Riccardo Bianchi
Un’inchiesta del Washington Post rivela documenti, video e messaggi che indicherebbero l’esistenza di centinaia di munizioni chimiche. Sotto accusa i vertici militari sudanesi. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni per l’uso di armi proibite, mentre Khartum respinge le accuse. Sullo sfondo, una guerra civile che ha costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case.
C’è qualcosa di particolarmente inquietante nell’ipotesi che una sostanza destinata a rendere potabile l’acqua possa essere trasformata in uno strumento di guerra.
È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata il 5 settembre dal Washington Post, secondo la quale l’esercito sudanese avrebbe sviluppato un programma clandestino di armi chimiche, realizzando ordigni contenenti cloro e cercando successivamente di nascondere le tracce della loro produzione e del loro utilizzo.
Non si tratta di una semplice accusa formulata da una delle parti in guerra.
Il quotidiano americano afferma di aver esaminato documenti militari, fotografie, video, messaggi telefonici e registrazioni audio. Il materiale sarebbe stato fornito da funzionari della sicurezza di Paesi mediorientali, rimasti anonimi, che dichiarano di averlo ottenuto attraverso fonti interne al Sudan.
L’inchiesta è stata sottoposta al vaglio di oltre venti esperti, tra funzionari dell’intelligence occidentale, specialisti di armi chimiche e rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani.
Le loro valutazioni indicano elementi compatibili con l’esistenza di un programma chimico militare. Ma gli stessi esperti avvertono che una conferma definitiva richiederebbe l’accesso ai siti sospetti, ai materiali e ai testimoni.
È questa la distinzione fondamentale: le prove raccolte sono considerate credibili da numerosi specialisti, ma non equivalgono ancora a un accertamento internazionale indipendente dell’intero programma.
Le 290 Munizioni E Il Programma Nascosto Nelle Basi Militari
Uno degli elementi più significativi riguarda la consistenza dell’arsenale.
Secondo i messaggi esaminati dal Washington Post, le forze armate sudanesi avrebbero accumulato fino a 290 munizioni chimiche.
Altri documenti farebbero riferimento alla produzione di centinaia di ordigni e all’utilizzo di una parte delle scorte. In uno scambio attribuito a un ufficiale sudanese compare il riferimento a 106 bombe già impiegate.
Questi numeri devono essere trattati con cautela. Non costituiscono un inventario verificato da ispettori internazionali e non permettono di stabilire quante munizioni siano effettivamente disponibili oggi.
Le immagini pubblicate dal giornale mostrerebbero strutture di assemblaggio, contenitori metallici modificati e sperimentazioni condotte in zone desertiche.
In alcuni filmati, dopo l’impatto degli ordigni, si alzano nubi di colore giallo-verdastro, una caratteristica compatibile con la presenza di cloro.
Gli specialisti di analisi digitale consultati dal quotidiano non hanno individuato indizi di manipolazione nei principali materiali audiovisivi esaminati. Questo, tuttavia, non dimostra automaticamente che ogni scena rappresenti ciò che viene dichiarato o che tutte le attribuzioni personali siano corrette.
La documentazione suggerisce un’attività organizzata, con prove, modifiche degli ordigni e una possibile catena di comando.
Se confermata, non si tratterebbe quindi di un episodio isolato, ma di un programma militare sviluppato durante la guerra civile.
Il Cloro Destinato All’Acqua Potabile
L’aspetto più delicato dell’inchiesta riguarda l’origine della sostanza chimica.
Il cloro viene comunemente utilizzato negli impianti di trattamento delle acque per eliminare microrganismi pericolosi e rendere l’acqua sicura per il consumo umano.
La stessa sostanza, se dispersa deliberatamente in concentrazioni tossiche, può provocare gravi danni alle vie respiratorie e, nei casi più severi, la morte.
Secondo i documenti esaminati dal Washington Post, una parte del cloro utilizzato nel presunto programma militare potrebbe provenire da forniture originariamente destinate alla depurazione dell’acqua.
Alcuni messaggi attribuiti a ufficiali sudanesi farebbero riferimento a bombole prelevate da impianti civili.
Il coinvolgimento delle forniture umanitarie costituisce però un punto che richiede particolare prudenza.
L’UNICEF ha confermato di aver fornito cloro alla società idrica dello Stato di Khartum tra il 2023 e il 2025, destinandolo a sei impianti di trattamento.
L’agenzia delle Nazioni Unite ha però precisato di non avere riscontri di sottrazioni o utilizzi impropri delle proprie forniture.
Non esiste dunque una prova pubblicamente verificata che il cloro distribuito dall’UNICEF sia stato effettivamente trasformato in armi.
Rimane aperta una questione molto seria: come controllare la destinazione di sostanze industriali indispensabili alla popolazione civile quando il territorio è attraversato da una guerra e le infrastrutture sono sotto il controllo di forze armate contrapposte?
