Giulio Saraceni
Viviamo in tempi curiosi: l’ironia è ancora ammessa, purché venga esercitata dalla persona giusta, sul tema giusto, con il bersaglio giusto e, possibilmente, con il consenso preventivo di chi dovrebbe ridere.
Poi arriva Vannacci, risponde con ironia a una domanda ironica e improvvisamente si apre il grande processo al senso dell’umorismo. Non tanto per stabilire se la battuta sia riuscita — quello, per fortuna, resta un giudizio personale — quanto per decidere se sia addirittura consentito chiamarla ironia.
E qui nasce il paradosso: l’ironia, per sua natura, non è un ufficio pubblico. Non rilascia autorizzazioni, non distribuisce patenti e soprattutto non promette di non disturbare nessuno.
Si può contestare una battuta, trovarla mediocre, offensiva, fuori luogo o semplicemente poco divertente. Si può perfino sostenere che dietro l’ironia ci sia un messaggio politico più serio. Ma confondere il diritto di criticare una battuta con il diritto di stabilire che cosa sia ironia è un altro mestiere.
Del resto, l’ironia ha sempre avuto un difetto imperdonabile: non rispetta il nostro bisogno di avere ragione anche quando ridiamo.
Forse dovremmo recuperare una regola elementare: si può ridere di una battuta senza condividerne il messaggio, e si può criticare una battuta senza pretendere di abolire il senso dell’umorismo di chi l’ha pronunciata.
Altrimenti non avremo più satira, ironia o sarcasmo. Avremo soltanto riunioni condominiali sul significato corretto di una risata.





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