresenta un elemento che le forze dell’ordine devono poter valutare tempestivamente.
C’è poi il ruolo dei filmati.
Molti episodi sono stati ripresi con telefoni cellulari e telecamere di sorveglianza.
Queste immagini possono contribuire alle indagini, purché vengano raccolte e utilizzate secondo le regole processuali.
È necessario distinguere chi ha commesso violenze da chi si trovava semplicemente nelle vicinanze.
La responsabilità penale è personale.
Ma proprio per questo le identificazioni devono essere accurate.
La risposta dello Stato deve essere ferma, documentata e individuale: individuare gli autori, accertare le responsabilità e applicare la legge.
La Sinistra E Il Problema Delle Giustificazioni Politiche
Le violenze hanno immediatamente riaperto lo scontro tra Governo e opposizione.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto una condanna senza ambiguità degli episodi.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha condannato le violenze, sostenendo al tempo stesso che non debbano essere utilizzate per oscurare le ragioni delle proteste pacifiche.
Sono due posizioni politiche differenti.
La prima insiste sulla necessità di evitare qualsiasi attenuazione della condanna.
La seconda distingue le responsabilità dei violenti dalle rivendicazioni di chi manifesta pacificamente.
È possibile riconoscere che il carovita sia un problema reale senza giustificare un saccheggio.
Ed è possibile chiedere maggiore sicurezza senza negare il diritto di protestare.
Ma c’è una responsabilità culturale che dovrebbe riguardare tutti gli schieramenti.
Quando si parla di violenza politica o sociale, la spiegazione delle cause non deve diventare una riduzione della responsabilità individuale.
La povertà non rende inevitabile il furto.
La rabbia non rende legittima l’aggressione.
Il disagio non autorizza a incendiare una strada.
E la critica alle istituzioni non giustifica il lancio di oggetti contro chi indossa una divisa.
Questo principio dovrebbe valere indipendentemente dall’identità politica di chi manifesta.
Attribuire alla sinistra l’organizzazione di tutti gli assalti, senza prove, sarebbe scorretto.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare ogni episodio di violenza in un semplice sintomo sociale, dimenticando le persone che ne hanno subito le conseguenze.
Chi Organizza Una Manifestazione Non È Automaticamente Responsabile Di Ogni Violenza
Un’altra questione riguarda gli organizzatori.
Chi promuove un corteo ha responsabilità organizzative e deve rispettare le prescrizioni applicabili.
Tuttavia, la responsabilità penale e civile per le violenze commesse da singoli partecipanti non si trasferisce automaticamente a chi ha convocato la manifestazione.
Per attribuire responsabilità specifiche occorrono elementi concreti: condotte, omissioni giuridicamente rilevanti, eventuali accordi o altri presupposti previsti dalla legge.
È importante chiarirlo perché il diritto di manifestare non può dipendere dalla garanzia impossibile che nessun partecipante commetta mai un illecito.
Ma questa tutela non esonera gli organizzatori dal collaborare con le autorità, dal prendere le distanze dalle violenze e dal valutare seriamente i rischi delle mobilitazioni.
Le manifestazioni pacifiche devono essere protette.
I gruppi che le utilizzano come occasione per danneggiare e saccheggiare devono essere perseguiti.
La distinzione è fondamentale.
Non È Una Questione Di Passaporto
Tra le persone coinvolte negli scontri figurano minorenni e maggiorenni, cittadini italiani e stranieri.
La presenza di giovani con origini familiari differenti è stata richiamata anche nelle ricostruzioni giornalistiche.
Ma non esistono elementi che permettano di attribuire collettivamente le violenze a una specifica nazionalità o origine.
Il termine «maranza», spesso utilizzato nelle cronache, non può diventare una scorciatoia per identificare un’intera categoria di ragazzi come criminale.
Le responsabilità devono essere accertate individualmente.
Questo non impedisce di affrontare i problemi dell’integrazione, della dispersione scolastica, della marginalità urbana e delle aggregazioni giovanili violente.
Significa semplicemente che tali problemi devono essere analizzati con dati e strumenti adeguati.
Chi assalta un negozio deve rispondere delle proprie azioni, qualunque sia il suo cognome, la sua cittadinanza o il quartiere nel quale vive.