Le Accuse Contro I Vertici Militari
L’inchiesta individua nel generale Abdel Fattah al-Burhan, alla guida delle Forze armate sudanesi e delle autorità di fatto del Paese, il vertice politico-militare sotto il quale si sarebbe sviluppato il programma.
Tra le figure citate compare anche Tariq Madani, indicato dalle fonti del Washington Post come uno dei principali responsabili dell’organizzazione e dell’approvvigionamento.
Madani era già stato colpito da sanzioni statunitensi per il proprio ruolo negli acquisti militari sudanesi.
Secondo la ricostruzione giornalistica, alcuni messaggi lo collegherebbero direttamente alle attività di produzione e gestione degli ordigni chimici.
Il quotidiano riferisce inoltre che un documento relativo all’indagine interna avviata dalle autorità sudanesi avrebbe previsto il coinvolgimento dello stesso Madani, nonostante il ruolo attribuitogli nel presunto programma.
Si tratta di un elemento che, se confermato, porrebbe seri interrogativi sull’indipendenza delle verifiche condotte dalle autorità militari.
Ma occorre distinguere le attribuzioni contenute nei documenti dalla prova definitiva della responsabilità individuale.
Le autorità sudanesi hanno respinto le accuse.
La Smentita Di Khartum E La Richiesta Di Ispezioni
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, il governo sudanese ha inviato al Washington Post una risposta formale attraverso il proprio ambasciatore negli Stati Uniti.
Nella lettera, Khartum ha definito false le accuse, sostenendo di rispettare gli obblighi previsti dalla Convenzione sulle armi chimiche.
Le autorità hanno affermato che le scorte nazionali di cloro sarebbero destinate esclusivamente alla depurazione delle acque e ad altri impieghi civili.
Il governo ha inoltre dichiarato di aver invitato funzionari statunitensi a effettuare verifiche sul territorio, sostenendo che Washington avrebbe rifiutato l’invito in due occasioni.
Questa è la posizione ufficiale sudanese, non un fatto indipendentemente accertato dall’inchiesta.
Khartum ha anche insinuato che il materiale fornito al giornale possa provenire da uno Stato mediorientale interessato a spostare l’attenzione dalle proprie responsabilità nella guerra.
Il Washington Post non ha identificato pubblicamente i Paesi dai quali provengono le fonti della documentazione.
È quindi essenziale non confondere l’origine anonima dei materiali con una prova della loro falsità, così come non sarebbe corretto considerare la loro autenticità definitivamente dimostrata soltanto perché sono stati pubblicati.
Gli Stati Uniti Avevano Già Accusato Il Sudan Nel 2025
La vicenda non comincia con l’inchiesta giornalistica di settembre.
Il 24 aprile 2025, il Dipartimento di Stato americano aveva formalmente stabilito, nell’ambito della propria legislazione sulle armi chimiche e biologiche, che il governo sudanese aveva utilizzato armi chimiche in violazione del diritto internazionale.
La determinazione è stata resa pubblica nel Federal Register del 27 giugno 2025.
Da quella decisione sono derivate sanzioni e restrizioni economiche.
Successivamente, il 20 luglio 2026, sono entrate in vigore ulteriori misure statunitensi, dopo che Washington aveva ritenuto non soddisfatte le condizioni previste dalla propria normativa.
È importante chiarire che una determinazione ufficiale del governo americano non equivale a una sentenza di un tribunale internazionale né a un rapporto conclusivo degli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.
Rappresenta però un atto formale di uno Stato, con conseguenze diplomatiche ed economiche concrete.
L’inchiesta del Washington Post aggiunge a questo quadro nuovi materiali che potrebbero contribuire a chiarire dimensioni, organizzazione e responsabilità del presunto programma.
Una Guerra Civile Che Ha Devastato Il Paese
Per comprendere la gravità delle accuse bisogna guardare alla guerra in corso dal 15 aprile 2023.
Da una parte combattono le Forze armate sudanesi, guidate da al-Burhan. Dall’altra le Forze di supporto rapido, conosciute con la sigla RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo.
Il conflitto nasce dalla rottura tra due apparati militari che avevano condiviso il potere dopo la caduta del regime di Omar al-Bashir.
Da allora, la guerra ha devastato città, villaggi, infrastrutture e attività produttive.
Entrambe le parti sono state accusate di gravi violazioni dei diritti umani, mentre le RSF sono state coinvolte in atrocità particolarmente documentate in Darfur.
Le conseguenze umanitarie sono enormi.
Secondo i dati riportati dalle organizzazioni internazionali, il conflitto ha provocato lo sfollamento di circa 13 milioni di persone.
