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Autolavaggio a pochi euro? Ecco come fanno: lavoro nero, clandestini, sicurezza e scarichi, viaggio nell’economia sommersa che massacra chi rispetta le regole

Riccardo Bianchi

La domanda se la saranno posta in tanti.

Come fa?

Come fa un’attività a vendere un servizio a un prezzo con il quale un concorrente regolare sostiene di non riuscire nemmeno a coprire adeguatamente personale, contributi, sicurezza, assicurazioni, smaltimenti, utenze, fiscalità e manutenzione?

La risposta, naturalmente, non può essere che ogni autolavaggio economico sia irregolare.

Ci sono imprese efficienti, famiglie che lavorano direttamente, strutture automatizzate, economie di scala e imprenditori perfettamente in regola capaci di mantenere prezzi competitivi.

Ma poi arrivano i controlli.

E qualche volta mostrano come fanno gli altri.

A Manziana, nella provincia di Roma, Carabinieri della Compagnia di Bracciano e Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno controllato due autolavaggi.

Risultato: cinque lavoratori complessivamente individuati senza regolare contratto nei due esercizi, secondo quanto comunicato sull’operazione; uno di loro, 52 anni, era anche privo di regolare permesso di soggiorno. Nel primo impianto mancava inoltre il Documento di Valutazione dei Rischi e non sarebbero state effettuate le visite mediche obbligatorie ai dipendenti.

Entrambi gli autolavaggi sono stati sospesi.

Le sanzioni amministrative hanno superato 24.000 euro.

Sono state rilevate anche carenze igienico-sanitarie, segnalate alla ASL Roma 4 e al sindaco di Manziana.

Il titolare del primo esercizio, trentenne di origine bengalese, è stato denunciato alla Procura per l’impiego del lavoratore straniero privo di regolare permesso di soggiorno. 

Una storia locale?

Purtroppo la ricerca suggerisce di guardare più lontano.

Non due autolavaggi. Un settore che gli ispettori stanno osservando

Soltanto pochi giorni prima dell’operazione di Manziana erano stati pubblicati dati molto interessanti sull’attività del Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri di Roma.

Nel 2025 il NIL ha controllato circa 450 aziende tra Roma e provincia.

Circa 370 appartenevano al terziario, con particolare attenzione anche a ristorazione e autolavaggi.

E il dato impressionante è questo: nel 70% dei sopralluoghi mirati sono state riscontrate irregolarità in materia lavoristica oppure di salute e sicurezza. Le verifiche hanno prodotto circa mezzo milione di euro di sanzioni amministrative e oltre 200.000 euro di ammende. 

Attenzione però a interpretare correttamente quel 70%.

Non significa che il 70% di tutte le imprese romane sia irregolare.

I controlli sono mirati: gli ispettori selezionano le aziende utilizzando banche dati, indicatori di anomalia, incrocio delle informazioni e segnalazioni. È quindi normale che il tasso di irregolarità sia molto superiore a quello che si otterrebbe scegliendo casualmente 450 imprese.

Ma proprio questo rende interessante il metodo.

Lo Stato sta imparando a cercare dove le anomalie suggeriscono che possa esserci qualcosa da trovare.

E negli autolavaggi qualcosa, evidentemente, viene trovato.

Il NIL parla persino di caporalato

Il comandante del NIL romano, colonnello Pier Giuseppe Zago, ha spiegato che nell’area metropolitana sono stati effettuati controlli mirati proprio negli autolavaggi e che sono emersi anche casi di caporalato. 

Questa parola cambia completamente la dimensione della questione.

Perché il lavoro nero è già gravissimo.

Il caporalato e lo sfruttamento lavorativo rappresentano un livello ulteriore, che richiede naturalmente l’accertamento caso per caso dei presupposti previsti dalla legge.

E allora bisogna domandarsi che cosa possa accadere quando si incontrano nello stesso mercato un’attività a bassissimo valore aggiunto, un lavoratore in condizioni di necessità e un imprenditore disposto a ignorare le regole.

Il lavoratore regolare ha un contratto.

Quello irregolare può non averlo.