È un principio di uguaglianza davanti alla legge.
E dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi politica seria sulla sicurezza.
Il Pericolo Di Una Violenza Organizzata Dai Social
Uno degli aspetti più inquietanti riguarda la capacità di mobilitazione digitale.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcune convocazioni sono circolate attraverso chat e piattaforme social, con modalità che ricordano quelle utilizzate in recenti proteste francesi.
Non è necessario immaginare un’organizzazione gerarchica per comprendere il rischio.
Un appuntamento può essere diffuso rapidamente.
Piccoli gruppi possono raggiungere lo stesso luogo.
I filmati degli scontri possono circolare immediatamente.
La visibilità ottenuta può contribuire a richiamare altri partecipanti.
È un meccanismo che merita un’analisi approfondita.
Perché la spettacolarizzazione della violenza rischia di diventare essa stessa un incentivo.
Un negozio distrutto non è più soltanto un negozio distrutto.
Diventa un video.
Una carica della polizia diventa un contenuto da condividere.
Una vetrina infranta diventa una scena destinata a circolare sui telefoni.
Non significa che i social siano la causa unica delle violenze.
Ma possono contribuire alla loro diffusione, amplificazione e imitazione.
Quando la distruzione diventa spettacolo, il rischio è che il gesto violento venga ripetuto anche per ottenere visibilità.
Ed è una questione che riguarda la sicurezza, l’educazione e la responsabilità delle piattaforme.
Il Governo Convoca Una Riunione Sull’Ordine Pubblico
Dopo i nuovi episodi del 18 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per lunedì 19 ottobre una riunione dedicata all’ordine pubblico.
È una decisione che conferma la rilevanza nazionale della situazione.
Ma l’efficacia della risposta non potrà essere misurata soltanto attraverso gli annunci.
Serviranno risultati concreti.
Occorrerà verificare la capacità di prevenire nuove violenze, proteggere le manifestazioni pacifiche, individuare gli autori dei reati e garantire una risposta giudiziaria proporzionata.
Sarà inoltre necessario comprendere se gli organici e i dispositivi di sicurezza siano adeguati a mobilitazioni che possono formarsi rapidamente attraverso i social.
La prevenzione non significa militarizzare indiscriminatamente le città.
Significa evitare che gruppi violenti possano impadronirsi degli spazi pubblici e trasformarli in luoghi pericolosi.
Il diritto alla sicurezza appartiene a tutti.
Anche a chi manifesta pacificamente.
Anche a chi lavora nei negozi.
Anche a chi indossa una divisa.
Il Vero Scandalo È Che Domenica Sia Successo Di Nuovo
Alla fine, il fatto più grave non è soltanto la devastazione del sabato.
È la sua ripetizione.
Domenica mattina Milano aveva già cominciato a cancellare i segni degli scontri.
Domenica pomeriggio, nuove vetrine sono state colpite e un supermercato è stato saccheggiato.
Questo passaggio cambia il significato politico e sociale dell’intera vicenda.
Non possiamo più limitarci a discutere di una manifestazione degenerata.
Dobbiamo interrogarci su gruppi di giovani che sembrano trovare nella violenza un’occasione di aggregazione e visibilità.
Dobbiamo domandarci quanto siano efficaci i sistemi di prevenzione.
Dobbiamo affrontare il tema della responsabilità dei minori e delle famiglie.
Dobbiamo garantire che chi subisce un danno possa ottenere giustizia e, quando ne ricorrono i presupposti, un risarcimento.
E dobbiamo smettere di confondere la comprensione dei problemi sociali con l’attenuazione delle responsabilità personali.
Perché il carovita esiste.
Gli stipendi insufficienti esistono.
Le difficoltà delle famiglie esistono.
Ma esistono anche il diritto di lavorare, il diritto alla proprietà, il diritto alla sicurezza e il dovere di rispettare la legge.
Chi protesta contro il costo della vita merita ascolto. Chi approfitta della protesta per saccheggiare un negozio deve rispondere delle proprie azioni.
Non è una contraddizione.
È la distinzione fondamentale tra democrazia e violenza.
E dopo due giorni di assalti, è una distinzione che l’Italia non può permettersi di dimenticare. Remigrazione subito!





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