Giulio Saraceni
C’è una cosa che bisogna riconoscere al fascismo: sapeva progettare la città.
Tranquilli: non è una questione politica . È semplicemente un’osservazione urbanistica. All’epoca non si dovevano convocare diciassette commissioni, aspettare vent’anni e chiedere il parere del comitato di quartiere per decidere dove mettere una strada.
Basta guardare l’EUR o la Città universitaria di Roma: edifici, piazze, assi, prospettive e spazi verdi fanno parte di un disegno complessivo. Qualcuno, prima di costruire, aveva pensato addirittura alla città.
Poi sono arrivati il dopoguerra, la crescita demografica e l’urgenza di costruire case. E progressivamente abbiamo scoperto un concetto innovativo: si possono costruire migliaia di appartamenti senza costruire contemporaneamente un quartiere.
Prima i palazzi.
Poi le strade.
Poi i servizi.
Poi i trasporti.
Poi il verde.
E quando finalmente arriva tutto, gli abitanti sono già andati via.
Tor Bella Monaca e, in modo diverso, Corviale sono diventati simboli di questa difficoltà: non tanto dell’incapacità degli architetti, quanto dell’incapacità di trasformare un progetto edilizio in una città .
La vera sfida sarebbe riuscire a fare quello che allora si faceva con capacità: avere una visione complessiva, progettare prima la città e poi i palazzi.
Insomma: prendere dal fascismo la capacità di disegnare una piazza.
Non dovrebbe essere impossibile.
Anche se, conoscendo Roma, probabilmente ci vorranno trent’anni solo per decidere dove mettere il tavolo della riunione.





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