Il primo genera contributi.

Il secondo può non generarne.

Il primo ha una posizione assicurativa.

Il secondo può esserne privo.

Il primo deve essere sottoposto alle visite mediche previste quando obbligatorie.

Quello in nero può diventare invisibile persino sotto questo profilo.

Ed ecco che ciò che superficialmente appare come un prezzo imbattibile può, in alcuni casi, essere semplicemente il prezzo di costi che qualcun altro ha deciso di non sostenere.

A pagare non è soltanto lo Stato. È il concorrente onesto

Questo è l’aspetto sul quale la politica parla troppo poco.

Prendiamo due imprenditori.

Il primo assume regolarmente.

Paga stipendio e contributi.

Rispetta il contratto collettivo applicabile.

Predispone il DVR.

Fa formazione.

Compra dispositivi di protezione.

Organizza la sorveglianza sanitaria quando prevista.

Emette documenti fiscali.

Paga le imposte.

Gestisce correttamente acqua e reflui.

Il secondo risparmia illegalmente anche soltanto su una parte di queste voci.

Come possono competere sullo stesso prezzo?

Non possono.

Ed è qui che il lavoro nero smette di essere soltanto un problema sindacale e diventa un problema di libertà economica.

Perché un mercato nel quale qualcuno può scaricare sulla collettività costi che il concorrente deve sostenere non è libero mercato.

È concorrenza sleale.

Il precedente romano: personale in nero e servizi senza scontrino

Non dobbiamo neppure andare lontano per trovare un caso che mostra quanto le irregolarità possano sommarsi.

Nel maggio 2025 un’operazione coordinata nell’area romana, con Polizia, Guardia di Finanza, Polizia Locale e Ispettorato del Lavoro, interessò anche un autolavaggio.

La Questura riferì che erano state riscontrate numerose irregolarità nella gestione dei dipendenti, risultati in nero, mentre la maggior parte dei servizi a pagamento risultava priva di scontrino fiscale.

A questo si aggiungevano gravi carenze strutturali e problemi relativi alle normative igienico-sanitarie e di sicurezza.

Risultato?

Sospensione immediata dell’attività e circa 32.000 euro di sanzioni. 

Ecco perché bisogna guardare il fenomeno nel suo complesso.

Se non dichiari il lavoratore, abbatti illegalmente il costo del lavoro.

Se non documenti fiscalmente una prestazione, sottrai ricavi al fisco.

Se non sostieni determinati costi di sicurezza, risparmi ancora.

Se gestisci illegalmente anche i reflui, quando ciò accade, scarichi sull’ambiente un altro costo che l’impresa regolare deve invece sostenere.

La somma di questi vantaggi illeciti può deformare completamente il mercato.

Poi c’è l’acqua sporca. Letteralmente

Un autolavaggio produce qualcosa che il cliente generalmente non vede più dopo essere ripartito con l’automobile pulita.

Acqua reflua.

Dentro quell’acqua possono finire sporco stradale e sostanze utilizzate durante il lavaggio.

Per questo non si può semplicemente aprire un rubinetto, lavare automobili e considerare finito il problema quando l’acqua sparisce in uno scarico.

Roma Capitale chiarisce che gli impianti che utilizzano acqua e producono reflui devono rispettare specifici requisiti e che per gli autolavaggi ad acqua è previsto anche il nulla osta preventivo della ASL nell’ambito delle procedure indicate dall’amministrazione. 

Esiste poi una disciplina specifica per gli scarichi delle acque reflue industriali, derivante dal decreto legislativo 152/2006 e dal Piano di tutela delle acque regionale. 

Nella Città metropolitana di Roma, dal gennaio 2026 le istanze di autorizzazione di sua competenza in materia di scarichi vengono presentate tramite Sportello telematico; dal marzo 2026 sono previsti anche specifici oneri istruttori, per esempio 500 euro per determinate nuove istanze di autorizzazione. 

Ancora una volta emerge la stessa asimmetria.

Essere regolari costa.

Progettare correttamente costa.

Trattare i reflui costa.

Fare manutenzione costa.

Ottenere le autorizzazioni costa.

