Giulio Saraceni
Quando il pronto soccorso diventa il parcheggio degli anziani
Una volta c’era il pronto soccorso. Oggi, sempre più spesso, sembra esserci il lento soccorso: entri per un’emergenza e rischi di aspettare ore, se non giornate, perché nel frattempo l’ospedale è diventato anche un centro di assistenza sociale, una casa di riposo provvisoria e, in certi casi, un servizio di custodia familiare.
Medici e infermieri fanno il loro mestiere: visitano, curano, stabilizzano. Poi arriva il momento della dimissione.
«Signora, lei sta bene. Può tornare a casa».
La vecchietta, seduta sul letto, telefona al figlio.
«Mi hanno detto che posso andare via».
Dall’altra parte, un silenzio imbarazzante. Poi la risposta:
«Mamma, ma resta ancora un po’. Magari ti fanno un altro esame».
Un altro esame? Macché! Qui, a quanto pare, l’esame vero lo deve superare la famiglia.
La signora è clinicamente guarita, ma logisticamente indesiderata.
Il medico guarda la cartella. L’infermiere guarda l’orologio. Il figlio guarda il calendario, sperando che nel frattempo accada un miracolo amministrativo.
E così la paziente resta. Non perché abbia bisogno di una flebo, ma perché a casa non c’è nessuno che possa occuparsi di lei. Oppure perché nessuno riesce a farlo. E non sempre è cattiveria: a volte ci sono figli che lavorano, famiglie in difficoltà, abitazioni inadatte e servizi territoriali che non arrivano.
Il risultato, però, è lo stesso: un letto occupato, un pronto soccorso rallentato e un altro paziente che aspetta.
Benvenuti nel Paese in cui è più facile entrare in ospedale che uscirne.
Naturalmente, la colpa non è dell’anziano. Non è nemmeno sempre della famiglia, che spesso si ritrova sola davanti a problemi enormi. E non è del personale sanitario, che già lavora con risorse e tempi spesso insufficienti.
La colpa è di un sistema che troppo spesso si accorge della fragilità quando questa arriva in ambulanza.
Finché l’anziano è a casa, il problema è della famiglia. Quando la famiglia non ce la fa più, il problema diventa del pronto soccorso. E quando il pronto soccorso è pieno, il problema diventa di chi aspetta su una barella in corridoio.
Un magnifico gioco di scaricabarile, dove tutti hanno un problema e nessuno sembra avere la soluzione.
E allora proponiamo una nuova specialità medica: la geriatria amministrativa, con tanto di reparto dedicato alle dimissioni impossibili. Perché ormai non basta più guarire un paziente: bisogna anche trovare qualcuno disposto, e in grado, di accoglierlo.
Magari un giorno inventeremo pure il codice colore per queste situazioni: verde per chi sta bene, giallo per chi deve aspettare, rosso per chi rischia la vita e grigio per chi è guarito ma non sa dove andare.
Naturalmente è una provocazione. Ma dietro la battuta c’è una domanda seria: possiamo davvero pretendere che un pronto soccorso funzioni se gli chiediamo di risolvere anche ciò che la società non riesce più a gestire?
Perché il pronto soccorso deve curare le emergenze, non diventare il deposito temporaneo delle nostre fragilità.
E soprattutto, una società civile dovrebbe garantire agli anziani non soltanto il diritto di essere curati quando stanno male, ma anche quello di essere assistiti quando non sono più autosufficienti.
Altrimenti continueremo a chiamarlo pronto soccorso.
Anche se, a forza di aspettare che qualcuno si prenda cura di qualcuno, il nome più appropriato rischia di diventare lento soccorso.





Rispondi