Riccardo Bianchi
Cinecittà Est, Tor Sapienza, Don Bosco. E l’11 ottobre è annunciata una nuova fiaccolata a Tor Pignattara. Occupazioni abusive, spaccio, degrado e paura stanno portando gruppi sempre più numerosi di cittadini nelle strade. I dati non dimostrano un’esplosione generalizzata della criminalità romana, ma raccontano un’altra realtà che la politica non può ignorare: in diversi quartieri una parte dei residenti non si sente sufficientemente protetta.
Roma sta accendendo le fiaccole.
Non è una metafora. Nel giro di poche settimane diversi quartieri della Capitale hanno visto cittadini uscire dalle proprie case per chiedere sicurezza, legalità e controllo del territorio.
L’11 settembre è successo a Cinecittà Est. La manifestazione guidata da don Antonio Coluccia ha portato in strada residenti di tutte le età contro occupazioni abusive, racket, spaccio e degrado. RaiNews ha raccolto uno degli slogan del corteo: «Il nostro quartiere non è un ghetto».
Il 24 settembre è stata la volta di Tor Sapienza, dove circa 1.500 persone hanno manifestato denunciando droga, furti, scippi, risse e degrado.
Poi è arrivato il 29 settembre.
Mentre le forze dell’ordine intervenivano nello stabile occupato di via Tallone, quella stessa sera centinaia di persone attraversavano viale dei Consoli e Don Bosco, ancora una volta insieme a don Coluccia, per chiedere maggiore sicurezza.
E la mobilitazione potrebbe non fermarsi qui.
Per domenica 11 ottobre alle 19 è stata annunciata una nuova fiaccolata a Tor Pignattara, con partenza da via Francesco Laparelli, promossa dal Comitato Tor Pignattara e Luce Sia con il supporto organizzativo del Comitato Liberi di Muoversi.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: perché quartieri diversi della stessa città stanno sentendo il bisogno di organizzarsi pubblicamente per chiedere qualcosa che dovrebbe rappresentare una funzione ordinaria dello Stato?
DIETRO LE FIACCOLE C’È IL PROBLEMA DELLE OCCUPAZIONI
Una parte di questa esasperazione ruota attorno alle occupazioni abusive.
E qui i numeri sono difficili da ignorare.
Nell’aprile 2026 il commissario straordinario dell’ATER Roma, Orazio Campo, ha riferito in audizione parlamentare che 7.700 dei circa 45 mila alloggi residenziali dell’ente risultavano occupati abusivamente. Nell’anno precedente, a fronte di circa 300 decreti di rilascio, gli sgomberi materialmente eseguiti erano stati soltanto 15.
Naturalmente occupazione abusiva non significa automaticamente criminalità organizzata.
Ci sono famiglie in emergenza abitativa, situazioni sociali drammatiche e persone vulnerabili. Confondere tutto sarebbe sbagliato.
Ma le indagini mostrano anche un’altra faccia del fenomeno.
L’ex Hotel Cinecittà ne costituisce un esempio documentato. Quando venne sgomberato nel settembre 2024 vi furono trovate circa 150 persone. Polizia e Carabinieri sequestrarono droga e cellulari rubati; una persona venne denunciata per ricettazione e due furono arrestate in esecuzione di misure cautelari per reati predatori. La Questura ricordava inoltre precedenti episodi di liti, ubriachezza molesta e reati contro il patrimonio riconducibili ad alcuni occupanti.
Nel luglio di quest’anno l’indagine sulla cosiddetta “banda dell’ex Hotel Cinecittà” ha portato a sei misure cautelari. Secondo gli investigatori, il gruppo utilizzava lo stabile come base e sarebbe stato responsabile di tredici furti in abitazioni, negozi e centri commerciali. Si tratta di accuse sottoposte al vaglio giudiziario e vale la presunzione d’innocenza.
È quindi sbagliato sostenere che ogni occupazione produca criminalità.