Rispettare le prescrizioni costa.

Ed è precisamente per questo che chi non lo fa, quando viene accertato, non sta facendo il furbo soltanto nei confronti dello Stato.

Sta facendo concorrenza sleale a chi quelle spese le sostiene.

Il lavoratore irregolare è la prima vittima

C’è poi un errore culturale da evitare.

Quando scopriamo un immigrato irregolare che lavora in nero, il bersaglio più facile diventa lui.

Ma nel caso di Manziana la legge ha colpito anche e soprattutto chi lo impiegava.

Ed è giusto così.

Una persona priva di permesso di soggiorno, senza contratto e spesso con scarsissimo potere negoziale rappresenta precisamente il tipo di manodopera che può diventare più vulnerabile allo sfruttamento.

Se il lavoratore sa di poter perdere contemporaneamente reddito, alloggio e prospettiva di permanenza, quanto è realmente libero di protestare per l’orario?

Di pretendere dispositivi di protezione?

Di chiedere una visita medica?

Di denunciare condizioni pericolose?

Di dire al titolare: “O mi assumi regolarmente oppure domani non vengo”?

È precisamente questa vulnerabilità che può alimentare l’economia sommersa.

Ed ecco il cortocircuito dell’immigrazione irregolare

Qui la questione migratoria esiste e sarebbe altrettanto sbagliato nasconderla.

Nel caso di Manziana è stato effettivamente trovato un lavoratore privo di regolare permesso di soggiorno. 

Il punto non è la sua nazionalità.

Il punto è la sua condizione giuridica.

Un sistema che lascia sul territorio persone prive di titolo effettivo e contemporaneamente consente loro di sopravvivere soltanto entrando nell’economia sommersa crea un circuito perverso.

L’immigrato irregolare diventa manodopera a basso potere contrattuale.

L’imprenditore disonesto trova qualcuno disposto, per necessità, ad accettare condizioni che un lavoratore regolare difficilmente accetterebbe.

L’impresa corretta subisce concorrenza.

Lo Stato perde contributi e imposte.

Il lavoratore perde diritti.

E alla fine qualcuno racconta tutto questo come se fosse integrazione.

Non lo è.

È il contrario.

Non bisogna criminalizzare gli imprenditori stranieri

Anche qui servono precisione e serietà.

Il titolare denunciato a Manziana è di origine bengalese. Il NIL romano riferisce che diversi autolavaggi controllati nell’area metropolitana erano gestiti prevalentemente da soggetti nordafricani. 

Sono fatti che si possono riportare.

Non autorizzano però la conclusione che gli autolavaggi gestiti da stranieri siano irregolari.

Sarebbe statisticamente infondata.

E sarebbe persino controproducente per la battaglia che bisogna fare.

Perché l’imprenditore straniero che rispetta tutte le regole è danneggiato dall’autolavaggio illegale esattamente come l’imprenditore italiano.

La linea di separazione seria non passa tra italiani e stranieri.

Passa tra chi compete rispettando le regole e chi costruisce il proprio vantaggio violandole.

Ma allora perché proliferano certe attività?

Questa è la domanda sulla quale servirebbe un’indagine molto più profonda.

Quanti autolavaggi operano oggi a Roma e nella Città metropolitana?

Quanti sono stati aperti negli ultimi dieci anni?

Quanti sono stati controllati?

Quanti sono risultati completamente regolari?

Quanti hanno ricevuto contestazioni sul lavoro?

Quanti sugli scarichi?

Quanti sulla sicurezza?

Quanti sulla fiscalità?

Quanti sono stati sospesi e quanti hanno riaperto dopo la regolarizzazione?

Sono numeri che andrebbero raccolti in un’unica banca dati interforze.

Perché oggi vediamo i singoli episodi.

Manziana.

Un autolavaggio qui.

Uno là.

Un lavoratore in nero.

Uno scarico irregolare.

Una sospensione.

Una multa.

Ma è molto più difficile vedere il fenomeno nella sua interezza.

Lo Stato possiede già gli strumenti per colpire

La normativa, peraltro, non è completamente disarmata.