Un rapporto sulla sicurezza alimentare diffuso il 12 ottobre segnala che circa 19,5 milioni di sudanesi, pari a circa il 40% della popolazione, si trovavano in condizioni di insicurezza alimentare acuta nel periodo esaminato.
Di questi, circa 135.000 risultavano nella categoria più grave della classificazione internazionale della fame.
Le difficoltà di accesso agli aiuti, la distruzione delle attività agricole, gli sfollamenti e la siccità stanno aggravando ulteriormente la situazione.
In questo contesto, il possibile utilizzo di armi chimiche rappresenterebbe un’ulteriore violazione delle regole fondamentali della guerra.
Perché Le Armi Chimiche Sono Proibite
La Convenzione sulle armi chimiche vieta lo sviluppo, la produzione, l’acquisizione, lo stoccaggio e l’impiego di queste armi.
Il Sudan aderisce al trattato dal 1999.
Il divieto non riguarda soltanto sostanze sviluppate esclusivamente per scopi militari.
Anche un prodotto normalmente utilizzato nell’industria o nella depurazione dell’acqua può diventare un’arma chimica quando viene impiegato intenzionalmente per provocare danni attraverso le sue proprietà tossiche.
È questo il punto giuridico essenziale.
Il cloro non è proibito in quanto tale. È proibito trasformarlo in uno strumento di attacco chimico.
La Convenzione prevede un sistema internazionale di verifiche affidato all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, con sede all’Aia.
Per accertare definitivamente le accuse contro il Sudan servirebbero verifiche tecniche indipendenti, accesso ai luoghi indicati, esame dei materiali e possibilità di raccogliere testimonianze attendibili.
Senza queste condizioni, rimane il rischio che la vicenda si trasformi in uno scontro tra accuse e smentite diplomatiche, mentre la popolazione civile continua a subire le conseguenze del conflitto.
Il Rischio Di Una Guerra Sempre Più Internazionalizzata
Il Sudan non è soltanto teatro di una guerra civile.
La sua posizione geografica, affacciata sul Mar Rosso e confinante con Paesi strategici per gli equilibri africani e mediorientali, rende il conflitto rilevante anche per la sicurezza regionale.
Diversi governi stranieri sono stati indicati da fonti diplomatiche e organizzazioni internazionali come sostenitori, diretti o indiretti, delle parti in guerra.
Le accuse di sostegno militare esterno sono però oggetto di contestazione e devono essere valutate singolarmente.
La circolazione di armamenti, il finanziamento delle fazioni e l’eventuale trasferimento di tecnologie militari possono contribuire a prolungare il conflitto.
Un arsenale chimico clandestino, se confermato, aggiungerebbe un problema ulteriore: la necessità di identificare e mettere in sicurezza materiali pericolosi in un territorio nel quale il controllo delle installazioni militari può cambiare rapidamente.
Per l’Europa e per l’Italia, le conseguenze non riguardano una minaccia chimica diretta e documentata al territorio nazionale.
Riguardano piuttosto la stabilità del Mar Rosso, la sicurezza regionale, l’emergenza umanitaria e la pressione esercitata dai conflitti sulle popolazioni costrette a fuggire.
La Verità Non Può Fermarsi Alle Smentite
L’inchiesta del Washington Post pone interrogativi ai quali la comunità internazionale dovrebbe poter dare risposte verificabili.
Esiste davvero un arsenale di centinaia di munizioni chimiche? Dove sarebbero conservate? Sono state utilizzate contro combattenti o civili? Chi avrebbe autorizzato la produzione? E quale provenienza avrebbero le sostanze impiegate?
Le informazioni oggi disponibili non consentono di rispondere definitivamente a tutte queste domande.
Consentono però di affermare che le accuse sono sostenute da un insieme articolato di materiali, che esperti indipendenti hanno ritenuto meritevoli di approfondimento, e che gli Stati Uniti avevano già adottato provvedimenti formali contro il Sudan per l’impiego di armi chimiche.
Allo stesso tempo, le smentite delle autorità sudanesi e la disponibilità dichiarata a verifiche internazionali devono essere registrate e sottoposte a riscontro.
La questione fondamentale non è scegliere quale versione accettare sulla base delle appartenenze geopolitiche.
È pretendere un accertamento indipendente, capace di stabilire cosa sia realmente accaduto.
Perché se una sostanza destinata a garantire acqua potabile fosse stata utilizzata per produrre bombe chimiche, ci troveremmo davanti a una vicenda che unisce due delle tragedie più profonde della guerra sudanese: la distruzione delle condizioni essenziali di vita e l’eventuale impiego di mezzi di combattimento proibiti.
La guerra in Sudan ha già provocato milioni di sfollati e una crisi alimentare devastante. Le accuse sulle armi chimiche impongono ora una verifica internazionale rigorosa, affinché anche questa vicenda non venga inghiottita dall’indifferenza.





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