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LA SINISTRA GRIDA PACE, MA CHIEDE PIÙ ARMI: IL GRANDE INGANNO EUROPEISTA

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Riccardo Bianchi

C’è un’Europa che manifesta per la pace e un’Europa che prepara nuove spese militari. Il problema è che, troppo spesso, a rappresentarle sono gli stessi partiti.

A squarciare il velo dell’ipocrisia ci ha pensato Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa del Partito Democratico e attuale presidente del Copasir. Nell’ultimo libro di Bruno Vespa, Storia della seconda Repubblica, Guerini sostiene che un eventuale nuovo governo di centrosinistra dovrebbe contribuire agli aiuti militari all’Ucraina più di quanto abbia fatto il governo Meloni.

Avete capito bene: mentre una parte della sinistra riempie le piazze di bandiere, appelli alla pace e condanne della guerra, uno dei suoi principali esponenti rivendica apertamente la necessità di aumentare il sostegno militare a Kiev.

Sia chiaro: qualcuno può essere favorevole agli aiuti all’Ucraina, ma allora bisogna avere il coraggio di dirlo agli elettori, assumendosene fino in fondo la responsabilità politica.

Non si può indossare la maglietta del pacifista in piazza e presentare il conto delle armi quando si entra nei palazzi del potere.

Il problema, però, è ancora più profondo. Riguarda il rapporto tra l’Europa dei popoli e l’Europa delle istituzioni, tra la sovranità nazionale e un sistema politico che considera Bruxelles il punto di riferimento obbligato di ogni decisione.

Quanto sta accadendo in Polonia dovrebbe far riflettere tutti. Lo scontro tra il governo di Donald Tusk e il Tribunale costituzionale, con l’intervento della polizia presso la sede della Corte, ha provocato accuse gravissime da parte dell’opposizione, che parla di tentativo di colpo di Stato.

Sono accuse da verificare, non sentenze, ma il conflitto pone una domanda fondamentale: quando il diritto europeo entra in tensione con una Costituzione nazionale, chi deve avere l’ultima parola?

È una questione che riguarda direttamente anche noi italiani. Perché una nazione che non può decidere autonomamente sulle proprie istituzioni, sulla propria economia e sulle scelte fondamentali di politica estera conserva soltanto le apparenze della sovranità.

E c’è un altro aspetto che merita attenzione: la formazione del consenso.

La rete mediatica europea Sphera dichiara pubblicamente di beneficiare di finanziamenti della Commissione europea, attraverso la Direzione generale CONNECT, per sviluppare contenuti rivolti soprattutto ai giovani.

Ricevere finanziamenti pubblici non significa automaticamente essere strumenti di propaganda, ma è legittimo domandarsi perché le istituzioni europee investano risorse per avvicinare le nuove generazioni al progetto comunitario e quanto spazio venga riservato, negli stessi programmi, alle voci autenticamente critiche verso l’attuale modello di Unione.

Il pluralismo non consiste nell’insegnare ai giovani ad amare l’Europa decisa a Bruxelles. Consiste nel lasciarli liberi di contestarla, cambiarla e persino immaginarne una completamente diversa. Quell’Europa dei Popoli che da sempre auspichiamo.

Nel frattempo, una parte della politica italiana continua a utilizzare ogni protesta per alimentare lo scontro interno. La causa palestinese, le rivendicazioni sociali e il malcontento giovanile sono questioni serie, che meritano un’analisi. Proprio per questo non dovrebbero diventare strumenti di propaganda elettorale.

E neppure il centrodestra può chiamarsi fuori. Chi rivendica la sovranità nazionale deve dimostrare di saperla difendere anche quando governare significa opporsi a decisioni europee scomode. Il patriottismo non può esaurirsi in un comizio.

La verità è che la grande frattura politica del nostro tempo non passa più soltanto tra destra e sinistra. Passa tra chi considera la sovranità popolare un principio irrinunciabile e chi è disposto a sacrificarla sull’altare dell’integrazione europea.

L’Italia non è una provincia amministrativa dell’Unione Europea. È una nazione con una storia, una Costituzione, un’identità e un popolo che deve poter decidere del proprio destino.

E chi pretende di governarla dovrebbe ricordarselo ogni giorno.

Perché l’Europa può essere una scelta. La sovranità nazionale non può diventare una concessione di Bruxelles. E noi siamo qui per testimoniarlo.


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