È altrettanto sbagliato fingere che occupazioni fuori controllo e criminalità non possano incontrarsi.
VIA TALLONE È IL SIMBOLO DEL PROBLEMA
Poi c’è via Cesare Tallone.
Il 29 settembre le forze dell’ordine hanno nuovamente liberato il grande stabile di Tor Sapienza. Nelle cronache dell’operazione compaiono sequestri di droga e altri elementi investigativi; poche ore dopo qualcuno ha già tentato di rientrare.
Ma Tallone era conosciuta da anni.
Il Tg2, entrando nello stabile nei giorni dello sgombero, ha documentato rifiuti, siringhe e consumo di crack, mentre i residenti denunciavano da tempo spaccio e degrado.
È difficile trovare un’immagine migliore del problema: lo Stato libera un edificio e, prima ancora che finisca la giornata, deve impedire che venga nuovamente occupato.
Questa volta la Questura ha previsto un presidio continuativo e la prospettiva indicata dalle istituzioni è arrivare alla messa in sicurezza e alla demolizione.
Ed è precisamente ciò che dovrebbe distinguere una soluzione da uno sgombero fotografico.
LA PAURA NON SI MISURA SOLTANTO CON LE DENUNCE
Qui bisogna evitare una manipolazione molto facile.
I dati disponibili non consentono di sostenere che nel 2026 tutti i reati a Roma stiano aumentando. A livello nazionale, anzi, il primo semestre ha registrato diminuzioni in diverse categorie.
Ma la statistica della criminalità e la percezione della sicurezza sono due cose differenti.
Un quartiere può registrare un miglioramento complessivo e contemporaneamente essere segnato da uno stabile occupato utilizzato per spacciare, da una piazza di droga, da aggressioni particolarmente violente o da continui episodi di degrado.
Ed è proprio qui che le fiaccolate diventano politicamente significative.
Non perché dimostrino statisticamente che Roma sia diventata più pericolosa.
Ma perché dimostrano qualcosa di diverso: esistono cittadini che non considerano sufficiente il livello di sicurezza che percepiscono intorno alle proprie case.
Cinecittà Est.
Tor Sapienza.
Don Bosco.
E adesso Tor Pignattara.
Non è necessario trasformare queste manifestazioni in una guerra tra italiani e stranieri. Alla manifestazione di Tor Sapienza hanno partecipato anche residenti stranieri e gli stessi organizzatori hanno dichiarato di protestare contro l’illegalità, non contro gli immigrati.
La linea di demarcazione più utile è un’altra.
Da una parte chi rispetta le regole. Dall’altra chi le viola.
ROMA NON PUÒ ABITUARSI ALL’ILLEGALITÀ
La politica dovrebbe allora rispondere a domande estremamente concrete.
Quanti appartamenti occupati abusivamente vengono recuperati ogni anno? Quanto tempo passa tra un decreto di rilascio e la sua esecuzione? Quanti immobili liberati vengono immediatamente messi in sicurezza? Quante persone senza titolo di soggiorno individuate durante queste operazioni vengono effettivamente sottoposte alle procedure previste dalla legge? Quanto personale viene destinato alle zone dove spaccio e criminalità risultano maggiormente concentrati?
Perché la questione non può ridursi alla fotografia di una fiaccolata.
Quando un quartiere scende in strada, è una protesta.
Quando nel giro di poche settimane lo fanno Cinecittà Est, Tor Sapienza e Don Bosco, mentre Tor Pignattara annuncia di voler fare altrettanto, comincia a emergere un fenomeno cittadino.
Non dimostra che Roma sia precipitata nel caos.
Dimostra però che una parte dei romani sta dicendo qualcosa alle istituzioni con sempre maggiore insistenza:
non vogliamo abituarci all’illegalità come se fosse il prezzo inevitabile da pagare per vivere in periferia.
Ed è questa, più di qualsiasi slogan, la domanda alla quale Roma dovrà rispondere.





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