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ricorda che l’articolo 14 del decreto legislativo 81/2008 permette la sospensione dell’attività quando il personale non risultante dalla documentazione obbligatoria raggiunge almeno il 10% dei lavoratori presenti sul luogo di lavoro oppure quando vengono accertate determinate gravi violazioni in materia di salute e sicurezza. 

È precisamente ciò che rende la sospensione uno strumento potente.

Per alcune attività la multa può essere incorporata mentalmente come un costo eventuale.

La chiusura, invece, ferma immediatamente il fatturato.

Ed è qui che dovrebbe cambiare il paradigma dei controlli.

Non aspettare soltanto la segnalazione.

Incrociare i dati.

È già la direzione seguita dal NIL romano: banche dati, indicatori di anomalia, informazioni provenienti da fonti differenti e segnalazioni vengono utilizzati per indirizzare le verifiche verso le imprese che presentano maggiori elementi di rischio. 

Questa è amministrazione intelligente.

“Ecco come fanno”

Alla fine torniamo alla domanda iniziale.

Come fanno alcune attività a praticare condizioni che sembrano impossibili per chi rispetta ogni regola?

Non esiste una risposta unica e non esiste alcun diritto di presumere un illecito semplicemente perché un prezzo è basso.

Ma i controlli ci mostrano come può funzionare il meccanismo quando l’illecito c’è.

Il lavoratore non compare.

Il contributo non viene versato.

La posizione assicurativa può mancare.

La visita medica non viene fatta.

Il DVR può non esistere.

La sicurezza diventa un costo comprimibile.

La prestazione può scomparire fiscalmente.

Le prescrizioni ambientali possono essere ignorate.

E, nei casi più gravi, una persona in condizioni di bisogno diventa manodopera da sfruttare.

A quel punto il prezzo basso non nasce necessariamente dall’efficienza.

Nasce dal fatto che qualcun altro sta pagando la differenza.

La paga il lavoratore con i propri diritti.

La paga l’imprenditore onesto con la concorrenza sleale.

La paga lo Stato con contributi e imposte mancanti.

La paga il sistema sanitario se qualcuno si fa male senza adeguata tutela.

La paga l’ambiente quando gli scarichi non vengono gestiti correttamente.

La paga, alla fine, la collettività.

Non servono meno regole. Servono regole uguali per tutti

Ed è questo il punto politico decisivo.

L’Italia possiede una capacità quasi patologica di controllare l’imprenditore già visibile, già registrato, già rintracciabile e già sommerso dalla burocrazia.

La vera sfida è fare l’opposto:

rendere semplice essere regolari e rendere difficilissimo essere illegali.

Meno burocrazia inutile per chi rispetta le norme.

Più incrocio automatico delle banche dati.

Più controlli basati sugli indicatori di rischio.

Verifiche congiunte su lavoro, fisco, ambiente e sicurezza.

Sospensione rapida quando ne ricorrano i presupposti.

Tutela e regolarizzazione lavorativa nei casi consentiti per le vittime di grave sfruttamento.

Esecuzione delle norme sull’immigrazione quando una persona non possiede titolo per rimanere in Italia, con le garanzie previste dall’ordinamento.

Perché la legalità economica non è un lusso da Paese ricco.

È ciò che permette all’imprenditore onesto di sopravvivere.

Manziana, allora, non dovrebbe essere ricordata soltanto per due autolavaggi sospesi e 24.000 euro di sanzioni.

Dovrebbe servire a porre una domanda molto più grande.

Quante attività apparentemente “imbattibili” continuano a essere competitive soltanto perché qualcuno non sta pagando ciò che tutti gli altri sono obbligati a pagare?

Finché non saremo capaci di rispondere, continueremo a meravigliarci davanti al prezzo incredibilmente basso.

Poi arriveranno i Carabinieri, apriranno i registri, controlleranno chi sta lavorando, cercheranno il DVR, verificheranno sicurezza, contributi e autorizzazioni.

E qualche volta scopriremo che il miracolo imprenditoriale non era affatto un miracolo.

Era semplicemente il conto lasciato da pagare agli altri.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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