La Redazione
Giornata cruciale per Israele, stretta tra voto interno e pressione internazionale.
Gli israeliani sono chiamati al voto per il rinnovo della Knesset.
Un’elezione che si presenta come un giudizio diretto sull’attuale premier Benjamin Netanyahu.
Secondo gli ultimi sondaggi, né lo schieramento guidato da Netanyahu né quello dell’opposizione guidato dall’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, dispongono dei numeri sufficienti per formare un governo autonomo.
L’esito resta appeso a due variabili difficilmente misurabili nei sondaggi: l’affluenza della minoranza arabo-israeliana, tradizionalmente più bassa della media nazionale, e il peso del voto dei residenti all’estero.
In un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 3,25%, anche pochi seggi possono spostare l’equilibrio e portare a settimane di trattative per una coalizione.
Ma mentre i seggi si aprono, a Ginevra la Commissione indipendente internazionale d’inchiesta delle Nazioni Unite per il Territorio Palestinese Occupato, ha reso pubbliche le sue conclusioni.
Il rapporto afferma che Israele ha commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui “l’eliminazione, la persecuzione, la tortura, la violenza sessuale e altre forme di violenza sessuale”, in tutto il territorio palestinese occupato, “continuando il genocidio a Gaza” anche dopo la tregua.
Nel dettaglio, la Commissione sostiene che:
In Cisgiordania le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni farebbero parte di una “campagna diffusa e sistematica” contro i civili palestinesi a partire dal 7 ottobre 2023.
La questione dei minori: le forze israeliane avrebbero “deliberatamente preso di mira bambini palestinesi”.
Parla di sfollamento forzato: Israele starebbe ampliando il controllo territoriale attraverso lo sfollamento.
A partire da agosto 2026, più di 34.000 palestinesi sarebbero rimasti sfollati in Cisgiordania.
Si tratta di accuse che, se confermate in sede giudiziaria, configurerebbero responsabilità individuali perseguibili davanti alla Corte Penale Internazionale.
La missione permanente di Israele presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha respinto integralmente il documento, come sempre definendolo parte di “una campagna di disinformazione volta a diffamare lo Stato di Israele”, contestandone metodologia e imparzialità.
Il voto e il rapporto ONU viaggiano su due binari distinti ma destinati a incrociarsi.
Sul piano interno, l’elettorato israeliano è chiamato a decidere tra continuità securitaria e richiesta di discontinuità politica, in un Paese segnato da due anni di guerra e da profonde divisioni sociali.
Sul piano esterno, il rapporto della Commissione, che non ha valore penale ma ha valore politico-diplomatico, è destinato ad alimentare il dibattito in sede ONU e UE sulle forniture militari, sulle sanzioni ai coloni e sul futuro riconoscimento dello Stato di Palestina.
Qualunque sarà il governo che uscirà dalle urne, dovrà gestire un dossier internazionale che non si chiude con le elezioni, ma anzi si riapre.





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