L'Italia Quotidiano

LEONE XIV CHIUDE LA PORTA: “IL SUICIDIO ASSISTITO RESTA IMMORALE”

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Ramona Castellino

Finalmente una parola chiara.
Senza “discernimento pastorale”.

Monsignor Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, lo ha detto senza mezze parole:

“Leone XIV ha ribadito il principio: il suicidio assistito resta immorale”

Punto.
Non c’è altro da aggiungere.
Eppure per anni ce lo hanno dovuto aggiungere, annacquare, relativizzare.

Secondo quanto riferito da Mons. Pegoraro, Leone XIV è intervenuto sul tema più divisivo di tutti, quello del fine vita e del suicidio assistito, ribadendo la dottrina costante della Chiesa.

Non è una opinione. Non è una sensibilità.
È un principio morale non negoziabile: non si può disporre della propria vita, non si può chiedere a un medico di diventare boia, non si può trasformare un diritto alla cura in un diritto a morire.

La vita non ci appartiene.
E lo Stato non può farsi garante della morte.

La dichiarazione pesa come un macigno se letta nel contesto degli ultimi dieci anni.

Anni in cui, sotto il pontificato precedente, la Pontificia Accademia per la Vita aveva aperto a documenti ambigui, a convegni con sostenitori dell’eutanasia, a distinguo tra “accanimento terapeutico” e “accompagnamento alla morte” che confondevano i fedeli e davano alibi ai politici.

Quante volte abbiamo sentito dire:
“Bisogna accompagnare”, “Bisogna discernere caso per caso”,
“La coscienza personale”?
Tradotto: fate come vi pare.

Ora Leone XIV chiude quella stagione.
Chiama le cose con il loro nome: immorale. Non “problematico”. Non “da valutare”. Immorale.

Non è una disputa teologica da sacrestia.
È cronaca politica di oggi.

In Parlamento giace la legge sul suicidio assistito.
La Corte Costituzionale ha aperto falle.
Le Regioni del centrosinistra, Toscana in testa, stanno già facendo da apripista con delibere che di fatto legalizzano l’eutanasia di Stato.

E la narrazione è sempre la stessa: “morte dignitosa”, “libertà di scelta”, “alleviare la sofferenza”.

No.
Non è dignità farsi uccidere.
Non è libertà chiedere a un altro di ucciderti. Non è pietà uccidere chi soffre invece di curarlo.

Come ha sempre insegnato la Chiesa, la vera pietà è stare accanto al malato fino alla fine, con le cure palliative, con l’amore, non con una siringa letale pagata dal Servizio Sanitario Nazionale.

Mons. Pegoraro lo ha ricordato citando il Papa: il principio resta.

E un principio, se è vero, non cambia con i sondaggi, con le sentenze della Consulta, con le pressioni dell’Europa laicista.

La Chiesa non può benedire la morte.
Può solo benedire la vita, anche quando è fragile, anche quando è alla fine, anche quando costa.

Leone XIV lo ha ribadito. Ora tocca ai vescovi italiani avere il coraggio di ripeterlo nelle parrocchie, nelle università, in Parlamento. Senza paura di essere chiamati “retrogradi”.

Perché su questo non si tratta.


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